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In vino falsitas

Di ilsimplicissimus –

Si chiama Rudy Kurniawan, nome da carta verde di Zhen Wang Huang, un indonesiano di padre cinese produttore di birra, arrivato negli Usa a 16 anni con un permesso di studio e rimasto poi in California quando ha compreso quale fosse la sua strada verso i soldi. Zhen Wang alias Kurniawan è un genio che ha sfruttato la ridicola bulimia americana di improvvisarsi profondi conoscitori (e dunque padroni) di qualcosa di cui non sanno nulla, per mettere in piedi la più grande truffa vinicola che si conosca vendendo a collezionisti e ricchi pseudo intenditori vini di grandissimo pregio. Anzi bottiglie: in questo caso il termine non è una metonimia, ma un modus operandi perché il nostro truffatore raccattava presso ristoranti di gran lusso bottiglie vuote con etichette prestigiose, poi le riempiva con vinaccio da 4 soldi e le vendeva a caro prezzo. In poco tempo si è fatto un nome nel campo ed è stato considerato dagli intenditori dell’altra parte dell’oceano come uno dei più grandi conoscitori di vino al mondo.

A questo punto la sola raccolta di usato non bastava più a sostentare la sua attività e ha cominciato a stampare e riprodurre etichette di annate e cantine prestigiose assolutamente identiche a quelle originali, persino con la giusta anticatura in modo da non destare alcun sospetto. Sebbene il giro d’affari abbia raggiunto le decine di milioni di dollari e gli straordinari vini di Kurniawan – Zhen fossero presenti nelle più importanti aste per ricconi nullafacenti, la truffa non sarebbe granché interessante se non per il fatto che essa è stata scoperta solo grazie al fatto che un certo vino aveva in etichetta un’annata nella quale non era stato prodotto e la cosa è balzata all’occhio di un qualche topo di cantina. Ma in parecchi anni né i ricchi acquirenti, né i loro consulenti, né la schiera degli esperti degustatori, di quelli che trovano duecento retrogusti nel più esiguo calice, non si sono mai accorti che il sublime nettare venduto dal truffatore fosse comune vino in cartone.

Questo ci dice molte cose sulla contemporaneità, sul dilettantismo pieno di prosopopea, sul gusto ridotto a semplice tendenza o moda del momento, sul sentimento del ricco il cui criterio non è il bello o il buono, ma solo l’esclusione degli altri da ciò che viene definito tale, la forza di trascinamento delle etichette che vale per ogni campo. Ma ci parla anche di rapporti più ampi che riguardano il potere nel suo senso più generale: basti pensare che lo stesso ambiente nel quale ha sguazzato indisturbato Kurniawan mettendo assieme una fortuna è lo stesso che pretende di dettare legge nel campo dell’enologia attraverso la strapotenza della sua editoria e l’imperialismo linguistico. Così che per esempio i vini mediocri o pessimi che vengono prodotti in Usa, sempre con fondo acido dovuto ai legni e con retrogusti dolciastri tendenti al cocacolico, vengono spacciati per magnifiche produzioni: chi – esperto o produttore europeo – dovesse togliere il velo a queste cose fin troppo conosciute e fin troppo taciute sarebbe fatto a pezzi dai vari ebdomadari del wine a stelle e strisce che fanno il mercato. Un dominio che lentamente ma anche inesorabilmente fa finire in mani americane le vecchie e gloriose etichette del vecchio continente.

Ho parlato del vino così come potrei parlare di mille altre cose, cominciando dall’arte diventata uno show televisivo, sempre grazie a questo dominio, per proseguire con la cucina o con la letteratura. Che dire uno, cento, mille Kurniawan.

In vino falsitas

 

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