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Intervista a Lo Sapio e Fornero, autori di “Bioetica cattolica e bioetica laica nell’era di papa Francesco”

9788851148454Bioetica cattolica e bioetica laica nell’era di papa Francesco. Che cosa è cambiato è un volume di Luca Lo Sapio (accompagnato da un articolato saggio del filosofo Giovanni Fornero) edito quest’anno dalla Utet. Un volume nel quale si riflette sui cambiamenti in atto nella Chiesa e sulle eventuali ricadute che questi possono avere per la bioetica cattolica ufficiale. Per chiarire qual è lo scenario che ha spinto Lo Sapio e Fornero a interrogarsi nuovamente sui paradigmi della bioetica cattolica ufficiale e della bioetica laico-secolare abbiamo deciso di porre alcune domande ai due autori.

Può raccontarci com’è nato questo volume e quali sono i nessi, e le eventuali novità, rispetto ai noti lavori di Fornero sulla bioetica cattolica e la bioetica laica?

Lo Sapio: Per alcuni osservatori, l’elezione di Bergoglio nel marzo 2013 ha rappresentato una cesura netta rispetto al passato. Una cesura positiva secondo alcuni e negativa secondo altri. Contrari alla tesi della cesura sono invece quegli studiosi che sostengono la tesi della sostanziale continuità del magistero di Bergoglio con quello precedente. Nell’analizzare questo nuovo e controverso scenario sono partito da un dato che ritengo innegabile, ossia dalla profonda spaccatura tra i sostenitori di un’etica (di matrice laica) della qualità e disponibilità della vita e i sostenitori di un’etica (di matrice cattolica) della sacralità e indisponibilità della vita.

Spaccatura che, a mio giudizio, poteva essere efficacemente letta attraverso le categorie fornite dalla teoria dei paradigmi contrapposti, di cui Fornero ha parlato in modo approfondito nei suoi lavori (da Bioetica cattolica e bioetica laica del 2005, fino ad arrivare a Laici e cattolici in bioetica. Storie e teorie di un confronto del 2012). Pertanto, alla luce delle novità introdotte da Bergoglio, novità che hanno interessato indirettamente anche la bioetica, ho cominciato a domandarmi fino a che punto la teoria dei paradigmi contrapposti potesse ancora essere efficace per la lettura e comprensione degli eventi bioetici del nostro paese (e non solo). Da qui la molla che mi ha spinto ad approfondire la questione, e che si è, alla fine, concretizzata nel volume.

Nel suo saggio introduttivo lei usa in diverse circostanze il termine “paradigma”. Può dirci qualcosa in proposito e spiegare perché questo termine non veicolerebbe un concetto astratto ma, al contrario, rifletterebbe la concretezza dell’effettivo dibattito bioetico italiano?

Fornero: Parlando di un “paradigma” cattolico ufficiale e di un “paradigma” laico-secolare intendo due maniere globali di rapportarsi ai problemi bioetici. Maniere che risultano qualificate da talune idee-guida differenti, di cui nel saggio offro un quadro articolato, mostrando come nel cattolicesimo si trovi l’idea che la vita è un “dono” divino che va custodito e rispettato dal concepimento fino alla morte naturale, mentre nel pensiero laico si trovi l’idea che l’uomo ha un diritto incoercibile all’autodeterminazione, non essendo subordinato a un ipotetico “progetto” di Dio sulla vita.

Quello di paradigma non è quindi un concetto astratto, ma qualcosa che rimanda alla endemica battaglia di idee che, soprattutto nel nostro Paese, c’è stata — e continua ad esserci — sui temi eticamente sensibili. Anzi, non si capirebbero in modo adeguato e sino in fondo tali divergenze senza aver presenti i diversi quadri teorici complessivi, ossia i differenti paradigmi, che ne stanno alla base. Del resto, che uno schema di lettura “per paradigmi” sia tuttora efficace nel mappare il dibattito bioetico del nostro paese (e non solo) è testimoniato dal fatto che, nonostante la novità di Francesco e del suo pontificato, molti eventi degli ultimi mesi sarebbero difficilmente comprensibili a prescindere dalla persistente (e paradigmatica) diversità di vedute sui temi cruciali di inizio e fine vita.

