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L’esodo in cerca del divorzio breve

 
di MONICA D’AMBROSIO e ANNA DI RUSSO
ROMA – Due anni di matrimonio e sette per divorziare. E’ la storia di Antonio, napoletano, 42 anni con un figlio di 8. Più che dalla fine della sua storia e dai 30mila euro spesi tra lui e la ex moglie per ottenere la sentenza, l’uomo sembra provato dai tempi della giustizia. “È durato di più l’iter tra aule di tribunale e studi legali che non il matrimonio stesso – spiega – fossi andato in un qualunque altro paese più civile del nostro, avrei perso meno soldi e meno tempo”. Lo chiamano turismo divorzile, si tratta della possibilità di salire su un aereo e recarsi in una delle tante capitali europee per mettere la parola fine alle nozze in pochi mesi. Questo grazie a un
regolamento dell’Unione europea, che consente ai cittadini comunitari di rivolgersi a qualsiasi tribunale dei paesi dell’Unione per ottenere una sentenza valida su tutto il territorio. Sempre che le cose siano fatte secondo le regole. È di un paio di giorni fa la notizia dell’annullamento di 180 divorzi di coppie italiane che avevano scelto la Gran Bretagna per sveltire il loro addio. Purtroppo un avvocato senza scrupoli li aveva fatti figurare residenti a Londra a quello che era solo l’indirizzo di una casella postale.

Il fenomeno, iniziato una decina di anni fa, con il riconoscimento dell’annullamento del matrimonio in tutti i paesi dell’Ue, ha conosciuto di recente un vero e proprio boom tra gli Italiani alle prese con separazioni giudiziali che possono arrivare a costare 50mila euro, con tempi non prevedibili. Nel 62% dei casi i nostri connazionali – sottolinea l’Istat nel suo ultimo rapporto di giugno su “Separazioni e divorzi in Italia” – hanno impiegato cinque anni solo per passare dalla fase della separazione legale alla successiva domanda di divorzio, contro i sei/sette mesi degli altri paesi europei, alla fine dei quali si ottiene la sentenza. Anche Antonio, come tutti gli Italiani che intendono divorziare, ha dovuto attendere i canonici tre anni per una sentenza di separazione salvo poi depositare in Tribunale la richiesta di divorzio. Un iter relativamente breve, anche se non privo d’intoppi dal momento che l’ex moglie aveva provato a convertire il divorzio da consensuale a giudiziale solo per ottenere più soldi. Proposito da cui la donna ha desistito, stremata lei stessa dalle lungaggini giudiziarie.

“Ormai i divorzi giudiziali sono appannaggio delle persone benestanti che preferiscono rimpinguare le tasche degli avvocati piuttosto che concedere un beneficio in più agli ex”, sottolinea l’avvocato Elena Pollio, legale di Antonio nonché esperta in diritto di famiglia. “Le persone con redditi medio-bassi accettano ogni tipo di compromesso, rinunciano ai loro diritti per spendere meno soldi e sperano di arrivare a una sentenza in tempi più rapidi. Oppure optano per una capitale europea, dove il fast divorce è già una realtà”, ricorda.

Le mete preferite. Solo in Spagna, secondo l’Istat, sono volati circa 2mila italiani nell’ultimo quinquennio, cifre che tendono a salire se si considerano paesi ancora più low cost, come la Romania, dove per dirsi “addio” possono bastare circa 3mila euro, volo e spese di traduzione della sentenza incluse. In totale, secondo l’Associazione avvocati matrimonialisti italiani, sarebbero più di 8mila le coppie che negli ultimi cinque anni hanno optato per i tribunali stranieri. Un business che ha fatto nascere agenzie specializzate nell’organizzazione di trasferte, in particolare verso l’Inghilterra, dove è sufficiente dimostrare che la loro separazione consensuale è una scelta inevitabile e irrevocabile. Basta quindi un volo andata e ritorno, un indirizzo di residenza, qualche udienza davanti al giudice e una spesa di 3500 sterline (circa 4500 euro) per ottenere una sentenza nel giro di 6 mesi. Sempre che le cose siano fatte a regola d’arte cosa che l’inchiesta londinese sembrerebbe mettere in forse.

Costi ancora più contenuti in Spagna, dove, con meno di 1000 euro per coniuge, si ottiene una sentenza da esibire presso i Comuni di residenza e valida a tutti gli effetti. Infine, sempre più organizzata e dunque preferita, è la Romania. Agenzie romene presenti in molte città italiane offrono pacchetti che comprendono avvocato romeno, assistenza in Romania, residenza nel paese da inizio a fine processo. Un pacchetto che costa la modica cifra di 3500 euro (da dividere in due) per una sentenza che talvolta arriva anche in tre mesi. Cifre che non dovrebbero essere molto diverse da quelle imposte dai tariffari degli avvocati italiani, ma che nella realtà lievitano tra rinvii e intoppi burocratici capaci di far passare anche 7 anni prima che un tribunale emetta il verdetto.

