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Jesus Christ Superstar

Diogo Morgadodi Massimo Vincenzi –
Quando non ci sono più idee, serve un miracolo e chi meglio di Cristo?

Un famoso manager di Hollywood commenta così il ritorno sulla scena americana di produzioni a sfondo religioso. E il miracolo arriva anche questa volta, l’ultimo della serie, Son of  God, fa il pieno ai botteghini Usa con oltre 26 milioni di dollari nel primo week-end in “la Repubblica” del 16 marzo 2014 e un passo costante che lo porta a sfiorare i 50 milioni.

Il film viene da un marchio di origine controllata, la serie tv The Bible diventata un culto l’anno scorso su History Channel con punte di oltre 11 milioni di spettatori, impensabili sino ad allora per quel canale. Un successo così eclatante da convincere i produttori a portarla sul grande schermo e, nonostante ci sia poco o niente di nuovo da vedere, il pubblico corre comunque ad affollare i cinema. Giornali e televisioni coprono l’evento dedicando prime pagine e ore di approfondimenti in prima serata. Gesù offre, tra le altre cose, la garanzia di non passare inosservati: negli ultimi mesi c’è la conferma di una novità assoluta, arrivano film, serie tv e libri dedicati al Figlio di Dio. Diversi tra loro, dalle grandi produzioni alle avventure simil amatoriali, da scrittori affermati come il Nobel Coetzee ad autori in cerca di fama, ognuno con il suo stile, ognuno con la sua idea, ma tenuti insieme dalla voglia di raccontare “la storia più affascinante del mondo”.

Hollywood lo aveva capito in anticipo, negli anni gloriosi tra il Cinquanta e il Sessanta, con i “polpettoni” biblici, poi è scattato il tempo della trasgressione con il musical Jesus Christ Superstar e ora arriva la consacrazione popolare. «C’è voglia di religione», giurano nei dibattiti gli esperti di fede dichiarata, in realtà c’è voglia di «un Messia che cammini in mezzo a noi», come canta in apertura dei suoi concerti il rapper Kanye West, strappando urla di gioia dal pubblico. «È ovvio che accada: Cristo è la figura più importante degli ultimi duemila anni, è alla base della civiltà occidentale: interessa tutti », spiega Reza Aslan docente di storia delle religioni e autore a sua volta di un bestseller, Gesù il ribelle, che ha acceso più di un dibattito: «Penso che siano discussioni inutili, quello che ci vuole è il rispetto delle opinioni altrui, ma non si può immaginare che nessuno ne parli. Come studioso, ho cercato di dividere il mito dalla realtà. I registi e gli scrittori di romanzi invece declinano la storia secondo le loro sensibilità». Ma le polemiche arrivano puntuali.

Dieci anni fa toccò a Mel Gibson e alla sua La passione di Cristo che detiene tuttora il record di dollari guadagnati da una pellicola con i sottotitoli: 600 milioni. Incassi cresciuti proporzionalmente con i veleni: «È un horror», «No, finalmente mette in scena la vera sofferenza di Nostro Signore», impossibile accontentare tutti. Adesso il copione si replica con Son of God. I produttori, marito e moglie, Mark Burnett e Roma Downey sono credenti e il loro è un messaggio di evangelizzazione: «Siamo cristiani e siamo felici di diffondere la nostra fede a Hollywood. Il nostro film è una storia di sentimenti, e vogliamo condividere con il resto del mondo l’amore di Gesù verso gli altri». Ad appoggiarli alcuni importanti leader religiosi, come il pastore Rick Warren, che ha comprato migliaia di biglietti e organizzato visioni per i suoi fedeli. Ma non tutti la pensano così.

Nel mirino finisce il protagonista, il portoghese Diogo Morgado, che, secondo l’accusa, «sta a metà tra Brad Pitt e Bradley Cooper, sembra un modello e si muove in maniera troppo sexy». E la scrittrice ultra cattolica Jennifer Roback Morse aggiunge un altro tema: «Il film non è inerente alle Scritture. Avviene tutte le volte: i registi, che pure hanno tra le mani la più bella sceneggiatura di tutti i tempi, si divertono a cambiarla. Pensano di poterlo fare perché considerano Gesù un personaggio di fantasia, una figura pop da reinventare a seconda delle esigenze di scena».

Questa volta la variazione sul tema è meno evidente che in altri casi: «È una versione de La passione di Cristo ripulita, meno cupa e meno violenta », scrive il New York Times per sottolineare la vicinanza ai testi biblici. Questo Figlio di Dio è meno hippy, meno rockettaro di quello visto in altre produzioni: a dispetto del fisico possente, sfoggia sguardi dolenti, pieni di spiritualità. Le polemiche producono cloni. C’è un regista e produttore, John David Ware, che usa una scuderia di dilettanti e di giovani apprendisti per sfornare a ripetizione corti sulla vita del Messia, che poi lui distribuisce a chiese e circoli religiosi americani: è un’invasione che riscuote scene di entusiasmo. Adesso arriva anche Russell Crowe con il suo Noè e su Twitter l’attore non resiste alla tentazione: «Santo Padre, venga a vedere il mio film, ha un messaggio forte».

Anche la produzione letteraria subisce una nuova accelerazione. Meno di un anno fa, scala le classifiche di tutto il mondo John Niven, promettente star della scrittura anglosassone, con il suo A volte ritorno, che sciocca i credenti più ortodossi, immaginando uno strano Messia che, pur di salvare un’umanità ormai perduta, arriva a partecipare a un talent show tipo X Factor. Un libro divertente, che ricorda in alcuni passi le Lettere dalla Terra di Mark Twain, uno dei primi esempi di umorismo applicato a Cristo. Il record dell’irriverenza spetta a Andrew Masterson, che in due romanzi noir immagina che ai tempi nostri Gesù sia un malandato detective privato e spacciatore che si mischia ai derelitti della società per provare, se non a redimerli, almeno a mandarli nel regno dei cieli con il sorriso sulle labbra.

In entrambi i casi i lettori apprezzano e in Australia la serie è diventata una fiction televisiva. Meno pop e più visionario è il racconto di J. M. Coetzee che, benché alla sua maniera, non resiste alla tentazione di esercitarsi sul tema e così nel suo L’infanzia di Gesù lo immagina bambino in un mondo post apocalittico: «Perché solo i più piccoli hanno ancora la forza di essere visionari».

Resta in famiglia Colm Tóibín, che con Il Vangelo secondo Maria si immagina un monologo della Vergine ormai invecchiata e intristita. Il breve testo finisce anche a Broadway, a dire il vero con poco successo, e poi diventa, con maggior riscontro di vendite, un dvd letto da Meryl Streep. In Italia si preannuncia un trionfo l’arrivo di una nuova edizione di Jesus Christ Superstar: sul palco, oltre a Pau, frontman dei Negrita, e Shel Shapiro, ci sarà l’originale Gesù del primo musical: Ted Neeley, che in un’intervista conferma: «Certo questo ruolo ha condizionato la mia carriera. Ma è il ruolo più bello che possa capitare nella vita di un attore e di un uomo». Perché quando non ci sono idee e soldi a sufficienza ci vuole un miracolo e nessuno è più competente del Figlio di Dio e soprattutto, come quasi urla alla fine di un dibattito tv alla Cnn il pastore Rick Warren, «il messaggio dei Vangeli è eterno e merita di essere ascoltato dal maggior numero di persone possibili: solo questo conta, il resto sono sciocchezze».

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201403/140316vincenzi.pdf

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