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Israele, Trump cambia la politica Usa. Ecco i 5 scenari possibili

“Che siano due Stati o uno, a me va bene la formula che piace a entrambe le parti. Per un pò mi è sembrato che la più semplice fosse quella dei due Stati, ma sinceramente se Bibi, se Israele e i palestinesi sono contenti così, io sono contento della formula che loro preferiscono”.

La fine della politica estera Usa degli ultimi 45 anni 

Con queste parole, Donald Trump ha chiuso con la linea che è stata alla base della politica estera americana sul Medio Oriente negli ultimi 45 anni, così formulata negli anni ’70 dall’allora consigliere per la sicurezza nazionale americano, Henry Kissinger, e ribadita dagli Accordi di Oslo fra israeliani e palestinesi nel 1993. E’ questo il risultato dell’atteso incontro, il primo, tra il nuovo presidente americano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu

Reduce dagli anni ‘bui’ di Barack Obama, con il quale i rapporti erano sempre stati tesi, il leader israeliano ha incassato le dichiarazioni del nuovo inquilino della Casa Bianca con soddisfazione. Non è stato così sugli insediamenti in Cisgiordania, per i quali il presidente americano ha auspicato “uno stop per un pò”. Ma Trump ha poi citato

  • la minaccia iraniana,
  • l’incitamento all’odio insegnato nelle scuole palestinesi e
  • la necessità che ci sia un riconoscimento palestinese di Israele come Stato ebraico. 

Musica per le orecchie di Netanyahu che su Twitter ha segnalato la svolta, parlando di “un incontro eccellente con Trump, un grande giorno per Israele”.

A warm and excellent meeting with President Donald Trump – a successful day for the State of Israel! pic.twitter.com/B5Z3UdlrGh

— Benjamin Netanyahu (@netanyahu) 15 febbraio 2017

 

Da Trump messaggio anti-sionista?

Ma i messaggi in realtà sono più confusi di quanto non sembrino, ha sottolineato Barak Ravid su Haaretz, analizzando un incontro segnato da “ignoranza, contraddizioni e il vuoto parlare di un accordo“.Per l’editorialista israeliano, il nuovo inquilino della Casa Bianca e la sua squadra hanno dimostrato di “essere molto lontani dall’avere una strategia coerente o di sapere come mettere insieme le varie contraddizioni per raggiungere l’obiettivo di un accordo”.

 

Una delle cose più significative che ha detto Trump – e Ravid “non è sicuro che Trump stesso abbia capito la portata delle sue parole” – è l’accantonamento della soluzione dei due Stati a favore della possibilità che Israele diventi uno Stato binazionale: “non le autonomie palestinesi, come vorrebbe Naftali Bennet (il leader del partito Focolare ebraico, espressione dei coloni, ndr)” nè “un sotto-Stato come preferirebbe Neyanyahu. Uno Stato ebraico-arabo, messaggio anti-sionista” che farebbe “rivoltare nella tomba Theodore Herzl, Zeev Jabotinsky, David Ben-Gurion e il rabbino Avraham Yitzhak Kook”. 

Abu Mazen prova con messaggi distensivi verso Trump

Da Ramallah, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen, ha ribadito “il suo impegno continuo a favore dell’opzione dei due Stati, del diritto internazionale e della legittimità che dovrebbe assicurare la fine dell’occupazione israeliana, la creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come sua capitale, che viva in pace e sicurezza a fianco d’Israele sui confini del giugno 1967″. Il leader palestinese si è detto pronto a “lavorare positivamente con l’amministrazione Trump per fare la pace”. E di fronte alla chiara richiesta del presidente americano di vedere “gli insediamenti fermarsi per un pò”, Abu Mazen ha colto l’occasione per rilanciare “l’invito al premier israeliano di bloccare tutte le attività degli insediamenti, compresi quelli a Gerusalemme Est”.

Da parte sua Saeb Erekat, uno dei più stretti consiglieri di Abu Mazen nonché a lungo capo negoziatore palestinese, ha confermato che “l’opzione dei due Stati è l’unica opzione“. Se questo non sarà, ha aggiunto, l’alternativa è un solo Stato binazionale. “Se il governo israeliano crede di poter rimpiazzare l’opzione dei due Stati con un apartheid e due regimi, dovrebbe sapere che un simile scenario non è possibile nel 21esimo secolo: se distruggono la soluzione dei due Stati, l’opzione di fronte a loro è quello dell’unico Stato”. 

