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Io mi esprimo, tu mi offendi, egli sta in campana

don-iphoneNon c’è dubbio che l’offesa personale, intendendo con tale definizione un’azione che produce un danno, non può essere tutelata nell’ambito della libertà di espressione, nessuno si sognerebbe mai di sostenere il contrario. Anzi, proprio l’offesa personale è quel punto dove l’espressione delle idee di ogni individuo trova il suo limite, cessa di essere un diritto e dunque non può più essere invocata come libertà. Il problema quindi, quando si parla di libertà di espressione, non è tanto quello di definire il diritto in sé, quanto quello di definire il suo limite. Di individuare cosa rappresenta offesa intollerabile e, soprattutto, cosa è personale.

È naturalmente offesa personale ciò che viene riconosciuto come ingiuria o diffamazione, reati previsti più o meno da tutte le legislazioni, ma anche in questi c’è ben poco di oggettivo. Si valuta caso per caso, si verifica che vi sia effettivo nocumento. Di sicuro è ingiurioso deridere pesantemente, pubblicamente e gratuitamente una persona qualunque, magari condendo il tutto con falsità sul suo conto o con particolari privati e delicati. Non lo è invece fare satira su di un personaggio pubblico. Eppure anche quest’ultimo potrebbe sentirsi offeso, ed è certamente una persona, per cui l’aggettivo “personale” è appropriatissimo. Ma finché l’intenzione è quella di fare della comicità, dell’ironia, e non è in modo evidente quella di arrecare danno alla persona, siamo entro i confini del lecito.

E quando si parla di religioni? Una religione non è un ente personale e non c’è quindi ragione di ritenere che deriderla possa mai essere considerato un limite alla libertà di espressione. Nemmeno le divinità sono persone, ma qualcuno le considera addirittura al di sopra di esse e dunque a maggior ragione da tutelare, nonostante da un punto di vista logico dovrebbero essere benissimo in grado di farlo da sole. In questo caso la legge fa a cazzotti con la logica, tant’è che in Italia è proibita la bestemmia contro “la Divinità” (singolare esclusivo). Per molti però offendere una religione equivale a offenderne i fedeli, quindi delle persone. Anche parecchio suscettibili da questo punto di vista, a dirla tutta.

 

Si sono sentiti offesi i preti fiondatisi in una piazzetta di Albano Laziale per interrompere uno spettacolo teatrale dal titolo “Don Iphone”, che tutto voleva essere tranne che offensivo verso la religione. L’oggetto dello spettacolo satirico era infatti la presunta sacralità degli strumenti e dei media tecnologici, l’idolatria che in un certo senso se ne fa, anche se il tutto veniva presentato sotto forma di messa cattolica. Fortunatamente il pubblico non ha reagito bene all’incursione moralistica d’altri secoli, i preti sono stati invitati ad andarsene sommersi dai “vergogna” e dal disappunto generale, segno che certi comportamenti inquisitori sono ancora mal tollerati. Il pubblico può però giusto limitarsi a questo. Chi avrebbe l’autorità di intervenire contro chi attenta alla libertà d’espressione altrui per proteggere il proprio senso morale si è astenuto dal farlo, e alla fine lo spettacolo è stato addirittura spostato in una piazza diversa, al riparo da orecchie e sguardi censori. Occhio non vede, cuore non duole.

Si è sentito offeso Gianluca Benzoni, esponente ravennate di Lista per Ravenna e dell’Udc, alla vista di alcuni murales dipinti in occasione del festival di Street Art che definisce senza mezzi termini “blasfemi”. Benzoni se la prende con gli artisti ma anche con il Comune per aver finanziato l’iniziativa, perché torna sempre comodo puntare il dito contro chi governa, ammiccando allo stesso tempo verso la Chiesa. Ci sono svariati voti in ballo per uno che, come lui, fa riferimento all’area cattolica. E proprio come i preti di Albano, anche Benzoni ha totalmente frainteso lo spirito dell’iniziativa, perché a detta degli artisti non c’era nessun intento blasfemo alla base dei murales ma semmai la voglia di rivisitare in chiave moderna i simboli del cattolicesimo. E così siamo a due granchi, l’insalata di mare è assicurata.

Si sono sentiti offesi diversi cattolici, oltre che tanti malcelati tali, di fronte a un post satirico apparso su Lercio che parla di crocifissi gender, in cui il posto di Gesù viene preso da Vladimir Luxuria. Sia sulla pagina facebook di Lercio che su quella dell’Uaar, che ha semplicemente rilanciato il post, sono apparsi diversi commenti di gente indignata per la presunta mancanza di rispetto verso i cattolici, verso la religione. E dire che proprio sul tema della libertà religiosa e di espressione, connubio che a quanto pare risulta sempre più difficile, l’associazione si è impegnata partecipando in quel di Treviso al doppio appuntamento con il convegno organizzato dal Ministero degli Esteri e col meeting delle Nazioni Unite, quest’ultimo incentrato sui fenomeni violenti.

Dove sta la violenza in un articolo satirico? In cosa consisterebbe la mancanza di rispetto e verso chi, visto che l’autore scherzava su un simbolo e non su persone? Dev’essere veramente fragile questo orgoglio cattolico, se si sente la necessità di reagire ringhiando ogni volta che qualcuno si permette anche solo di sorriderci appena sopra. Sarebbe come se un fanatico degli oroscopi si offendesse perché qualcuno fa dell’ironia sul sagittario, o un animalista se la prendesse per una battuta sul maiale. O magari tutte queste cose insieme, e altre ancora, fino a bandire ogni genere di satira, in modo da evitare anche un lontano rischio di offesa. Sarebbe proprio un bel mondo. Di gran lunga più buio di quello medievale. Praticamente un abisso.

Massimo Maiurana

 

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