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Insulti a Napolitano su Facebook: rischia la galera

Giorgio NapolitanoUna disoccupata ha offeso il capo dello Stato in Rete. Ora potrebbe finire in carcere. E il Quirinale ignora le sue scuse.

di Giovanni Florio –
«Qualsiasi stato in cui mi trovassi in quel momento non giustifica il mio atto, vorrei solo che lei accettasse le mie scuse perché mi rendo conto di aver sbagliato».

È un passaggio della lettera che ha scritto una 30enne di Rovigo a Giorgio Napolitano, sperando di essere ‘perdonata’ dal capo dello Stato e non essere condannata al carcere, pena prevista per il reato di «offesa all’onore e al decoro del presidente della Repubblica».
La ragazza, da poco mamma, ancora disoccupata, si è infatti macchiata della violazione dell’articolo 278 del codice penale («Chiunque offende l’onore o il prestigio del presidente della Repubblica, è punito con la reclusione da uno a cinque anni»), un pezzo del ‘codice Rocco’ fascista che colpiva con pesanti pene ogni affronto allo Stato e ai suoi vertici, come il presidente della Repubblica.

IL COLLE CHIEDE SACRIFICI. Per finire nel vortice, alla 30enne è bastata una frase postata su Facebook: uno sfogo offensivo, che può capitare, ma che nel caso rischia di diventare un reato penale grave.
 Tutto è successo nel dicembre 2012, dopo un monito del Capo dello Stato di fronte alla crisi e ai nuovi sacrifici (leggi tasse) inseriti dall’esecutivo di Mario Monti (l’Imu sulla prima casa soprattutto): «Le scelte di governo dettate dalla necessità di ridurre il nostro massiccio debito pubblico obbligano i cittadini a sacrifici», disse Napolitano in quel messaggio, «per una parte di essi certamente pesanti, e inevitabilmente contribuiscono a provocare recessione. Ma nessuno può negare quella necessità: è toccato anche a me ribadirlo molte volte».
I sacrifici degli italiani sono pesanti, ma necessari, ammoniva Napolitano, tocca farsene una ragione.

GLI INSULTI SU FACEBOOK. La ragazza, che aveva appena perso il lavoro, davanti all’invito del capo dello Stato di fare ancora sacrifici per il bene del debito pubblico italiano, perse i nervi e si scaraventò sul social network per scrivere un post nel profilo del compagno: «I sacrifici noi li facciamo!».
Poi l’insulto diretto verso il presidente della Repubblica. Uno di quelli di cui è piena la Rete, che esonda disprezzo e odio verso la classe politica, considerata responsabile dei disastri che poi, per essere risolti, richiedono i soliti «sacrifici» degli italiani.

Aperta l’indagine senza che Napolitano si sentisse offeso dal post

Solo che un insulto a un ministro, a un onorevole o al premier non mette nei guai, a meno che il diretto interessato non quereli per diffamazione o chieda il ritiro immediato del commento (lo ha fatto recentemente solo la presidente della Camera Laura Boldrini). Nel caso del capo dello Stato invece è reato, a prescindere che quest’ultimo si senta offeso o ne venga a conoscenza.
 Nel caso della ragazza di Porto Tolle, infatti, è bastata una telefonata di qualcuno al commissariato, che poi ha trasmesso la notizia di reato alla procura di Rovigo, per mettere sotto indagine la 30enne.
 Per la verità prima era stato messo nel mirino il compagno della donna, titolare del profilo su cui era apparso il commento offensivo. Poi, però, la giovane ha confessato e quindi è stato archiviato il fascicolo sull’uomo.
 Da quel momento la neomamma, agitatissima, ogni volta che riceve una busta verde (quelle tipiche per le notifiche giudiziarie) trema. Anche perché nel frattempo la vicenda diventa ancora più inquietante.

VERSO IL RITO ABBREVIATO. Perché a quel punto l’avvocato della ragazza, Alessandro Micucci, ha provato a chiedere il patteggiamento, cioè una condanna più lieve che evita il processo. Ma il pubblico ministero è stato inflessibile e ha preteso come pena base per il patteggiamento due anni di carcere. Tempo che poi con le attenuanti (la ragazza è incensurata) e la riduzione di pena sarebbe stato ridimensionato a 10 mesi.
«Ritengo che l’episodio pur se infelice non meriti una condanna del genere», ha spiegato l’avvocato della 30enne. Che poi ha aggiunto: «Ho ottenuto dal giudice per l’indagine preliminare il rito abbreviato. La discussione è fissata per il 3 giugno, con la speranza che il capo dello Stato, mettendosi una mano sul cuore, accolga le scuse: questo potrebbe valere come riparazione del danno».

NESSUNA RISPOSTA ALLE SCUSE. Normalmente tutte le riparazioni del danno avvengono mediante la corresponsione di un quantum economico alla parte offesa. Ma in questo caso ci sarebbe una giovane disoccupata – da poco con un figlio – che offre un risarcimento economico al capo dello Stato, una situazione a dir poco paradossale.
 Per cui la difesa della ragazza – che rischia come minimo cinque mesi e 10 giorni con la condizionale (se va male però si arriva a cinque anni) – attende con speranza che prima del processo arrivi da Napolitano una risposta alla lettera di scuse. Che la giovane ha inviato al presidente della Repubblica ormai un anno fa. E che finora è restata senza risposta. Eppure per la 30enne è fondamentale per non essere condannata.

Venerdì, 14 Marzo 2014

http://www.lettera43.it/cronaca/insulti-a-napolitano-su-facebook-rischia-la-galera_43675124666.htm

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