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L’influenza del pensiero greco sull’insegnamento di Gesù. 108

Dobbiamo tener presente che la Galilea, chiamata spregiativamente la «Galilea dei Pagani» ai tempi di Gesù, non era alllora un paese esclusivamente giudaico, ma contava una parte della sua popolazione di cultura ellenistica, composta da latifondisti stranieri, guarnigioni romane e da ebrei della diaspora ivi immigrati (e totalmente ellenizzati). Senza contare. le schiere di pellegrini che, specie in occasione delle festività, la transitavano per affluire a Gerusalemme. La città santa contava allora quasi 50.000 abitanti, ma vi giungevano ogni anno circa 120.000 pellegrini.E non si deve trascurare il fatto che vi regnava una casata reale di cultura ellenistica: Erode I il Grande (37-4 a.C.), despota orientale e suddito dei Romani, che non era ebreo ma idumeo, i suoi figli Archelao, Filippo ed Erode Antipa, quest’ultimo governatore di Galilea e Perea, il «Re Erode» dei Vangeli. Costoro si circondavano cli dotti greci, amavano la letteratura e l’arte greca, edificavano città su modelli architettonici greci (Cesarea), contribuendo così all’ellenizzazione della Galilea. Le città greche di Hippos e di Gadara si trovavano non lontano dal teatro dell’attività pubblica di Gesù e sono visibili dalla riva occidentale del lago di Genezareth. Molti ebrei parlavano greco, e parecchi avevano nomi greci (fra i discepoli di Gesù, ad esempio, Andrea e Filippo); anche l’aramaico era contaminato da una ricchissima terminologia ricalcata sul greco. Rabbini palestinesi spesso compivano i loro studi non solo ad Alessandria, ma anche ad Atene e a Roma. Le sinagoghe di Galilea recano tracce evidenti dell’influenza greca, e anche a Gerusalemme esistevano sinagoghe greche. Persino la lingua del culto era spesso il greco. Molto spesso si sente dire che Gesù, della cui esistenza esteriore sappiamo solo quello che ci tramandano i Vangeli, intraprese viaggi in quelli che allora erano considerati paesi stranieri. Molti studiosi ammettono senza difficoltà la possibilità che Gesù sia stato sfiorato dagli atteggiamenti filosofici allora più diffusi e lo riconoscono anche alcuni teologi cattolici.Molte espressioni usate da Gesù come: «Dare è più gratificante che prendere» sitrovano negli scritti di Aristotele. L’altra massima intorno all’angustia delle porte che conducono alla salvezza e alla larghezza della via che conduce alla perdizione è già presente in Esiodo e nel racconto di Prodico concernente le scelte di vita di Eracle. L’esortazione di Gesù al discepolo che vuol dare sepoltura al padre «Lascia che imorti seppelliscano i morti! Ma tu va’, e annuncia il Regno di Dio» trova corrispon-denza nel comportamento del discepolo di Serapide, che alla morte del padre nonabbandona il Serapeion «in nome di Serapide». O ancora, il discepolo di Gesù chenon deve por mano all’aratro né voltarsi indietro ha un riferimento preciso nel con-tadino corinzio, il quale fu talmente avvinto dalla lettura del Gorgia platonico, cheabbandonò l’aratro per recarsi da Platone. E la proibizione di portare con sé duevesti suggerisce immediatamente l’utilizzazione da parte di Gesù del patrimonioconcettuale della filosofia cinica.

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