Un altro termine-chiave del saggio introduttivo di Fornero è “laicità” (forse non è un caso che nella Domenica del Sole 24 Ore del 4 febbraio sia stato ripreso un estratto del suo saggio proprio su questo punto nodale). In che senso per lei oltre a un significato ampio di “laicità” esiste un significato ristretto di “laicità”?

F: Come sostengo sin dall’aggiornamento del Dizionario di filosofia di Nicola Abbagnano il termine laico, dal punto di vista semantico-descrittivo, possiede due significati di fondo: uno largo e uno ristretto.

In un primo senso, di tipo metodologico-formale, la laicità allude a una procedura che fa appello ai valori della razionalità, della libera discussione e del pluralismo. “Procedura” che in sede teorica e pratica può essere fatta propria da chiunque, a prescindere dal fatto di essere credenti o meno. Tant’è, che oggi, nell’ambito di questa accezione di laicità, si parla comunemente di “laici credenti” e di “laici non credenti”.

In un secondo senso, di tipo filosofico-sostanziale, la laicità allude invece alla visione del mondo dei non credenti, cioè alla posizione di coloro che — agnostici o atei — vivono e pensano a prescindere da Dio e dall’adesione a un determinato credo religioso. Tant’è, che oggi, nell’ambito di questa accezione di laicità, si parla comunemente di “laici e credenti”.

Nei miei libri, per classificare il significato largo o procedurale di laicità uso l’espressione “laicità in senso debole”, mentre per alludere al significato ristretto o sostanziale uso l’espressione “laicità in senso forte”, avvertendo che nel primo caso la laicità ha il carattere di una metodologia, mentre nel secondo caso ha il carattere di una filosofia.

La mia tesi di fondo è che queste due accezioni sono entrambe legittime e che invece di essere misconosciute basta specificare di quale tipo di laicità si sta parlando. Ad esempio, quando si dice che «lo Stato moderno è uno Stato laico» o si parla del «supremo principio costituzionale della laicità dello Stato» ci si riferisce alla laicità in senso largo o metodologico. Viceversa, quando si dice che «Tizio è credente, mentre Caio è laico» ci si riferisce alla laicità in senso stretto o sostanziale. Di conseguenza, la peculiarità (e originalità) della mia posizione non consiste soltanto nella messa in luce della esistenza di fatto di queste due accezioni, ma anche nel concomitante riconoscimento della loro legittimità di diritto.

Operazione tanto più significativa se si pensa che in certo linguaggio colto il significato ristretto e filosofico di laicità è stato “censurato” o estromesso, cioè completamente soppiantato dal significato largo e metodologico. Oppure, come succede in ambito cattolico, è stato sostituito dal termine “laicista”, usato in senso peggiorativo e screditante (quasi alla stregua di un insulto). In realtà il termine laico ha sia un’accezione larga e metodologica, sia un’ accezione ristretta e filosofica. E non vedo per quale valido motivo questa seconda accezione dovrebbe essere abbandonata.

Ratzinger stesso, a differenza di molti studiosi cattolici, ha registrato con chiarezza questa occorrenza, osservando che: «si parla oggi di pensiero laico, di morale laica, di scienza laica, di politica laica. In effetti, alla base di tale concezione c’è una visione areligiosa della vita, del pensiero e della morale: una visione, cioè, in cui non c’è posto per Dio».

Ora, che la nozione ristretta di laicità possa risultare sgradita a taluni credenti, soprattutto a quelli che, facendo professione di laicità in senso metodologico, mirano ad “appropriarsi” di un termine che per lungo tempo è stato appannaggio dei loro avversari e quindi possa dar luogo a ripetuti tentativi di farla “sparire” dal linguaggio ordinario, o quantomeno dal lessico colto, è qualcosa che, pur non essendo giustificabile, risulta comprensibile.