E sui social network corre la rabbia. “Siamo al 22 settembre e i giorni passano via come il vento e qui niente di nuovo per rendere civile questo paese. Non posso consolidare un nuovo rapporto d’amore perché secondo il Senato dovrei aspettare 3 anni, mentre non so neanche dove sta la mia ex moglie”. Sfoga così la sua rabbia per delle riforme che tardano ad arrivare, Massimiliano, nome di fantasia, su uno dei gruppi nati su Facebook e dedicati al divorzio breve. Sui social network si susseguono lamentele, racconti di storie personali e lettere indirizzate ai parlamentari. “Buon giorno senatore Giovanardi – scrive un altro iscritto al gruppo  – sono separato consensualmente con due figli minori e sia io che la mia ex moglie vorremmo risposarci, ma siamo bloccati a causa dei tempi da voi imposti e non cambiati”.

Le novità istituzionali. In un Paese in cui, rispetto a quasi 10 anni fa, i matrimoni diminuiscono mentre le separazioni aumentano del 68,8% e i divorzi raddoppiano, il Parlamento italiano ha deciso di mettere al centro della sua agenda un disegno di legge sul divorzio breve, attualmente in discussione al Senato. La proposta di legge punterebbe a ridurre i tempi dello scioglimento del matrimonio: 12 mesi in caso di contenzioso e 6 mesi consensuale. Tempi che se da una parte fanno ben sperare le coppie che si apprestano ad affrontare una separazione, dall’altra fanno sorridere molti avvocati, consapevoli che nel caso di cause giudiziali, con 3 gradi di giudizio, i tempi previsti non potrebbero essere rispettati.

Per tentare di semplificare le cose è intervenuto anche il decreto legge del “pacchetto giustizia” che prevede, tra l’altro, la possibilità di ottenere la separazione o il divorzio grazie ad un accordo tra le parti negoziato anche da un solo avvocato o – su richiesta  – dall’Ufficiale di Stato civile, saltando così giudice e tribunale. Anche questa però, sempre secondo l’Associazione avvocati matrimonialisti, sarebbe una mezza riforma, perché oltre a lasciare invariati tempi e costi, si rivolgerebbe solo alle coppie senza figli a carico e convinte di voler procedere con una separazione consensuale: ovvero circa il 20% dei casi. Sui banchi del Senato, invece, ancora non si vede quella che da molti viene considerata la vera rivoluzione per il nostro sistema giuridico: una proposta che contempli la possibilità di eliminare la fase della separazione, come tappa obbligatoria e preliminare al divorzio. Potrebbe essere questo il vero passo per abbreviare i tempi e decongestionare le aule dei tribunali, considerando che nel 98% dei casi chi sceglie di separarsi, non torna più indietro.

Una bella festa. E quando alla fine si riesce a divorziare? Si fa festa con un bel “divorce party”, una moda che arriva dagli Usa e che sta prendendo campo anche in Italia, tanto che ora sono nate delle agenzie che servono le feste di “addio al matrimonio” chiavi in mano, dalla location al buffet agli ospiti a sorpresa.

Un’odissea fra Londra e Madriddi CATERINA PASOLINI
ROMA – “Mi sento un po’ come Sophia Loren. Carlo Ponti andò in Messico per divorziare e riuscire a sposarla, visto che all’epoca in Italia le nozze erano indissolubili. Anche io sono emigrata per riuscire a rifarmi una vita in tempi decenti dopo un matrimonio sbagliato. Ho bussato alle porte inglesi, spagnole. E alla fine ce l’ho fatta. In sei mesi sono tornata zitella (sorride, ndr), pronta a sposare il mio Giuseppe”. Laura, 35 anni, impiegata in un paesino dei Castelli romani racconta il suo viaggio oltre confine nel divorzio veloce. Tra incontri sbagliati e truffe, avvocati perbene e weekend a Madrid.

Perché è andata all’estero a divorziare?
“Per sfuggire ai tempi eterni delle pratiche italiane che ti accorciano la vita, anche quando tutti e due sono d’accordo nel lasciarsi e non ci sono figli di mezzo a pagare scelte sbagliate”.

