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Irruenti autori del “boom” che travolse la letteratura

Articolo di Francesca Lazzarato (Alias domenica 20.8.17) “Grandi incontri. Barcellona, inizio anni settanta: tre coppie legate da affinità, affetto, simpatie rivoluzionarie irrompono sulle scena letteraria. Un festoso addio ai canoni”

“”Nonostante siano passati quasi cinquant’anni, nella foto non è difficile riconoscere un giovane Mario Vargas Llosa, con basette esagerate e aria spavalda, con accanto la moglie Patricia; alla sua destra Mercedes Barcha, colombiana di ascendenza egizia dalla «arcana bellezza da serpente del Nilo», come la definiva Gabriel García Márquez, suo marito, l’ultimo a destra, allegramente mefistofelico; gli occhiali e la barba appartengono a José Donoso, la donna con gli orecchini è sua moglie Maria Pilar Serrano, che aveva lasciato una vita frivola e cosmopolita per condividere le sorti di un marito senza pace.
Simpatie cubane
Siamo all’inizio degli anni settanta, in una Barcellona non ancora bonificata dall’ intervento urbanistico del ’92 e molto diversa dall’odierno luna park per turisti ubriachi. Le tre coppie stanno trascorrendo una serata insieme: si incontravano spesso, tanto nei caffè del centro storico quanto nelle rispettive case dell’uno o dell’altro (i Vargas e i García Márquez abitavano quasi porta a porta, nel quartiere borghese di Sarrià), dove si discuteva di politica e di libri. Erano legati da affinità, affetto, simpatie politiche per la rivoluzione cubana, ma prima di tutto dall’appartenenza alla mappa della nuova letteratura latinoamericana, disegnata da autori al tempo stesso molto diversi e con più di un tratto in comune: ciascuno a suo modo, stavano reinventando una lingua e un modo di raccontare, avevano smesso di guardare ai padri fondatori delle letterature nazionali e tenevano conto, piuttosto, delle innovazioni dell’avanguardia.
Non erano gli unici, e forse nemmeno i più audaci tra quanti erano impegnati da tempo in questa impresa letteraria, ma di certo erano già tra i più famosi.
Tanto l’Europa quanto gli Stati Uniti li aveva da poco scoperti e consacrati con una sigla – «il boom» – che esprimeva l’effetto dirompente provocato dalla loro irruzione. Si dice che il termine venne introdotto da Luis Harss (autore di Los nuestros, fondamentale raccolta di interviste ad autori dell’America Latina, pubblicata nel 1966) sulla rivista argentina «Primera Plana», e c’è chi, tra i critici e gli scrittori latinoamericani di oggi, lo impiega con una sfumatura di disprezzo o di insofferenza per quel realismo magico che ha «macondizzato» per anni parte della narrativa di lingua spagnola (e non solo), generando una cascata di stereotipi duri a morire.
Nel momento in cui la foto venne scattata, tuttavia, «boom» significava ancora rivoluzione e novità, energia giovane come quella delle tre coppie che avevano scelto di trascorrere parte della loro vita in una città dove le costrizioni della dittatura si erano sensibilmente allentate, mentre un’intensa attività culturale, politica e sociale annunciava un clima di imminente festa libertaria. Non è un caso se i personaggi della foto, insieme a un buon numero di scrittori latinoamericani, si erano stabiliti in città, mentre altri, come Cortázar e Fuentes, la frequentavano assiduamente: prima insediata a Parigi, la piccola comunità di esuli si era in parte spostata a Barcellona grazie alle solide intuizioni di una rinata industria editoriale, pronta agli azzardi e spronata dalla presenza dell’agente letteraria Carmen Balcells, tra le principali forze motrici del «boom».
Autoritaria e materna, alla fine degli anni sessanta li aveva convinti a trasferirsi perché non restassero confinati in quelle che Donoso chiamava le loro «parrocchie»; ma li voleva accanto a sé anche per governarli meglio organizzandone la vita e controllandone il lavoro.

Capolavori alle spalle
Già nel ’62 Vargas Llosa aveva pubblicato La città e i cani da Seix Barral e Cent’anni di solitudine era apparso nel ’67 presso Sudamericana – casa editrice argentina diretta da un barcellonese in esilio – mentre Il luogo senza confini, capolavoro di Donoso, era stato pubblicato nel ’66 a Città del Messico per le edizioni Joaquín Mortiz: tutti e tre gli autori avevano dunque raggiunto una considerevole maturità, ma il vero successo, le traduzioni, le vendite eccezionali, arrivarono dopo l’immersione nel contesto barcellonese. Si era, in effetti, compiuto un miracolo: una proposta estetica di qualità indiscussa, associata a un vasto movimento ideologico, venne raccolta da un circuito editoriale capace di farla diventare un fenomeno di mercato e di trasformarne gli autori in autentiche star (futuri classici e, in alcuni casi, vere icone pop), inventando la figura, inedita nel mondo ispanico, dello scrittore «professionale».

I cugini di provincia
In agguato il rischio, segnalato dal critico uruguayano Ángel Rama, che gli autori soggiacessero alle pressioni e ai limiti del mercato, come in effetti accadde, quando, concluso lo stordente effetto-novità del fenomeno e stabilito un nuovo canone, Vargas o Fuentes, i cui nomi erano diventati un marchio, non esitarono a pubblicare «prodotti» molto lontani dalla qualità di quegli anni lontani.
Diverso il destino di Donoso, che nella foto esibisce un’aria incerta, quasi timida, e che la Balcells usava rassicurare così: «Tu sei un long seller, Pepe, non un best seller»; ma lui era, e rimase per tutta la vita, tanto ansioso di riconoscimento quanto timoroso di non poterne ricevere, tanto che Ana María Moix, poetessa ed editor catalana, disse del suo libro Storia personale del Boom che lo aveva scritto «per essere sicuro che non lo escludessero».
«Arrivano i cugini di provincia!» esclamava García Márquez quando i Donoso scendevano a Barcellona da Calaceite, il paesetto medioevale dove si erano stabiliti, e dove la colta e infelicissima Maria Pilar moriva di noia e di solitudine. Il suo torturato ménage non somigliava affatto a quello sereno di «Gabo» e «Gaba», o al sodalizio dei Vargas. Segretamente alcolizzata e devastata dall’egoismo e dalle nevrosi di Donoso, Pilar aveva poco in comune con le altre mogli (che pure mostrò di apprezzare nei suoi testi sul boom «domestico»), due «chachas», cioè tate dei propri mariti, efficienti e oculate, che li sollevavano da ogni preoccupazione senza per questo venire gratificate del ruolo di interlocutrici. Agli scrittori della foto, come del resto a tutti i protagonisti del «boom», apparteneva un machismo di fondo, e le pur notevoli scrittrici di quegli anni vennero non a caso escluse dal canone.

Un celebre litigio Se per i Vargas e i García Márquez quell’epoca fu una delle più felici, per i Donoso gli anni di Barcellona si rivelarono più dolorosi e difficili di quanto gli amici potessero immaginare. Nella foto, naturalmente, nessun segno di questi travagli. Andò a finire che, lasciata la città a metà degli anni settanta, Mario e Gabo vennero divisi da una lite forse sciocca, ma definitiva, e non si rivolsero più la parola. I Donoso, invece, rimasero a Calaceite, e da lì intrapresero un ennesimo vagabondaggio di città in città, tornando in Cile solo nel 1981: ben poche sono le foto in cui entrambi appaiono sorridenti.

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