Viceversa, che a rifiutare il significato ristretto di laicità siano proprio esponenti della cosiddetta cultura laica, cioè di una cultura distinta — e storicamente alternativa — rispetto a quella dei credenti, è qualcosa che faccio fatica a comprendere. Perché la laicità dovrebbe essere intesa solo come un metodo di coesistenza fra tutte le culture e non anche come una specifica cultura, ossia come la cultura propria degli agnostici e degli atei?

Tanto più che si potrebbe ragionevolmente supporre che una società composta di soggetti autodeterminati che fanno professione di laicità in senso stretto — e quindi si riconoscono esplicitamente nel paradigma laico secolare — possa fornire un contributo decisivo alla costruzione di una società fondata su un livello superiore di civismo e di senso di responsabilità collettiva in grado di tradursi in una migliore qualità di vita per tutti.

In sintesi, come filosofo che più di ogni altro, in Italia, ha messo a fuoco e difeso il significato ristretto di laicità e come studioso persuaso che la battaglia delle idee sia anche una battaglia di parole-guida ritengo che il non credente, oltre che adoperare il concetto di laicità in senso largo, dovrebbe legittimamente fare uso anche del concetto di laicità in senso stretto, denominando la propria concezione della vita come visione laico-secolare del mondo. Ma andrei anche oltre, auspicando che coloro che professano la laicità in senso stretto, informando i loro comportamenti ai principi ad essa sottesi, percepiscano e manifestino apertamente l’orgoglio di essere e dirsi “laici”.

Cerchiamo ora di inquadrare alcune delle questioni che vengono poste al centro del suo volume. Lei ritiene che l’attuale pontificato possa agevolare un superamento degli storici steccati bioetici tra cattolici e laici (come ha evidenziato, per altro, lo studioso protestante Leonardo de Chirico nel recensire il suo volume)? E questo superamento interesserebbe i principi di fondo che animano le due bioetiche o soltanto talune soluzioni pratiche rispetto a specifiche questioni (come l’aborto e l’eutanasia)?

LS: La questione è molto complessa e presenta numerose sfaccettature. Nel volume cerco di dar conto sia degli aspetti di continuità sia degli aspetti di discontinuità tra l’attuale corso intrapreso dalla Chiesa di Roma e quello precedente, mostrando che non c’è rottura se non nella continuità ma, nello stesso tempo, che la continuità va colta all’interno di uno scenario in parte inedito.

Uno scenario in cui c’è spazio per l’assottigliamento della distanza che esiste e non può essere negata tra i cattolici, fedeli all’insegnamento del magistero, e quei laici che si fanno portatori di istanze secolari, e ragionano in un’ottica ateistica o agnostica. In che cosa consiste l’assottigliamento della distanza? In un atteggiamento di maggiore comprensione da parte del mondo cattolico verso quello laico-secolare. Penso ad esempio alla vicenda del ddl Cirinnà sulle unioni di fatto.

Fino a qualche anno fa, forse, ci sarebbe stata una vera e propria levata di scudi da parte della Chiesa, e si sarebbe fatto tutto il possibile per condizionare il dibattito parlamentare al fine di evitare l’approvazione di una legge con ricadute, secondo la prospettiva cattolica, potenzialmente negative sull’idea tradizionale di matrimonio. Invece, il profilo tenuto dalla Chiesa è stato basso, soprattutto nelle fasi di dibattito parlamentare, prima dell’approvazione della legge. Una situazione molto simile la vediamo con riferimento alla vicenda di dj Fabo.

Fino a qualche tempo fa la sua scelta di ricorrere a suicidio assistito sarebbe stata bollata come la classica espressione di quella cultura della morte che rifiuta il dolore e preferisce porre fine ad una vita piuttosto che lottare circondati dall’affetto dei propri cari. Invece, anche in questo caso, il profilo è stato più basso (rispetto al passato) e alcuni organi di stampa cattolici come Avvenire, pur sottolineando la non liceità dell’eutanasia o del suicidio assistito, hanno insistito molto anche sulla necessità di comprendere determinati comportamenti e determinate scelte drammatiche.