Quale è la sua storia?
“Mi sono sposata a 25 anni. Eravamo due coetanei che si sono accorti subito dopo di non avere nulla in comune. Ma era ormai troppo tardi. Quando abbiamo deciso di lasciarci, di mesi e di anni ne avevamo già sprecati troppi. Era un matrimonio nato sbagliato e tenuto in piedi per forma, per non deludere i parenti”.

Tutti e due d’accordo nel lasciarsi, dunque?
“Io e Stefano eravamo sulla stessa linea, in fondo vivevamo separati di fatto da almeno otto anni quando abbiamo deciso di fare le pratiche, di rendere ufficiale quella che per noi era ormai la realtà quotidiana. Ma quegli anni vissuti di fatto ognuno per conto proprio, cercando un’altra vita e trovando altri compagni, non ce li avrebbe riconosciuti nessuno”.

Niente sconti?
“Ovviamente no. Per la giustizia italiana eravamo come due sposi innamorati. Quindi avremmo dovuto partire da zero: separarci legalmente e poi dopo tre anni cominciare le altre pratiche del divorzio. Quattro anni ancora nella menzogna, con la vita sospesa in un limbo: ci sembrava una muraglia, una montagna troppo pesante sulle spalle”.

Dove ha trovato l’agenzia inglese?
“Ce l’avevano consigliata amici che si erano trovati bene, in poco tempo erano riusciti a divorziare, ma a noi non è andata così. Poi abbiamo scoperto il perché”.

Quale è stato il problema?
“Beh, leggendo le pagine dei giornali in questi giorni capisco che quella famosa residenza in Inghilterra che ci avevano promesso, necessaria per avere il divorzio, era per lo meno sovraffollata. La casa era in realtà la casella postale di cui hanno scritto i quotidiani, probabilmente la stessa cassetta delle lettere in cui ‘vivevano’ già altre centinaia di coppie italiane in attesa di divorzio e che ora si sono ritrovate buggerate”.

Ma andiamo con ordine.
“Chiamiamo al numero italiano. Ci dicono che è solo un distaccamento, che l’ufficio legale centrale sta a Londra. Ci mandano un contratto via mail, ci spiegano che bisogna avere una residenza temporanea in Gran Bretagna, che penseranno loro a trovarla come a tutto il resto. Noi paghiamo mille euro di anticipo e aspettiamo notizie”.

Una lunga attesa?
“Dopo un anno di scuse, chiamate vaghe, telefonate che passano da La Spezia a Londra e ritornano in Italia, con questi che palesemente temporeggiano, ci stufiamo. Stefano è imprenditore, è un uomo deciso, alla fine riesce a farsi dire la verità”.

Cioè?
“Ammettono vaghi che ci sono problemi in Inghilterra per i divorzi italiani, evidentemente era già partita l’indagine, qualcuno aveva scoperto probabilmente le false residenze, quella cassetta sovraffollata. A questo punto propongono la Romania per le pratiche, ma noi siamo ormai stanchi, delusi, abbiamo perso la fiducia. Rivogliamo indietro la caparra e a fatica dopo mesi riportiamo a casa 500 euro”.

E si riparte da capo, con un anno perduto.
“Sì, a questo punto cerchiamo in internet, troviamo lo studio Ruggeri e Galli di Frascati che in un anno ha trattato una sessantina di divorzi all’estero. Ci chiedono un acconto di duecento euro su una spesa finale di circa tremila”.

Sempre in Inghilterra?
“No, questa volta tutto si farà in Spagna. Ci dicono che uno di noi due deve avere una residenza temporanea e che loro hanno almeno trenta possibili punti di appoggio a Madrid e in altre città tra cui scegliere. Appartamenti o stanze da affittare, ma anche persone disponibili ad ospitare dietro compenso. Sta a noi decidere”.

E cosa affittate?
“Guardi, la casa, l’appartamento o la stanza che sia, erano comprese nel prezzo delle spese processuali. Stava a noi decidere poi se in Spagna ci volevamo andare o meno mentre gli avvocati lavoravano per preparare le carte utili al divorzio”.

Ma ci siete andati a Madrid?
“Sì, solo quando abbiamo divorziato. Dieci minuti davanti ad un cancelliere, con una persona che ci traduceva gli atti per essere sicuri che capissimo bene, un timbro, la firma e via. Poi siamo andati a berci una birra”.

Quanto tempo era passato?
“Sei mesi dall’inizio delle pratiche spagnole, contro i quattro anni italiani. Tremila euro la spesa, il costo sarebbe stato di poco inferiore in Italia”.

E adesso che siete di nuovo liberi?
“Veramente io mi sono già risposata un paio di mesi fa col mio Giuseppe. E Stefano sta per rimettere su casa e famiglia anche lui”.

Fonte

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