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Iraq, bombardati laboratori chimici dell'Isis

Washington – La coalizione militare a guida americana ha bombardato in Iraq due infrastrutture legate al programma di armi chimiche dell’Isis servendosi delle rivelazioni di un miliziano di medio-livello operativo catturato lo scorso mese. L’uomo, riferisce il Daily Beast citando due fonti militari anonime, e’ stato interrogato a lungo da ufficiali americani in una prigione in Iraq e ha fornito “un bel po’ di informazioni” sulle potenzialita’ del programma chimico dello Stato islamico e sui suoi obiettivi.
Le due infrastrutture sono state bombardate questa settimana. Sabato e lunedi’ scorsi, due differenti comunicati della coalizione avevano riferito rispettivamente di un “centro per la produzione di armi” distrutto vicino a Mosul e di una “unita’ tattica” colpita nella stessa area. Entrambe erano connesse al programma di armi chimiche dei miliziani sunniti, che hanno lanciato in tutto una ventina di attacchi chimici nel 2015. 
Le armi di questo genere in mano all’Isis sono le bombe al cloro e il gas mostarda, quest’ultimo utilizzato almeno tre volte, secondo l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, una lo scorso agosto a Marea nella provincia di Aleppo e due nell’area dell’irachena Erbil. L’uomo interrogato dagli americani, spiega il New York Times, e’ stato identificato come Sleiman Daoud al-Afari, esperto di armi chimiche e biologiche una volta al servizio del regime di Saddam Hussein, che lo aveva assoldato nell’Autorita’ per l’industria militare. Il suo ruolo nell’organizzazione terrorista e’ stato indicato, spiegano le fonti del quotidiano americano, come “significativo” e la sua detenzione in qualita’ di combattente dell’Isis e’ stata notificata al Comitato internazionale della Croce rossa, che monitora il trattamento dei prigionieri. Al-Afari, catturato poco tempo dopo l’arrivo in Iraq delle forze speciali a stelle e strisce e oggi detenuto a Erbil, sara’ consegnato, una volta conclusi gli interrogatori, alle autorita’ irachene o curdo-irachene, cosi’ come e’ accaduto a Umm Sayyaf, la moglie di Abu Sayyaf, l’uomo che per conto dei jihadisti amministrava le entrate dei proventi dai traffici di olio e gas, ucciso in un raid americano in Siria a maggio. Lei fu arrestata e, dopo diversi interrogatori durati tre mesi, consegnata alle autorita’ curde. (AGI)
 

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