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L’ “altro” 11 settembre

Commemorazioni, celebrazioni, memoria e Storia. Una riflessione a partire da quella data. Nell’immagine, Salvador Allende in un francobollo della Repubblica democratica tedesca.

Adalberto Belfiore –

Venerdi’ 11 Settembre 2015 –

Puntuale come un’eclissi arriva anche quest’anno l’anniversario dell’11 settembre. E non si può nemmeno pronunciare questa data senza che l’immaginario collettivo corra alle Torri gemelle di New York colpite dai jet di linea in mano ai dirottatori per poi, invero molto stranamente, venire giù come sassi in caduta libera con il tragico bilancio di 2974 vittime innocenti, oltre ai 19 terroristi. Quelle immagini del 2001 che sembrano tratte da un film del filone catastrofico rimarranno indefinitamente nei nostri occhi e nei libri di storia, senza però che la loro drammatica spettacolarità aiuti di per se a capire granché delle cause e delle conseguenze, anzi forse occultando più che rivelando ciò che vi sta dietro. Davvero il mondo cambiò dopo l’11 settembre, come ripetono più o meno quasi tutti i commentatori, gli analisti, i centri studi? Forse, se per cambiamento si intende che per la prima volta gli Stati Uniti furono colpiti da un’azione ostile di questa rilevanza e iniziarono a perdere la loro supremazia globale. Ma per diventare come lo conosciamo adesso, il mondo attuale, quello del dominio quasi incontrastato del capitale sul lavoro, dell’aumento delle disuguaglianze, della progressiva perdita dei diritti e anche del disastro ambientale, era iniziato a cambiare qualche decennio prima, in occasione di ciò che Noam Chomsky, chiama il primo 11 settembre, quello del colpo di stato in Cile.

Bisogna essere piuttosto anziani per aver vissuto l’11 settembre del 1973 con la stessa intensità con cui un giovane può aver vissuto il secondo, quello del 2001. Le immagini a quei tempi, senza internet, arrivavano con più difficoltà, in bianco e nero. Allende, Pinochet. Che ne saprà un ragazzo d’oggi, che gliene importerà? Eppure è una cosa che riguarda da vicino la sua vita e i suoi diritti, perché in un paese del remoto Cono sud dell’America Latina era iniziata un’esperienza che avrebbe davvero potuto cambiarlo il mondo, ma in un senso favorevole a quelle che una volta si chiamavano le masse popolari. I proletari, i lavoratori, la gente comune. Insomma tutti quelli, e sono l’immensa maggioranza dell’umanità, che lavorano per vivere e spesso vivono per lavorare a beneficio d’altri. In piena Guerra fredda, con un campo socialista che stava rivelando le sue inemendabili caratteristiche di sistema politicamente e socialmente oppressivo e incapace di sviluppo, il programma di Salvador Allende, un socialista che credeva, forse anche troppo, nella democrazia, prevedeva la nazionalizzazione delle grandi miniere di rame, delle banche, delle compagnie di assicurazione e di tutte quelle attività che condizionavano lo sviluppo economico e sociale del Cile. Anche la produzione e la distribuzione di energia elettrica, i trasporti ferroviari, aeri e marittimi, le comunicazioni, la siderurgia, l’industria del cemento, della cellulosa e della carta. Insomma era, quello di Allende, un paradigma opposto a quello che regge il mondo attuale, che si concretizzava in un programma politico mirato innanzitutto a recuperare le risorse nazionali dal controllo delle multinazionali straniere.

