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“Io, da Auschwitz a senatrice a vita ma non dimentico e non perdono”

Intervista a Liliana Segre di Simonetta Fiori (Repubblica20.1.18) “Quando ho sentito il Presidente il puzzle della mia vita s’è rimesso a posto. Amore e dolore si sono composti. Non capita spesso Mi sono tornati tutti in mente. E mi sono riaffiorate tutte le persone offese, derise, violate, deportate che non hanno potuto raccontare”

«Ha presente quei vecchi puzzle a cui ci si affeziona? Quando ho sentito il presidente Mattarella, il puzzle della mia vita s’è rimesso a posto. Non capita spesso. Non sempre i pezzi d’un vissuto pieno di dolore ma anche di amore riescono a comporsi. Stamattina mi è successo questo». Liliana Segre è frastornata. La giornata è cominciata con la telefonata del presidente della Repubblica che la nomina senatrice a vita ed è proseguita tra squilli, visite, mazzi di fiori, soprattutto tanti ricordi: case, luoghi, volti che hanno segnato la sua storia di ragazza braccata, perseguitata, sopravvissuta per caso. «Non me l’aspettavo. Nei giorni scorsi il cerimoniale mi aveva parlato genericamente d’una decorazione, ma un incarico così prestigioso era fuori dalla mia immaginazione. Sono rimasta senza parole». Il padre perso ad Auschwitz, stesso destino per i cugini e gli adorati nonni paterni. «Mi sono tornati tutti in mente. E mi sono riaffiorate tutte le persone offese, derise, violate, deportate che non hanno potuto raccontare. Uomini e donne che amavano la patria e dalla patria sono stati degradati, sviliti a cittadini di serie B, consegnati alla Soluzione Finale. Quello Stato oggi non esiste più. Ma il gesto del presidente della Repubblica assume il significato di un risarcimento.
E insieme a me porta nel cuore delle istituzioni repubblicane anche le voci meno fortunate, le voci di chi non è tornato. Di quelli che non hanno una tomba e sono finiti nel vento».
Un gesto dal significato chiaro, in un’Italia percorsa da rigurgiti neofascisti: l’icona sfigurata di Anna Frank è forse l’immagine più forte di questa temperie.
«Quella è stata una vergogna che mi ha lasciato stupefatta.
Ma chi può solo pensare un gesto così miserabile? Provo una grande pena. Sì, si avvertono questi umori violenti, con simboli che evocano periodi terribili. Sono ferita, addolorata. La sensazione è che sia stato tutto inutile. Sapranno i giovani distinguere il vero dal falso?
Spero di sì. Perché altrimenti significa che noi testimoni abbiamo perso».
Come tanti sopravvissuti di Auschwitz, lei per decenni è rimasta chiusa nel silenzio.
«Appena uscita dal lager, ho capito fin dal principio che nessuno aveva la capacità di ascoltarci, di comprendere quello che era accaduto. Per quarantacinque anni ne ho parlato solo con gli amici più intimi, con mio marito. Con gli altri no. E solo a sessant’anni questo mio groviglio interiore s’è sciolto. Il mondo non ci capiva e non aveva voglia di capirci. Sa cosa vuol dire indifferenza? Sì, la parola che oggi è scolpita al binario 21 della Stazione Centrale a Milano, quello da cui partimmo per Auschwitz. L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa.
È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo. La memoria vale proprio come vaccino contro l’indifferenza».
Nel 2018 ricorre anche l’ottantesimo anniversario delle leggi razziali.
«Frequentavo a Milano la quarta elementare della scuola Fratelli Ruffini.
Improvvisamente venni espulsa. Divenni una vittima.
Avevo solo otto anni. La mia era una famiglia milanese di patrioti, perfettamente inserita nel contesto della città. Quello che vissi con mortificazione era solo l’inizio. Il principio d’una storia di perseguitati, braccati, deportati, alcuni anche ammazzati».
Cosa le ha dato la forza di resistere?
«Non lo so dire. Io sono viva per caso. Ognuno di noi ha un destino, evidentemente non dovevo morire. Nel 1944, quando fummo deportati a Birkenau, ero una ragazza di quattordici anni, stupita dall’orrore e dalla cattiveria.
Sprofondata nella solitudine, nel freddo e nella fame. Non capivo neanche dove mi avessero portato: nessuno allora sapeva di Auschwitz».
Lei è l’unica sopravvissuta della sua famiglia. Questo cosa ha significato?
«Ho avuto una vita difficile, anche dopo la guerra. La mia fortuna è stata incontrare mio marito, un ufficiale del regio esercito che aveva conosciuto il dolore dei campi per aver detto no alla Repubblica di Salò. È stato l’amore grande della mia vita. È morto dieci anni fa. Oggi mi è mancato tanto».
Con chi festeggerà stasera?
«Come metto giù il telefono con lei, me ne vado a letto. Sono tanto stanca, emozionata.
Naturalmente sono felice anche per i miei figli e i miei nipoti».
Subito dopo la nomina, lei ha detto: «Non dimentico e non perdono».
«Sì, così. La mia missione è non dimenticare. La mia missione è raccontare cosa è avvenuto veramente. E non perdono: chi sono io per perdonare? Potrei perdonare gli atti commessi contro di me. Ma ho visto quello che è stato fatto agli altri che non possono raccontarlo. Ecco, da oggi ho la responsabilità di portare nel Senato della Repubblica quelle voci che rischiano di disperdersi. Finché avrò la forza, continuerò a raccontare ai ragazzi la follia del razzismo. Senza odio, senza spirito di vendetta. Sono una donna libera. E la prima libertà è quella dall’odio».””

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