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“Io sono perche’ noi siamo” Gli altri Mandela

Articolo di Carlo Baroni (Corriere 15.7.18) “Un secolo fa nasceva un uomo che non avrebbe trasformato solo il suo Paese ma un intero continente”

“”«Io sono, perché noi siamo». Camminando per le strade di Città del Capo — e di altre città sudafricane — non si può non imbattersi in parole, segni, immagini che richiamino Madiba. Come questa frase, un messaggio che contiene una delle più grandi eredità di Nelson Rolihlahla Mandela, nato cent’anni fa, il 18 luglio 1918, nel piccolo villaggio di Mvezo, in terra xhosa, e diventato una delle figure più luminose. «Io sono perché noi siamo» significa definire la propria identità nella relazione con l’altro e assumere responsabilità e sfide — anche quelle più grandi della libertà e della dignità, della riconciliazione e della democrazia — in un’ottica collettiva. Per il bene di tutti e di ciascuno. Attingeva alla visione africana bantu (ubuntu) ma era aperto ai tanti stimoli e influenze che gli sono arrivati dall’esterno. Lui che ha vissuto 27 anni in condizioni di detenzione è diventato simbolo di apertura, tolleranza, dialogo. La sua lotta contro l’oppressione e la discriminazione e per la giustizia e l’uguaglianza continua a essere di grande ispirazione per molti africani (e non solo). Ma sono pochi i «figli» africani di Mandela che — soprattutto nella politica — hanno saputo incarnarne concretamente lo spirito.
Thomas Sankara (1949-1987) A livello iconico, Thomas Sankara — che cambiò il nome del suo Paese da Alto Volta a Burkina Faso (letteralmente il «Paese degli uomini integri») — e ne fu presidente dall’83 all’87, resta ancora oggi una delle figure più carismatiche. Un riferimento per tutti coloro che continuano a sognare un’Africa libera da ingerenze esterne, neocolonialismo e imperialismo. Anche culturale.
Wangari Maathai (1940-2011) C’è un po’ di Sankara, oltre che di Mandela, anche nella figura di Wangari Maathai, prima donna africana Premio Nobel per la Pace nel 2004, scomparsa nel 2011. Keniana, ha cominciato a piantare alberi (30 milioni!), come aveva fatto lo stesso Sankara. Per fermare il deserto, ma anche per diffondere una mentalità di rispetto della natura, introducendo con forza il tema ambientalista — attraverso il suo Green Belt Movement, fondato già nel 1977 — in un continente che sta facendo drammaticamente i conti con i cambiamenti climatici. «Ma quando cominci a lavorare seriamente per la causa ambientalista — diceva Maathai — ti si propongono molte altre questioni: diritti umani, diritti delle donne, diritti dei bambini». Di origine kikuyu, tenace e determinata — come la ricordano le missionarie italiane della Consolata presso le quali ha frequentato le scuole primarie — Maathai ha rotto molti schemi. Si è candidata anche alle presidenziali, sfidando il potere granitico di Daniel Arap Moi, prima donna del suo Paese. Ha mostrato così la possibilità di una nuova leadership femminile anche in politica, liberando l’immaginario da una rappresentazione di donna africana relegata nello spazio domestico. Dopo di lei lo hanno fatto molte altre e tra di loro Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia, e la sua concittadina, l’avvocatessa Leymah Gbowee, entrambe Nobel per la Pace nel 2011.
Wole Soyinka (1934) Un altro Nobel, ma della Letteratura (1986), il nigeriano Wole Soyinka, ha dedicato il suo discorso di Stoccolma proprio a Mandela, denunciando la segregazione razziale in Sudafrica e tributandogli successivamente una raccolta di poesie, Mandela’s Earth and Other Poems. Del resto, Soyinka è sempre stato una grande figura di intellettuale impegnato, una vita spesa tra letteratura, drammaturgia, poesia ma anche attivismo sociale e politico, per il quale ha pagato col carcere e l’esilio durante la dittatura di Sani Abacha. Fieramente yoruba e al tempo stesso cosmopolita, è un po’ la coscienza critica del suo Paese, la Nigeria, ma anche un grande visionario. Il suo libro Clima di paura (pubblicato in Italia da Codice nel 2005) anticipava le dinamiche perverse di manipolazione del sentimento di insicurezza «per promuovere azioni anche illegali, per persuadere la gente e limitarne le libertà». «La paura come potere», avvertiva Soyinka, è un morbo che contagia non solo l’Africa, ma il mondo intero. «Occorre senso del dovere, gli uni verso gli altri, a livello locale e internazionale — ci diceva durante uno dei suoi frequenti passaggi in Italia — e occorre senso di responsabilità, di tutti e di ciascuno. Da qui si costruisce il futuro, si migliora la qualità dell’esistenza delle persone». Soyinka sa bene che è difficile riproporre quello che definisce il «miracolo» sudafricano ma, nello spirito di Madiba, ci ricordava che «la ricerca della libertà è una battaglia costante. Bisogna essere all’erta. Si vive su una linea molto sottile. La democrazia che abbiamo faticosamente conquistato può sempre pericolosamente scivolare. Lo vediamo in Africa e in molte parti del mondo. Questa battaglia collettiva deve continuare. Per la libertà».
