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Israele schiera 100 cecchini al confine della Striscia di Gaza. Cosa sta succedendo

Israele ha dispiegato 100 cecchini al confine della Striscia di Gaza in vista della protesta che comincerà venerdì 30 marzo: il movimento islamista Hamas, che governa l’enclave, ha infatti chiesto agli abitanti di marciare lungo il confine con Israele a partire venerdì, Giornata della Terra, anniversario dell’espropriazione da parte del governo israeliano delle terre di proprietà araba in Galilea, il 30 marzo 1976. Le manifestazioni dovrebbero durare per sei settimane fino al 15 maggio, anniversario della fondazione di Israele, che i palestinesi definiscono “Nakba”, una catastrofe.

È stato il capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, Gadi Eizenkot, ad annunciare che alla frontiera sono stati dispiegati oltre 100 cecchini e che non sarà permessa alcuna violazione della frontiera. Le conseguenze di queste mobilitazioni potrebbero essere pesanti: Hamas ha organizzato campi vicino al confine. L’area è già stata allestita, con la creazione di cinque zone dove montare le tende. Sono già state inoltre installate toilette portatili. Le dimostrazioni inizieranno dopo la preghiera del mezzogiorno del venerdì. Gli autobus porteranno persone da tutta Gaza al punto del raduno, a qualche centinaio di metri dal confine con Israele.

Il movimento che governa la Striscia di Gaza mira a mobilitare centinaia di migliaia di persone, anche se in passato non c’è riuscito. Israele, che ha già schierato l’esercito, osserva con attenzione i movimenti della striscia di Gaza: ha già promesso una dura risposta se il confine verrà violato. Hamas sostiene che la manifestazione ha lo scopo di attirare l’attenzione sulla difficile situazione di centinaia di migliaia di abitanti di Gaza, i cui parenti sono fuggiti o sono stati espulsi dalle loro case durante la guerra del 1948.

Le condizioni di Gaza si sono ulteriormente aggravante da quando Hamas ha preso il controllo del territorio sottraendolo all’Autorità palestinese nel 2007. Il blocco israelo-egiziano, le tre guerre con Israele e una serie di sanzioni del presidente palestinese Abu Mazen hanno dissanguato l’economia della Striscia. La disoccupazione supera abbondantemente il 40 per cento, l’acqua potabile è un miraggio e l’elettricità manca per svariate ore al giorno.

Israele si oppone a qualsiasi ritorno di rifugiati su larga scala, perché “distruggerebbe il carattere ebraico del Paese”. “Cercheremo di usare la forza minima necessaria per evitare feriti e vittime palestinesi, ma la linea rossa è molto chiara: restino dalla parte di Gaza e restiamo in Israele”, ha dichiarato Yoav Galant, membro del gabinetto di sicurezza di Netanyahu. Un tentativo guidato dall’Egitto di negoziare un accordo di riconciliazione tra Hamas e il movimento Fatah del presidente palestinese, che attualmente governa la Cisgiordania, ha subito una grave battuta di arresto all’inizio di questo mese, in seguito a un attentato, fallito, contro il primo ministro dell’Autorità palestinese Rami Hamdallah. Il presidente palestinese aveva accusato Hamas e minacciato maggiori pressioni finanziarie, come il taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici o gli acquisti di carburante, per costringere il gruppo a cedere il controllo. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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