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L’aborto e quelle strane obiezioni

Ieri, 8 marzo, il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha riconosciuto una violazione dell’Italia nell’applicazione della legge 194, la legge che regola le interruzioni volontarie della gravidanza. Questa decisione ha fatto seguito a un reclamo collettivo dell’associazione non governativa International Planned Parenthood Federation European Network assistita da Marilisa D’Amico e Benedetta Liberali, due donne straordinarie che da anni si battono con tenacia e grande saggezza in favore dei diritti dei cittadini. Il Comitato ha ufficialmente riconosciuto che l’Italia viola i diritti delle donne che intendono interrompere la gravidanza, a causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza. Il ricorso era stato presentato contro l’Italia al fine di accertare lo stato di disapplicazione della legge 194/1978 e il Comitato Europeo ha accolto tutti i profili di violazione prospettati.
Ci sarà tempo per eseguire un’analisi delle ragioni per le quali il Comitato è arrivato a queste conclusioni: per il momento mi limito a commentare lo stato dell’applicazione della legge e più generale il problema dell’obiezione di coscienza. Malgrado i molti tentativi di nascondere la verità, ignorando e falsando dati concreti che sono sotto gli occhi di tutte le persone coinvolte in questo problema – e sono bene evidenti ai medici che non si sono dichiarati obiettori – l’applicazione della legge è in crisi. Ci sono Regioni e città nelle quali la percentuale di medici obiettori si avvicina al 90%,un fatto che costringe molte donne a cercare soluzioni alternative: trovare una soluzione negli ospedali delle regioni nelle quali l’obiezione non è diventata un vero e proprio “complotto” contro la legge, come l’Emilia e la Toscana; rivolgersi ai procuratori e alle procuratrici d’aborto; scegliere la strada del “fai da te”, utilizzando farmaci pericolosi e insicuri; andare all’estero, scelta limitata alle persone abbienti. Non c’è medico che non possa elencarvi i drammi che possono conseguire a queste scelte, di aborto clandestino muoiono più di 100.000 donne ogni anno e il numero di ragazze che soffrono di complicazioni e di sequele patologiche non lo si è mai riuscito a calcolare. Il disegno che si può facilmente scorgere dietro a questa continua incitazione a rinunciare alle proprie responsabilità, approfittando di una legge sin troppo generosa con i medici inetti e disonesti, è ben evidente: convincere il legislatore che la legge è sbagliata, che il Paese non l’accetta, che bisogna fare un passo indietro e modificarla.
Per quanto riguarda la legittimità dell’istituto dell’obiezione di coscienza, mi limito ad alcune osservazioni. Prima di tutto, mi sembra assurdo configurare un diritto alla disobbedienza: il diritto, inteso come insieme di norme, ha la funzione di assicurare la convivenza degli individui, perciò la disponibilità di beni e risorse utili alla loro esistenza. Esso può essere idealmente concepito come frutto di un contratto sociale in virtù del quale i membri di una comunità politica si impegnano, a prescindere dalle loro convinzioni filosofiche, politiche e morali, ad osservare le regole che sono state approvate per il vantaggio comune. Queste regole giuridiche non sono precetti divini e pertanto non sono né sacre né inviolabili, così che quando vengono contestate sul piano etico debbono trovare soluzioni razionali e legittime. Quelle che mi vengono in mente sono solo due: dev’essere riconosciuta la facoltà degli obiettori di proporre l’abrogazione o la revisione delle norme ritenute inaccettabili; in alternativa deve essere considerato il diritto alla ribellione, un diritto che peraltro si può ammettere solo su un piano etico-politico, dinanzi ad un ordinamento rifiutato per i suoi valori. Il riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza presenta questa incongruenza: si traduce nella legalizzazione di una pretesa alla inosservanza delle leggi che può trovare, se mai, solo giustificazione etico-politica e quindi extra giuridica.
Del resto, il dovere di rispettare le norme giuridiche è rafforzato dall’osservazione secondo cui nelle democrazie ci sono Costituzioni che recepiscono istanze morali ben più di quanto facciano i regimi autoritari e prefigurano strumenti di tutela. Anche la nostra Costituzione ha fatto propri molti principi etici inerenti alla persona umanae di ciò si può avere conferma se leggiamo i discorsi dei membri della Costituente, in primis dei deputati cattolici che furono fra i più attivi nella redazione della nostra Carta fondamentale. Certo, la Costituzione, nella lettera ed ancor più nella sua evoluzione, riconosce e tutela valori morali condivisi e lascia libero campo a diversi orientamenti etici e agli indirizzi legislativi conseguenti, ma è certamente vero che le norme giuridiche introdotte da Costituzioni come la nostra, o hanno un minimo di liceità etica, oppure possono essere eliminate attraverso congegni di garanzia (rendendo superflua l’obiezione di coscienza). Infine, mi sembra una vera bizzarria il fatto che lo Stato riconosca il diritto all’inosservanza alle proprie leggi perché ritenute immorali. Che la maggioranza parlamentare non sia un’autorità morale e che le leggi possano essere criticate (nonché oggetto di proposte di modifica) per motivi anche di natura etica è fuori discussione. Ma da ciò al riconoscimento di una ripugnanza verso leggi dello Stato e alla tutela di questa ripugnanza c’è certamente un abisso. Il rifiuto morale, la criminalizzazione di una norma giuridica, potranno essere tollerate se non si traducono in comportamenti illeciti, ma che debbano trovare una consacrazione giuridica non sembra molto razionale. Per concludere, voglio solo osservare che nel caso della legge 194 sono in gioco una serie di valori che riguardano il rispetto e la tutela dell’esistenza e delle libertà fondamentali dei cittadini e che in linea di principio l’obiezione di coscienza potrebbe essere lesiva di questi valori. Poiché essi sono sanciti dalla Costituzione, è evidente che la loro violazione renderebbe costituzionalmente illecita la norma.
Adesso si tratta di trovare una soluzione e di riportare ordine in un terreno che sta diventando sempre più paludoso. Non dovrebbe essere difficile, ho letto numerose proposte fondamentalmente sagge e di non difficile realizzazione. È però prioritaria una maggior saggezza e abbiamo bisogno che le persone che verranno coinvolte dimostrino un maggior senso di responsabilità. Un ministro della Salute non può commentare i dati delle interruzioni di gravidanza dicendo che va tutto bene perché, se è vero che aumentano gli obiettori, è anche vero che diminuiscono gli aborti: una frase che mi ricorda un vecchio detto romagnolo secondo il quale, se è morto il nonno ma ha partorito la somara, i conti tornano e non è cambiato niente. E un Comitato Nazionale di Bioetica non può definire la 194 una «legge creontea» (cioè non democratica e indifferente alla sensibilità etica dei cittadini): è sin troppo evidente che nessuno dei membri ha mai letto l’Antigone e il discorso di Creonte ai vecchi della città, altrimenti avrebbero capito che le norme imposte da quel vecchio fascista hanno ben poco a che fare con una legge approvata.””

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