Laurent Monsengwo Pasinya (1939) È quello che sta facendo anche un grande prelato africano, il cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa nella Repubblica Democratica del Congo e membro del C9, il Consiglio dei cardinali di papa Francesco. Nella sua vita ha sempre affiancato all’impegno ecclesiale una militanza in prima linea su vari e drammatici fronti di conflitto: ingiustizia, violazioni dei diritti umani e democrazia. Già tra il 1991 e il 1992, ha avuto un ruolo di primissimo piano, come presiedente della Conferenza nazionale sovrana e poi, sino al 1996, del Parlamento di transizione nella difficile fase che ha portato alla caduta di Mobutu Sese Seko. Attualmente ha contribuito a facilitare gli Accordi di San Silvestro del dicembre 2016, che dovrebbero portare alle elezioni alla fine di quest’anno. Per la sua statura morale e per il suo parlare franco è un po’ il Desmond Tutu dei giorni nostri. Qualcuno lo vorrebbe morto. E anche nell’attuale crisi politica non gli sono mancati violenti attacchi e minacce. «Le violazioni dei diritti della persona — ci diceva durante un incontro a Kinshasa — sono a un livello inammissibile. Fin tanto che il Paese non diventerà uno Stato di diritto fondato su una Costituzione, alla quale tutti devono obbedire e che regola i diritti e i doveri di ogni cittadino permettendo di punire ogni comportamento contrario alla legge, è inutile parlare di diritti dell’uomo».
Denis Mukwege (1955) Lo sa bene il suo concittadino Denis Mukwege, che vive all’altro capo del Paese, a Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, una delle regioni maggiormente devastate da una guerra ventennale, che ha provocato oltre sei milioni di morti nell’Est del Congo, nell’indifferenza del mondo. Mukwege è un medico ma anche una voce coraggiosa di denuncia e di condanna. Nell’ospedale Panzi ha curato migliaia di donne devastate dagli stupri; ma sono almeno 60 mila quelle che hanno subito orribili violenze sessuali, una guerra nella guerra. Quando lo incontriamo nel suo studio è al telefono con alcuni collaboratori di un presidio sanitario assalito da uno dei tanti gruppi ribelli che spadroneggiano in questo territorio, condannato dalle sue stesse ricchezze. «Ci sono troppi interessi in questa regione. E l’interesse per l’uomo — ci dice — viene dopo gli interessi materiali. La violenza, specialmente quella contro le donne, ha assunto dimensioni e gravità inaudite». Ha ricevuto molti riconoscimenti ed è stato candidato al Nobel per la Pace. Un libro di Colette Braeckman, L’homme qui répare les femmes («L’uomo che ripara le donne», Renaissance du Livre, 2016), e l’omonimo film, lo hanno reso noto anche a livello internazionale, così come la sua autobiografia Plaidoyer pour la vie («In difesa della vita», L’Archipel, 2016), in cui denuncia mali e derive dell’élite al potere. Per questo molti lo vorrebbero far tacere, cancellando una delle poche voci che riescono a perforare il muro di silenzio che avvolge il dramma del Congo.
Alganesh Fessaha (1948) Non molto diversamente, per il coraggio di stare sempre sul campo ma anche di far arrivare le voci di chi grida nel deserto, Alganesh Fessaha è una donna che dà fastidio. Italo-eritrea, presidente dell’ong Gandhi, si batte per le vittime del traffico di esseri umani. Per anni ha operato lungo le rotte del Sinai e ora che sono state bloccate, viaggia instancabilmente tra Etiopia, Sudan, Egitto e Libia, dove continua a liberare migliaia di persone. È stata riconosciuta tra i «giusti» nel Giardino di Milano e in quello di Neve Shalom Wahat al-Salam in Israele. Ha raccolto migliaia di testimonianze sconcertanti, anche fotografiche, che in parte ha pubblicato nel suo libro Occhi nel deserto (Edizioni Sui, 2014). Ci racconta di «donne anziane abusate, di bambini piccolissimi stuprati, di giovani torturati, di donne ridotte in schiave. E di tanti, tantissimi morti. Sulle rotte dei migranti si continuano a commettere i peggiori crimini contro l’umanità». I nuovi «figli» di Mandela sono anche lì, sulle linee di frattura su cui si giocano i destini non solo dell’Africa ma del mondo intero. Mentre si fatica a individuarli tra le leadership politiche.
Abiy Ahmed Ali (1976) Con un esercizio di fiducia preventiva potremmo guardare a Abiy Ahmed Ali, primo ministro dell’Etiopia da aprile. Nel discorso di insediamento ha teso la mano all’Eritrea per mettere fine alla ventennale crisi che oppone i due Paesi. E lo scorso 8 luglio si è recato ad Asmara per incontrare il presidente eritreo Isaias Afewerki. «War is over», ha dichiarato: «La guerra è finita». Parole che non si udivano da molto tempo in Africa. Madiba avrebbe apprezzato.””

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