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Italicum: minoranza Pd tiene punto, ma nessuna scissione

di Giorgio Lamberti @giolamb

Roma – Il punto fermo per ora è che nel Pd non c’è alcun divorzio, “dovranno chiamare l’esercito per cacciarci“, spiega Pier Luigi Bersani allontanando lo spettro della scissione interna. “Si può stare dentro il Pd epensarla diversamente“, rilancia Roberto Speranza. Dunque la minoranza dem smentisce di voler abbandonare il partito. E anche di volersi sfilare: un esponente – forse due – tra i cosiddetti ‘ribellì’ sarà nella delegazione capitanata da Lorenzo Guerini, Matteo Orfini, Luigi Zanda ed Ettore Rosato che dovrà esplorare qual è il sentiero per cambiare il sistema di voto. “Serve lealtà“, premette il vicesegretario dem. Percorso in salita per arrivare ad un’intesa nei dem, perché “la commissione è come una mozione, non vuol dir nulla“, è la tesi dei bersaniani.

Da Matteo Renzi è arrivata una mano tesa; un passo “non sufficiente“, la risposta. La strada maestra prevede il cambio della legge elettorale dopo il referendum. “è impossibile cambiare l’Italicum entro la data del referendum“, ha sottolineato il sottosegretario Davide Faraone, “se poi Speranza è Mandrake…“. Tuttavia non è del tutto escluso, ammettono anche nel Pd (ci sono già alcuni testi nel cassetto, dal Provincellum al’Italicum 1.0 al sistema greco), che non si provi in qualche modo a fare un tentativo. In ogni caso l’ipotesi di incardinare una proposta in Commissione per un passaggio alla Camera è considerata di difficile realizzazione. “Molto probabile che si vada dopo il 4 dicembre“, spiegano fonti parlamentari dem. Il premier ieri ha aperto il confronto sui punti fondamentali dell’impianto della legge.

Nella minoranza il più dialogante è Gianni Cuperlo. Sul tavolo, tra l’altro, la discussione sul premio di maggioranza e sul turno unico. “Io voglio provarci per davvero“, ha spiegato ai cronisti. “Se si cambia l’Italicum subito noi siamo pronti a dare una mano“, ha affermato Roberto Speranza. La minoranza dem è ferma sul no al referendum ma mette in chiaro che “non può esistere e non è mai esistita una disciplina di partito sui temi costituzionali“. “Se si tira dritto, non si tirerà dritto con il mio sì, si tirerà dritto con il mio no“, è la linea di Pier Luigi Bersani. “Un’eventuale scissione nel Pd dopo il referendum la considero una follia politica assoluta“, sostiene Luigi Zanda. Il presidente del Consiglio proverà ancora a cercare un’unità nel partito, ma – spiegano i renziani – ora tocca alla minoranza la prossima mossa. “Occorre decidere“, taglia corto Andrea Marcucci. L’obiettivo è scongiurare quello che Dario Franceschini ieri ha definito ‘tormentone’. Matteo Renzi vorrebbe infatti che l’attenzione sia centrata sul referendum. Fino ad allora si discuterà di legge di bilancio: altri passaggi delicati, come la riforma del processo penale e il provvedimento sulla concorrenza, sono finiti in coda nel calendario dell’Aula del Senato. (AGI)

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