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Ipotesi sulla morte di Oetzi, forse re detronizzato

Roma – “Oetzi” mori’ dissanguato, scappando ferito dopo avere sostenuto un combattimento che lo aveva visto soccombente: forse era il capo della sua comunita’, sconfitto e scacciato da una rivolta interna; o forse un pastore che aveva tentato di difendere la mandria in transumanza dalla predazione di un’altra comunita’ alpina. Sono le nuove letture possibili delle ultime analisi effettuate sull’Uomo del Similaun, la cui mummia congelata, scoperta dieci anni fa dopo cinque millenni e mezzo sotto ghiaccio a ridosso della frontiera con l’Austria, continua a essere oggetto di studi e fonte di rivelazioni propiziate dai nuovi strumenti scientifici: ha fatto il punto sugli ultimi sviluppi delle ricerche Umberto Tecchioli, della soprintendenza archeologica di Bolzano, in una conferenza a margine della XV Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto. Il dato certo sono il combattimento e la fuga dell’Uomo del Similaun, poco prima di morire dissanguato per una ferita di freccia. Tecchioli propende per la prima delle due ipotesi: un capo, piuttosto che un pastore. Nel corredo trovato insieme alla mummia dei ghiacci c’e’ infatti una preziosissima ascia di rame, mentre mancano gli strumenti della pastorizia (che, tuttavia, potrebbero essere stati abbandonati per fuggire). Nello scheletro mancano poi tracce di usura e delle lesioni artrosiche solitamente provocate dai lavori pesanti (le mani erano delicate e ben tenute). Inoltre, sottolinea Tecchioli, l’eta’: quell’uomo aveva fra i 41 e i 53 anni, un’eta’ ragguardevole per quell’epoca e per quelle comunita’, nelle quali i capi erano quasi sempre gli anziani.

Oetzi (cosi’ battezzato dal nome della valle presso cui fu ritrovato) aveva comunque combattuto, poco prima di morire: c’era sangue sulle sue armi e sulle vesti di pelle, con un DNA dell’emoglobina appartenente a quattro persone diverse (ma non e’ detto – commenta l’archeologo bolzanino – che quel sangue fosse stato tutto versato in quell’ultimo combattimento: forse c’era anche il sangue di qualche duello precedente). E una ferita profonda da taglio, con processo di cicatrizzazione appena cominciato, attraversa la mano sinistra, fino a intaccare l’osso: l’arma colpi’ fra indice e pollice il palmo della mano alzata in posizione di difesa, come per parare un colpo. Poi la fuga: una freccia lo colpisce alla schiena, senza impedirgli di allontanarsi tanto da far perdere le tracce ai suoi aggressori (nessuno ha predato il cadavere, e l’ascia di rame e’ rimasta con lui, insieme al suo arco). La punta di selce della freccia lo colpisce sotto la scapola a 145 chilometri all’ora (cosi’ si evince dall’esame balistico e dalla forza di penetrazione nei tessuti organici) e gli provoca un’emorragia interna, lenta ma mortale. Muore solo e sconfitto, l’Uomo del Similaun: nessuno lo aiuta, ma nessuno gli porta via niente. E viene rapidamente seppellito sotto una nevicata improvvisa, abbondantissima, e cosi’ e’ rimasto fino a noi. Era fra maggio e giugno, come rivelato da un recentissimo studio dei pollini su di lui, eseguito da Klaus Hoeghl, paleobotanico dell’Universita’ di Hinnsbruck. Una simile tempesta di neve non sarebbe plausibile, in quel periodo dell’anno, a meno di non collocare quell’anno in un’era glaciale. E una mini-glaciazione, durata dal 3300 al 3100 a.C. e’ documentata da dati archeologici e letterari di civilta’ in tutte le regioni del nostro pianeta, dall’Egitto alla Mesopotamia, al Centroamerica, seguita da una rifioritura generale delle civilta’ e dalla rinascita dell’economia. Infine, una datazione dell’eta’ del rame: sulle Alpi la piu’ antica presenza di questo metallo e’ documentata proprio dall’ascia di rame dell’Uomo di Similaun. Il rame arrivava con ogni probabilita’ dai monti Lessini, nel Veronese. (AGI)
 

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