Gli interventi dei primi mesi del suo governo, nel 1970, puntarono all’aumento dei salari e a una maggiore decisionalità dei lavoratori nelle imprese pubbliche e partecipate, alla nazionalizzazione delle più importanti industrie, delle banche e delle altre industrie strategiche. La riforma agraria iniziò con procedimenti di espropriazione puntando all’abolizione del latifondo. Lo stato passò a controllare il 30% del credito, l’85% delle esportazioni e il 45% delle importazioni. La disoccupazione iniziò a diminuire e il livello dei consumi delle famiglie di minor reddito ad aumentare. Anche la mortalità infantile scese grazie al rilancio del servizio sanitario pubblico, a diverse campagne di salute e di sicurezza alimentare, come la famosa distribuzione di mezzo litro di latte al giorno ad ogni bambino di età inferiore ai 14 anni, che fu tra i primi programmi ad essere annullato dalla dittatura. Su queste basi e questo programma Unidad Popular vinse democraticamente le elezioni e Allende divenne presidente. Confrontato alla teoria economica dominante oggi, quella del neoliberismo, il programma di transizione democratica a una società non più segnata dalle disuguaglianze proprie del capitalismo era un’eresia inaccettabile. Infatti non fu accettata, iniziò il boicottaggio e si arrivò al golpe. E il golpe in Cile, come ricorda John Coatsworth, storico dell’Università di Cambridge, portò in America Latina a una catena di omicidi di massa, prigionieri politici, vittime di tortura, desaparecidos, esecuzioni di dissidenti non-violenti e altri orrori in numero di gran lunga superiore a quelli commessi dopo la guerra in Unione Sovietica e in tutti i suoi satelliti dell’Est.

Per decenni gli Stati Uniti e la CIA negarono ogni coinvolgimento, ma ormai i documenti (declassificati nel 2008) del National Security Archive hanno acclarato il ruolo di Kissinger, premio Nobel per la pace, e del presidente Nixon nell’insediamento di una delle più brutali dittature del dopoguerra. Pinochet fu lo strumento attraverso cui al posto dei programmi di Allende trovarono la loro prima applicazione i dogmi neoliberisti di Milton Friedman e della Scuola di Chicago (pochi sanno che i cosiddetti Chicago boys furono un gruppo di giovani economisti cileni formati all’Università di Chicago e passati poi a dirigere la politica economica della dittatura). Ossia privatizzazioni, assoluta discrezionalità degli imprenditori, diminuzione della spesa pubblica e delle tutele sociali, prima di tutto quelle garantite dal sistema sanitario e pensionistico. Il modello fece scuola e, con le specificazioni del cosiddetto Washington Consensus, fu poi applicato con effetti socialmente devastanti a tutta l’America latina fino agli anni ’90 e oltre. E ora, dopo che la maggioranza dei governi sudamericani ha compiuto una decisa svolta democratica e progressista, lo stesso modello viene applicato a noi europei, con effetti altrettanto nefasti, resi macroscopicamente evidenti con la crisi globale iniziata nel 2008 e la lunga stagnazione che ancora stiamo vivendo. Tanto che lo stesso modello di stato sociale e tutele del cittadino, forse il patrimonio più cospicuo dell’identità europea, sta subendo un processo di erosione di cui non si vede né la fine né il sorgere di forze in grado di difenderlo e svilupparlo efficacemente. Ma per l’opinione ripetuta e amplificata dai media mainstream come in una sala degli specchi, il “secondo 11 settembre” ha cambiato il mondo, mentre il primo, di cui ricorre oggi il 42° anniversario, sembra piuttosto classificato come ebbe a dire Henry Kissinger a Nixon: “un fatto irrilevante”.

Eppure è proprio da lì, dall’immagine di un Presidente legittimamente e democraticamente eletto costretto a suicidarsi per non cedere alla violenza dei golpisti e dei loro mandanti, che è nato un mondo in cui la maggioranza delle persone, se non riesce a soddisfare i bisogni elementari della vita non si sente vittima di un sistema ingiusto ma piuttosto incolpa se stessa di essere perdente. Ma soprattutto non è in grado di indicare un’alternativa ed è indotta a pensare che tale modello sia naturale e dunque cambiarlo sia impossibile. Questo è ciò che ha significato il colpo di stato in Cile nel lontano 1973, il primo 11 settembre.

http://www.lettera22.it/showart.php?id=13089&rubrica=52

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