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Non si fermerà l’ondata di violenze, anche se i palestinesi di Gaza sono stati lasciati sostanzialmente soli a protestare contro lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme. Oggi è il giorno della Grande Marcia del ritorno, che ricorda gli 800.000 profughi palestinesi costretti a lasciare le loro case nel 1948, al momento della sconfitta nella prima guerra arabo-israeliana. Persino troppo facile immaginare che la memoria di 70 anni fa e i funerali delle 58 vittime di ieri innescheranno nuove violenze e nuove repressioni. Quanto accaduto, comunque, induce la stampa internazionale a qualche interessante riflessione.

L’identificazione sbagliata tra palestinesi ed Hamas

Quello di ieri, secondo Le Monde, è stato un vero e proprio “lunedì nero” in cui “è emersa nella sua evidenza la deumanizzazione quasi totale dei palestinesi da parte della maggioranza della classe politica e della società israeliana, che non vi vedono altro se non un esercito di sostenitori di Hamas nonostante il ‘movimento della grande marcia del ritorno’ abbia provato che la società palestinese ha scelto la protesta civile e di popolo, contro il terrorismo e le armi”.

“Ignorare questa evoluzione”, aggiunge il quotidiano parigino, “è una cosa pericolosa”.

Ma è Gaza e solo Gaza a protestare

Donald Trump, rileva con distacco The Economist, “si è sempre fatto beffe degli esperti che dicevano che spostare l’ambasciata a Gerusalemme avrebbe incendiato la regione mediorientale. Aveva ragione lui. Non si sono registrate mobilitazioni di massa nel mondo arabo, e nemmeno in Cisgiordania. Solo a Gaza, dove Hamas ha fatto presto a cooptare le manifestazioni organizzate da altri”.

Il problema, semmai, è che “ora alcuni leader di Hamas temono di non riuscire a cavalcare la tigre, anche perché alcuni quadri dell’organizzazione sono profondamente indispettiti dal fatto che la leadership non abbia vendicato gli spargimenti di sangue delle ultime settimane. E il Jihad Islamico, un gruppo oltranzista rivale, dalle sue radio invita alla rappresaglia, mentre i portavoce dell’esercito israeliano minacciano ulteriori azioni in caso di prosecuzione delle proteste. Prosecuzioni che avranno sicuramente luogo. Una è prevista per oggi”.

Altri morti arriveranno

Anche il Financial Times, da Londra, vede la situazione peggiorare rapidamente: “Sia da parte israeliana che palestinese si prevede un aumento del numero dei morti a Gaza. Le moschee hanno chiamato alla protesta gli abitanti di Gaza, e già sono in movimento i pullman che stanno portando migliaia di persone verso il confine con Israele”.

Per Trump una vittoria di Pirro

La situazione, secondo il New York Times, si fa in realtà più complicata anche per l’amministrazione americana. “Le violenze hanno minacciato di mettere in secondo piano un giorno altrimenti di trionfo per Trump”, scrive, anche se “gli alleati dell’amministrazione sostengono che lo spostamento dell’ambasciata e il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele potrà avere ricadute positive sulle prospettive di pace, dal momento che forzerà i palestinesi a tornare al tavolo delle iniziative”.

Eppure “molti analisti ora ritengono che il piano messo a punto da Kushner, il genero del presidente, insieme all’ambasciatore americano in Isrele Friedman e al supernegoziatore Greenblatt, adesso ha speranze di realizzazione ancora minori di prima”.

Il cupo pessimismo di Haaretz

Un pessimismo che traspare anche dal mesto fondo di Haaretz, pubblicato in Italia da Internazionale. “Lo spostamento dell’ambasciata è un motivo di festa solo per la destra. Tutti gli altri, una minoranza trascurabile, dovrebbero piangere questo passo unilaterale”, scrive il quotidiano progressista israeliano, “Una linea diretta collega la mossa dell’ambasciata, l’uscita dall’accordo con l’Iran e gli attentati in Siria: prima Israele. Solo Israele”.

“Invece di aprire un’ambasciata statunitense a Gerusalemme, che è in parte occupata, si potrebbero stabilire due ambasciate nella città”, prosegue, “Invece di massacrare i manifestanti a Gaza, si potrebbe rispondere ai segnali di Hamas e raggiungere un accordo per rimuovere il blocco; invece di abbandonare l’accordo con l’Iran, si potrebbe mantenerlo con l’incoraggiamento di Israele; e invece di bombardare le basi iraniane, si potrebbe cercare di dialogare con l’Iran, direttamente o indirettamente. Non è così eccitante come bombardare né come esibire un mucchio di fascicoli sull’Iran. Ma queste potevano essere le vere vittorie di Israele”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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