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L’incontro con i gesuiti: «Consolate, non castigate il popolo di Dio»

Francesco tra i Gesuiti in Corea (da www.cyberteologia.it)Francesco tra i Gesuiti in Corea (da www.cyberteologia.it)

Andrea Tornielli
Seul

Incontrando a sorpresa i gesuiti della Sogang University di Seoul, ieri sera Papa Francesco ha chiesto nuovamente ai preti, ai novizi e ai giovani ancora impegnati nel percorso di formazione di essere misericordiosi, di non cedere nella tentazione del clericalismo diventando «chierici di stato». Parole che riecheggiano anche il contenuto delle aggiunte a braccio che Bergoglio ha fatto nell’incontro con i vescovi della Corea: segno che si tratta di indicazioni pensate per la Chiesa di questo Paese. Il discorso a braccio non è stato fornito dalla Sala Stampa vaticana, la trascrizione è stata messa online e resa disponibile da padre Antonio Spadaro, direttore de «La Civiltà Cattolica», che era presente all’incontro.

 

«C’è una parola – ha detto il Papa – che mi prende molto: consolazione. Consolazione: la presenza di Dio in qualunque sua modalità. Nostro santo padre Sant’Ignazio sempre cerca di confermare la decisione della riforma di vita o della elezione di stato di vita attraverso il secondo modo di “elezione”: la consolazione. Consolazione è una parola bella per chi la riceve. Però è difficile dare consolazione. Quando leggo il libro della Consolazione del Profeta Isaia – ha aggiunto Francesco – leggo che è un lavoro proprio di Dio quello di consolare, consolare il suo popolo. Quando uno vive un limite doloroso, se lo sa fare con amore, diventa un seme di consolazione per questa persona».

 

Il popolo di Dio, ha spiegato il Papa, «necessita consolazione, di essere consolato, il “consuelo”. Io penso che la Chiesa sia un ospedale da campo in questo momento. Il popolo di Dio ci chiede di essere consolato. Tante ferite, tante ferite che hanno bisogno di consolazione… Dobbiamo ascoltare la parola di Isaia: “Consolate, consolate il mio popolo!”. Non ci sono ferite che non possono essere consolate dall’amore di Dio. Noi in tal maniera dobbiamo vivere: cercando Gesù Cristo in modo da portare questo amore a consolare le ferite, a curare le ferite».

 

Francesco ha quindi fatto riferimento alla scena rappresentata da alcuni giovani poco prima al santuario di Solmoe: «Questa sera un gruppo di giovani ha rappresentato la parabola del figliol prodigo. Rappresenta bene qual è l’atteggiamento di Dio davanti alle nostre ferite. Dio consola sempre, spera sempre, dimentica sempre, perdona sempre. Ci sono molte ferite nella Chiesa. Ferite che molte volte provochiamo noi stessi, cattolici praticanti e ministri della Chiesa».

 

«Non castigate più il popolo di Dio! Consolate il popolo di Dio! – ha esortato il Papa – Tante volte il nostro atteggiamento clericale cagiona il clericalismo che fa tanto danno alla Chiesa. Essere sacerdote non dà lo status di chierici di stato, ma di pastore. Per favore, siate pastori e non chierici di stato. E quando siete nel confessionale ricordatevi che Dio non si stanca mai di perdonare. Siate misericordiosi!».

 

Padre Spadaro ha definito queste parole «un discorso semplice e potente, tutto incentrato su una parola – consolazione – che per noi Gesuiti è una parola fondamentale: la consolazione spirituale. Ha detto che noi siamo ministri di consolazione, che a volte nella Chiesa si sperimentano fatiche, a volte ferite, e a volte la gente sperimenta ferite anche a causa dei ministri della Chiesa. E ha ribadito quell’espressione che mi aveva comunicato nell’intervista della Chiesa come “ospedale da campo”. L’ha ribadita, l’ha confermata. Questa è la sua visione della Chiesa. Quindi, il compito di noi Gesuiti – ma direi più in generale dei ministri del Vangelo, dei sacerdoti, dei religiosi – è quello di essere persone di consolazione, che danno pace alla gente, che leniscono le ferite. E l’ha ripetuto in vari modi e con accenti molto intensi che la trascrizione non rende».

Fonte

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