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Io, suprematista pentito vi racconto come aiuto quelli che odiano

Si fanno chiamare “riformati”, quasi fossero una religione. Si tratta, invece, dei pentiti dell’odio. Sono gli ex suprematisti bianchi che intraprendono un percorso di disintossicazione dalla violenza e dal razzismo. In alcuni casi diventano anche colombe militanti, perché dopo gli anni bui passati tra le fila dei nazifascisti americani o del Kkk, scelgono di dedicarsi anima e corpo alla promozione della pace. Tra loro c’è Christian Picciolini, un italoamericano di Chicago con un passato rabbioso da skinhead. La sua storia è balzata agli onori della cronaca durante i giorni di “fuoco e fiamme” seguiti alla vergogna di Charlottesville, la località della Virginia in cui si sono dati appuntamento lo scorso sabato i suprematisti bianchi di tutta l’America protestando contro la decisione presa dal consiglio comunale della città di rimuovere dal parco cittadino una statua del generale Robert Lee (1807 – 1870), condottiero dell’esercito della Confederazione del Sud in difesa del sistema schiavista durante la guerra di secessione americana.

La scelta di invertire la marcia

Le tensioni tra il corteo dell’ultradestra e quello degli attivisti hanno lasciato una scia di sangue, con l’incidente provocato da un giovane suprematista lanciatosi con la sua macchina su un corteo antirazzista, uccidendo una giovane donna e ferendo altre 19 persone.  Un weekend di cordoglio e riflessione per tutta la nazione, che ha mostrato ancora una volta cicatrici antiche e divisioni profonde. Fino al 1996 tra le fila dei nazifascisti c’era anche Christian ad urlare slogan ingiuriosi brandendo rabbia e armi. A sedici anni, poco più che un bambino, aderisce agli Skinhead della sua città. Una militanza convinta e volenterosa, dedicata non solo alle attività del gruppo ma anche al reclutamento di altri giovani adepti. Le cose, racconta alla radio pubblica americana Npr, iniziarono a cambiare con la nascita del primo figlio, a 22 anni. Nel giovane scatta la consapevolezza dell’assurdità delle sue scelte di vita. Decide di invertire la marcia e si unisce ad un gruppo chiamato Life after hate, ovvero la vita dopo l’odio, che supporta i ragazzi che decidono di lasciare le formazioni di estrema destra, aiutandoli a ritrovare una vita normale, in un percorso di redenzione e purificazione non sempre facile.

L’estremista della porta accanto

Picciolini annota la sua storia in “Memorie di uno skinhead americano” un libro che racconta i suoi trascorsi da neonazista, in una avvincente e cruda testimonianza di vita. Non solo, l’ex estremista ha dato vita ad una associazione che promuove la pace e cerca di lavorare tra i ragazzi che sono ancora avvinghiati tra le reti delle organizzazioni violente di estrema destra. La sua testimonianza è interessante soprattutto perché riesce a catturare i pericoli insiti nella retorica purtroppo messa in atto dalla Casa Bianca e dalle sue politiche. Parole, rimandi e costruzioni che conosce benissimo.

“Ci occupiamo di queste cose da tempo. Abbiamo lasciato il movimento trent’anni fa ed abbiamo dedicato gli ultimi vent’anni a tentare di aiutare le persone ad abbandonare questi gruppi estremisti”, racconta. “Quel che fa rabbrividire è la consapevolezza di quanto queste associazioni oggi non si nascondano più, che non abbiano neppure più le caratteristiche estetiche degli eversivi come accadeva anni fa. Oggi gli estremisti non solo escono allo scoperto, ma assomigliano anche ai nostri vicini di casa, al medico, al professore, al meccanico. E tutto ciò accade sicuramente grazie alla retorica che arriva dalla Casa Bianca. Si tratta di discorsi simili a quelli che facevamo noi, ma sicuramente più appetibili” spiega.

“La necessità di trovare un’identità, uno scopo nella vita”

In altre parole, secondo l’ex suprematista, oggi la politica dell’amministrazione rende il tutto più accettabile, più ragionevole. Attraverso la sua testimonianza, Picciolini riesce anche mettere a nudo le motivazioni più profonde che spingono tanti giovani ad abbracciare odio e violenza. “Credo che le persone diventino estremiste non per forza in virtù di una ideologia politica. Ritengo che l’ideologia sia solo il veicolo che permette loro di essere violenti. Le persone diventano radicali o estremiste perché vanno alla ricerca di quelli che potremmo considerare bisogni fondamentali nella vita di un essere umano, ovvero identità, comunità e la necessità di averte uno scopo“.

Lui stesso si è avvicinato alla destra estrema a seguito di vicende familiari e personali. “Ero stato abbandonato, mi sentivo abbandonato. Questa condizione mi ha portato a cercare una comunità”. Un meccanismo che scatta identicamente nel caso di tanti giovani che decidono di radicalizzarsi, iniziando un percorso di violenza tra le fila dell’ultradestra. A ciò, oggi, si aggiunge la devastante potenza di Internet e della sua capacità di diffondere idee e virus ideologici praticamente dappertutto. “Con la rete la macchina della propaganda si diffonde dappertutto, con le teorie cospirative della destra estrema, con disinformazione. Questi ragazzi disadattati, disincantati e delusi vanno online – dove la maggior parte di loro vive – e trovano in queste idee il senso dell’identità che cercano“. La comunità di cui disperatamente hanno bisogno. E così, sottolinea Picciolini, i leader di questi gruppi fanno leva sulle debolezze dei ragazzi, incanalando i loro bisogni e al contempo distruggendo la loro vita. Ma c’è una lezione utile da ricavare dai fatti di Charlottesville, secondo l’ex suprematista. Innanzitutto le violenze dei giorni scorsi hanno mostrato che il problema esiste ed è reale. Per Picciolini esso dovrebbe essere classificato senza esitazione alla voce “terrorismo”. Sarebbe questo l’unico modo per affrontare la questione ed iniziare a lavorare ad un reale profondo processo di guarigione. Intanto il morbo del razzismo continua a covare sottopelle, riaffiorando periodicamente con violenza e brutalità impressionanti.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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