Alla vigilia dell’incontro a Washington, fonti palestinesi e israeliane avevano fatto trapelare la notizia di un viaggio del nuovo capo della Cia, Mike Pompeo, a Ramallah per rassicurare il leader dell’Anp rispetto alle indiscrezioni già uscite sulla stampa in cui si parlava della volontà di Trump di prendere le distanze dalla soluzione dei due Stati.

Tutte le opzioni al momento per arrivare alla pace

Accantonata la base di partenza dei negoziati di pace degli ultimi quarantacinque anni, quali sono le alternative sul tavolo? Yedioth Ahronoth ha presentato una veloce panoramica. 

 

  • Un solo Stato: binazionale, democratico, non contraddistinto come ebraico o arabo. Molti palestinesi sono d’accordo, e di recente anche il presidente israeliano Reuven Rivlin l’ha appoggiata, immaginando una confederazione formata da Israele e un’entità autonoma palestinese che ha gli stessi diritti ma non il controllo su confini ed esercito. L’idea però non fa sorridere in tanti in Israele. Anche con l’esclusione della Striscia di Gaza, la nuova entità sarebbe costituita quasi al 50% da arabi, mettendo fine al sogno sionista di uno Stato ebraico. La totale annessione della Cisgiordania non è allettante per l’estrema destra del ministro dell’Istruzione, Naftali Bennett, che preferisce una ripartizione, con il 60% dei Territori (la cosiddetta area C) e annesse colonie inglobati da Israele e la creazione di ‘autonomie palestinesi’ nello spazio che resta. Proposta inaccettabile per i palestinesi che rimarrebbero con una serie di ‘bantustan’ a sovranità limitata, non collegati territorialmente tra di loro. 

  • Un accordo temporaneo: Di fronte allo stallo nel processo di pace, si fa strada la prospettiva di un’intesa parziale che possa dare ai palestinesi uno Stato sull’80% della Cisgiordania, con una sorta di accesso preferenziale o nuove regime per la Città Vecchia di Gerusalemme, rinviando al futuro altre questioni più scottanti, come il “diritto al ritorno” per milioni di discendenti dei palestinesi fuggiti nel 1948. Un’opzione che potrebbe incontrare il favore anche del governo conservatore di Netanyahu ma non dei palestinesi, preoccuopati che l’intesa diventi da temporanea a definitiva e immutabile nel tempo.

  • L’opzione giordana: La Giordania ha avuto il controllo della Cisgiordania e di Gerusalemme Est dal 1948 fino alla Guerra dei Sei Giorni nel 1967 e ha tuttora una forte discendenza palestinese al suo interno. Fattori che portano alcuni a ritenere che la Giordania possa giocare un ruolo nel soddisfare le aspirazioni nazionali palestinesi, riprendendo il controllo solo su una parte della Cisgiordania. Questo, però, avrebbe profondi conseguenze sulla casa regnante hashemita (tra i pochi ad aver fatto la pace con gli israeliani), senza contare che i palestinesi rifiutano in blocco l’idea.

  • Ritiro parziale unilaterale: alla metà degli anni 2000, il governo di Ehud Olmert aveva proposto un piano per un ritiro graduale dai Territori palestinesi, sulla scia della Striscia di Gaza, lasciata nel 2005. La presa del potere nell’enclave palestinese da parte di Hamas, e i missili che da allora periodicamente si abbattono sullo Stato d’Israele con conseguenti guerre-lampo dagli alti costi umani, ha però segnato una battuta d’arresto. Si teme infatti che questo scenario possa ripetersi in Cisgiordania, più grande e più vicina alle città israeliane. Più forte e sentito è il dibattito interno sullo sgombero dei coloni da alcune aree della Cisgiordania, per rendere applicabile una reale spartizione del territorio, in attesa di un accordo futuro su cui però non è chiaro chi dovrà vigilare.

  • Status quo: la situazione attuale è mutevole e in continua trasformazione. In particolare, Israele negli ultimi tempi ha accellerato il processo di colonizzazione della Cisgiordania. Va in questo senso la legge votata di recente dal Parlamento che regolarizza retroattivamente gli insediamenti su terreni privati palestinesi. Sono circa 350mila i coloni in Cisgiordania e 500mila quelli a Gerusalemme Est. In questa situazione di tensione e stallo, dall’ottobre del 2015 è nata un’ondata di violenze sporadiche da parte di ‘lupi solitari’ palestinesi che attaccano con il coltello o cercano di investire pedoni con auto o camion. Decine le vittime israeliane e centinaia quelle palestinesi.

Per approfondire:

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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