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L’amore è un dolce tiranno che non sopporta la libertà

L'amore è un dolce tiranno che non sopporta la libertàQuando un filosofo si occupa d’amore e vuol compiacere il pubblico, rischia di inserirsi in un filone assai famigerato, che chiamerò sciampismo intellettuale. È un rischio per tanti sociologi e psicologi, pensatori e cantautori. L’amore tira e copre un target vasto, da Papa Francesco agli innamorati, dai filantropi ai fidanzatini romantici e agli erotomani.

Lo sciampismo teologico è un rischio che ha seriamente corso Vito Mancuso in un libro neonato dal titolo e dalla copertina assai ruffiani: Io amo e un cuoricino rosso tra le due parole (Garzanti, pagg. 210, euro 14,50).

Mancuso rischia di passare da Sant’Agostino a San Valentino e vedere i suoi pensieri finire nei baci Perugina. Il libro di Mancuso costeggia l’abisso della banalità ma tutto sommato conserva dignità e intelligenza; semmai le sue cadute sono più da teologo che da paraninfo o da provolone. Per esempio quando dice, per compiacere il politically correct , che «il giudizio etico» sui transgender «non può che essere positivo». Arrivo a capire la comprensione ma addirittura l’elogio etico… O quando si accoda alla retorica di ridefinire l’omosessualità come omoaffettività, termine insensato. O quando sostiene che le donne sono più religiose degli uomini perché l’essenza femminile è la relazione (salvo dire a poche pagine di distanza che «l’Io è costitutivamente relazione», non solo l’Io femminile). Per lui l’ homo homini lupus è maschile mentre l’ homo homini deus è femminile (congettura del tutto arbitraria). O quando afferma che «è assolutamente decisiva la stabilità nell’orientamento sessuale», salvo premettere che l’attrazione s’impone al soggetto, non c’è sua scelta; e dunque se al cuor non si comanda, chi può garantire stabilità all’orientamento sessuale? O quando, volendo applicare la reciprocità, arriva a dire che un atto sessuale è ammissibile solo se è reversibile: «se vuoi praticare sesso anale chiediti se sei disposto tu a che venga praticato su di te e agisci di conseguenza».

Qui Mancuso sodomizza la logica e sfonda il muro del grottesco. Ma non mancano argomenti più solidi e traspare il consueto tentativo del teologo de La Repubblica che poi spiega il suo successo mediatico: rendere compatibile la fede con i gusti odierni, conciliare teologia e politically correct , morale religiosa e pratica corrente, Dio e piacere, religione e ateismo.

A volte però adotta qualche forzatura: per esempio quando sostiene che è conforme alla legge naturale ciò che fa fiorire la vita e invece non è conforme alla natura ciò che la fa sfiorire. In realtà si fiorisce e si sfiorisce per legge naturale; nascite e morti, aurore e tramonti rientrano nella legge ciclica e naturale della vita. Perché dare quest’immagine solo rosea e ipocrita della vita? O quando sostiene che l’etica è universale, valida per tutti, mentre la religione è una specifica opzione, cioè una modalità subordinata: ma è davvero secondaria la differenza tra un’etica proiettata nell’eternità e una risolta nel tempo, un’etica fondata sull’idea di Dio e una sull’autonomia dell’uomo? No, non è secondaria la differenza e ancor meno dovrebbe esserlo per un teologo e un credente quale mi pare sia Mancuso. Perfino un laicista e non credente come Norberto Bobbio riconosceva che la prospettiva religiosa dava una più alta e rigorosa fondatezza all’etica… Può un teologo considerare l’etica universale e la religione particolare?

Ma il tema centrale su cui riflettere è il rapporto tra amore e libertà. Mancuso afferma da un verso che l’amore è l’unione di due libertà, ma dall’altro ammette che nell’innamoramento «tutto avviene a prescindere dalla nostra libertà», anzi «la libertà si ritrova a non poter fare a meno di servire». Ma allora, scusi Mancuso, che libertà è? A questo punto bisogna avere il coraggio e la coerenza di dire che amore e libertà non coincidono affatto, perché l’amore è legame, destino, dipendenza, bisogno dell’altro, appartenenza, a volte perfino schiavitù. Tutto meno che libertà. L’amore è la perdita gioiosa, e a volte dolorosa, della libertà. È una cessione al più reciproca di sovranità, abdicazione di autonomia e ripudio d’indipendenza. Non capirò mai cosa sia «la libertà di scelta» – diceva Andrej Sinjavskij – forse che noi scegliamo chi dobbiamo amare, l’oggetto della nostra fede, il genere di malattia che ci affligge? L’amore è una ragione assoluta, dispotica, che agisce dal di dentro e imprigiona. Che libertà possiamo vagheggiare – seguitava il dissidente russo – quando siamo inghiottiti, quando non ricordiamo, non vediamo nulla, tranne l’Oggetto che ci ha scelto e, dopo averci scelto, ci tormenta o ci ricompensa? Appena intendiamo liberarci – dal peccato o da Dio, fa lo stesso – ci sovrasta una forza nuova che ci tenta sino a che non ci siamo dati interamente a lei. La libertà è sempre negativa e presuppone un’assenza, proseguiva Sinjavskij, un vuoto che anela a essere riempito al più presto. «La libertà è fame, nostalgia di dominio e se oggi se ne chiacchiera tanto è perché ci troviamo in un periodo d’interregno. Verrà un sovrano dotato di poteri assoluti e porrà fine a tutto questo parlamentarismo spirituale chiamato “libertà di scelta”». Parola di Andrej Sinjavskij, che forse liberale non fu ma uomo libero senz’altro, avendo scontato la libertà sulla propria pelle. Per lui non c’è solo incompatibilità tra amore e libertà ma c’è la forte tentazione della libertà a cercare vincoli e dominatori.

Ma non basta. L’amore è predilezione, dunque da un verso è il contrario della giustizia perché non dà a ciascuno il suo ma dà a qualcuno priorità totale e considera speciale la persona amata; e dall’altro non si sposa con la filantropia, perché l’amore è elettivo ed esclusivo, non è estensivo e universale. L’amore separa la persona amata dal resto, la considera unica e insostituibile, invece la giustizia o per altri versanti la filantropia non fa distinzioni se non di urgenza. Insomma l’amore nel senso di eros è un dolce tiranno che non riconosce giustizia e libertà, filantropia e nemmeno verità, con cui, anzi, è incompatibile. L’amore libero fu una delle false utopie hippie e poi sessantottine: il sesso può essere libero nel senso della pluralità dei rapporti, ma l’amore no. La condizione umana è tragica anche per questo: perché ogni giorno ci tocca scegliere non solo tra il bene e il male ma a volte anche tra beni antitetici o tra mali opposti. È il caso dell’amore rispetto alla libertà e alla verità, alla giustizia e all’umanità. Non ci resta che il politeismo dei valori. L’amore è un magnifico incanto e un’ardua armonia ma rischia di scivolare in un dispotismo totalitario e sconfinato.

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