Ribadisco: non condividere ma comprendere. La categoria della comprensione mi sembra decisiva in questo pontificato. Penso anche alle parole di Bergoglio sulle donne che hanno abortito o sui gay. Parole improntate, appunto, alla comprensione. Detto questo rimangono le differenze di fondo dal momento che le idee-guida dei due paradigmi non sono mutate.

Secondo alcuni studiosi (penso ad esempio a Tommaso Scandroglio) con l’attuale pontificato staremmo assistendo ad una cesura rispetto alla dottrina cattolica ufficiale? Ritiene corretta questa linea interpretativa?

LS: Scandroglio, nella sua analisi dell’attuale pontificato, pone molto l’accento sul fatto che Bergoglio farebbe riferimento sempre alla dimensione sociale di determinati problemi (ad esempio la distruzione degli embrioni sarebbe uno dei risultati addebitabili alla cultura efficientistica e utilitaristica che pervade il mondo attuale), trascurando la dimensione trascendente e l’impianto metafisico della dottrina cattolica. Questo sarebbe, per altro, evidente nell’atteggiamento che Bergoglio promuoverebbe verso i peccatori. Un atteggiamento di misericordia, di comprensione e cura, di accompagnamento costante.

Queste indicazioni perderebbero, però, di vista che la misericordia deve sempre essere coniugata con la giustizia e che, ancora, per essere ben fondata deve trovare il suo ancoraggio ultimo in una dimensione extra-sociale (quindi, ancora una volta, in Dio, nel trascendente). Ora, io non nego che in Bergoglio ci sia un’attenzione, più puntuale rispetto al passato, per certi aspetti, alla dimensione concreta di vita degli uomini ma, nello stesso tempo, sottolineo come, pur se con minore intensità, i riferimenti tradizionali ai principi della biomorale cattolica, sono tutti presenti nelle parole e, soprattutto, nei documenti ufficiali.

I riferimenti alla legge morale naturale e alla ragione naturale, i riferimenti ai principi di sacralità e indisponibilità della vita costituiscono ancora l’orizzonte di riferimento per la Chiesa di Roma, anche se essi vengono ora inseriti nel contesto di una teologia dell’amore che mette al centro, come ho detto prima, la comprensione più che il giudizio. La chiesa come ospedale da campo più che la Chiesa come giustiziera e giudicatrice.

Luciano Moia nella recensione al suo volume apparsa su Avvenire parla di una “bioetica che abbraccia tutto il pianeta”. Questa affermazione intende sottolineare il fatto che sotto il pontificato di Bergoglio l’attenzione della Chiesa sarebbe rivolta più ad una bioetica globale che a questioni come l’eutanasia o la fecondazione medicalmente assistita. Lei che cosa ne pensa?

LS: Ritengo che vada respinta la tesi di coloro i quali sostengono che sotto il pontificato di Bergoglio i classici temi bioetici non avrebbero più spazio tout court. Più corretta, a mio avviso, è invece la tesi per la quale i classici temi bioetici sarebbero meno sotto i riflettori dell’attuale pontificato. Di fatto, aborto, eutanasia, fecondazione assistita, etc., hanno in parte lasciato spazio ad altre questioni come l’immigrazione, la povertà e le devastazioni prodotte dall’attuale sistema economico sulla vita delle persone e sull’ambiente perché Bergoglio, verosimilmente, ritiene che l’attenzione al contesto di vita delle persone abbia un’importanza decisiva per la battaglia alla cosiddetta cultura dello scarto. La questione è sottile.

Bergoglio non condanna la donna che abortisce, piuttosto si interroga su quali siano le condizioni economiche che potrebbero aver portato quella donna a prendere quella determinata decisione. Non condanna la persona che richiede l’eutanasia ma si interroga su quali siano le condizioni sociali (carenza di assistenza, una scarsa attenzione alla terza età, etc.) che potrebbero aver portato quella persona a fare quel tipo di richiesta. Questo vuol dire che per Bergoglio oltre all’impegno sui principi risulta essenziale lo sforzo pastorale di comprensione dei singoli uomini e delle singole donne. Questo mi porta a fare due considerazioni.

Da un lato, che seguendo le indicazioni di Bergoglio, la bioetica cattolica potrebbe arrivare ad allargare il suo ventaglio tematico. Intendo dire questo quando nel volume sostengo che l’azione di Bergoglio (il quale non è certo un bioeticista in senso stretto) può avere delle ricadute anche sulla bioetica cattolica ufficiale (sotto il profilo dei temi scelti e di alcune accentazioni specifiche attribuite a talune questioni piuttosto che ad altre).

Dall’altro, che la comprensione mostrata da Bergoglio per taluni soggetti in difficoltà e le analisi relative alla cosiddetta cultura dello scarto, pur cogliendo alcuni aspetti delle attuali problematiche sociali, non sono in grado di coprire pienamente tutti i casi. Mi spiego meglio. Ci sarà certamente il soggetto che richiede eutanasia perché si sente abbandonato o la donna che ricorre all’aborto per delle difficoltà economiche e la società nel suo complesso e la politica più nello specifico devono farsi carico di queste situazioni per cercare di eliminarle il più possibile.

Ma ci sono anche richieste di eutanasia fatte da persone che non si sentono affatto abbandonate ma piuttosto vogliono decidere liberamente il momento in cui la loro vita debba aver fine o, ancora, donne che decidono di abortire non a causa di una particolare situazione economica ma per valutazioni legate ad un certo modo di intendere la qualità della vita. Per queste ultime fattispecie la Chiesa, a mio avviso, non è ancora pronta a mostrare comprensione e disponibilità all’ascolto. Ancora molto però può essere fatto.

Quali scenari crede possano delinearsi nei prossimi anni?

LS: Ritengo che a questo proposito non si possano fare previsioni. Quello che mi sento di ribadire è che le novità che si stanno registrando in questi ultimi anni, attengono il piano pratico e non quello teorico. In altre parole, le novità a cui stiamo assistendo non riguardano i principi di fondo della biomorale cattolica e, quindi, non fanno pensare ad un avvicinamento di quest’ultima, sotto il profilo teorico, alla biomorale laico-secolare.

Anche quest’ultima, infatti, potremmo dire, ha i suoi valori non negoziabili (ad esempio il dovere di evitare di infliggere ad altri sofferenze psicofisiche non volute, il dovere di rispettare l’autonomia delle scelte che riguardano la propria persona compiute da ciascun individuo) e per quanto ci possa essere un atteggiamento di maggiore comprensione da parte della Chiesa verso il mondo laico-secolare mi risulta difficile pensare che essa possa, nel breve-medio periodo, sposare qualcuno dei principi della biomorale laica o qualcuna delle sue idee-guida. Anche laddove si dovessero impiegare, in ambito cattolico, espressioni come autonomia della persona o qualità della vita, il significato di queste espressioni sarebbe comunque, in ultima battuta, differente rispetto a quello che un laico in senso stretto attribuisce ad esse.

Ciò non toglie, lo ripeto, che la Chiesa, possa, rimanendo fedele ai suoi valori tradizionali, fare dei passi incontro al mondo secolare e trovare piattaforme di dialogo e strategie per comprendere in modo più efficace l’uomo del XXI secolo. Questo, d’altro canto, è, a mio giudizio, quello che sta provando a fare Francesco. Tuttavia, sta anche ai laici che ritengono auspicabili ulteriori passi della Chiesa verso il mondo secolare cercare di favorire questo processo, con un pacato e determinato atteggiamento di interlocuzione critica.

Filippo D’Ambrogi

 

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