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La 3a guerra mondiale e l’eclisse degl’intellettuali

Riccardo Lala – In un momento in cui viene opportunamente evocata, e  al massimo livello, il pericolo di una 3a Guerra Mondiale, a qualcuno potrebbe anche sembrare fuori luogo preoccuparsi, come ha fatto La Stampa nei  suoi numeri del 29 el 30 e del 5 Ottobre, della scomparsa, o meglio dell’irrilevanza, degl’intellettuali.  Eppure, i due temi sono, e sono sempre stati, fra  loro strettamente collegati, fino dai tempi dei poeti augustei, di Erasmo, del “Progetto della Pace Perpetua”. Anche le grandi mobilitazioni di intellettuali nel XX° Secolo erano state legate proprio, innanzitutto, ai temi della pace e della guerra, sicché sembra anche del tutto logico che, oggi, all’irrilevanza degl’intellettuali, corrisponda, come di fatto avviene, l’urgente incombere della guerra stessa.
Cerchiamo Intanto di “prendere le dimensioni” di ambedue i fenomeni, per  poi vedere com’ essi s’ influenzino reciprocamente, e quale potrebbe esserne lo sbocco. Anticipiamo  che, a nostro avviso, l’attuale irrilevanza degl’intellettuali non costituisce, nella sostanza, una reale novità, essendo, in pratica, la continuazione della situazione del ‘900, cioè da un lato, dall’inconsistenza della vecchia “retorica dell’ impegno” durante l’“egemonia culturale marxista”, e, dall’ altro, dalla cronica minorità politica dei critici della Modernità: in definitiva, dell’inadeguatezza dell’intellettuale moderno a fronteggiare l’avanzare del disegno tecnocratico di conquista violenta del mondo.

1. Cosa intendiamo per “3a Guerra Mondiale”?
Il primo a parlarne era stato Norman Podhorez, un “teocon” americano  il quale aveva sostenuto, addirittura, che la 3a Guerra Mondiale (la “Guerra Fredda”) fosse già perfino terminata (e fosse stata vinta dagli Stati Uniti), e che, ora, ne sarebbe già incominciata addirittura  una quarta, quella contro l’ Islam. In realtà, secondo Podhorez,  la “guerra mondiale” non si arresterebbe mai, in quanto essa non sarebbe che il risultato  dello scontro inevitabile fra i “valori occidentali”, incarnati dall’ America, e quelli premoderni, diffusi nel resto del mondo. Quest’idea, apparentemente paranoica, non si allontana per altro da quella di classici autori americani, come Giorgio Washington, Ralph Waldo Emerson e Walt Whitman, i quali, concependo gli Stati Uniti come “i Legislatori del Mondo”, trovavano naturale che, dopo ogni guerra, essi incontrassero “un altro Messico”, da sconfiggere, saccheggiare e convertire, per imporre finalmente ovunque la propria visione del mondo. Essa si apparenta, poi. a quella della “Guerra Senza Limiti”, fatta propria dai militari cinesi, i quali vedono, nella Modernità, una guerra continua, combattuta  non solo con mezzi militari in senso stretto, ma anche con quelli culturali, ideologici, tecnici, scientifici, ideologici, mediatici, spionistici, economici, mediatici, di costume, eccetera (Qiao Liang e Wang Xiangsui, “Guerra senza limiti”). Infine, essa è riflessa nello stile “Interventistico” dei nostri “media”, i quali, lungi dal preoccuparsi per le dimensioni desunte oggi sotto tutti i cieli dalle vicende belliche, bensì si concentrano esclusivamente nel demonizzare gl’infiniti avversari dell’ Occidente, non solo quelle che compiono bombardamenti, stragi o esecuzioni, ma anche quelli che propugnano tesi diverse, che rivendicano parità di trattamento , o rifiutano, dinanzi alle manifestazioni di piazza, di cedere le cariche alle quali erano stati regolarmente eletti.

In questa situazione è difficile discernere i periodi di pace e quelli di guerra, cioè le guerre “ad alta intensità”, in cui si utilizzano in percentuali rilevanti dei “mezzi di distruzione di massa”, e quelle “a bassa Intensità” (tutte le altre). In quest’ottica, la “Guerra Fredda” potrebbe essere definita come una “Guerra a bassa intensità”, in quanto, pur utilizzando in larga misura guerre guerreggiate, guerre economiche, covert operations, guerre psicologiche, terrorismo, ecc…, non si giunse ai genocidi, ai bombardamenti atomici e convenzionali, alle stragi, alle deportazioni e alla leva generale e obbligatoria, che avevano caratterizzato invece,  le due Guerre Mondiale.

Ma, quando il Papa denunzia,come ha fatto,  lo scatenamento della 3° Guerra Mondiale, intende, a nostro avviso,  parlare proprio di una  “Guerra Mondiale” in senso stretto (quella “vera”,“ad alta intensità”, anche se “a macchia di leopardo”). Infatti, abbiamo già, in questo momento, operazioni belliche “a tutto tondo” in Ucraina, Siria, Irak, Palestina, Sahel, Libia, Corno d’Africa, Afghanistan, Pakistan, India, Mar della Cina, e azioni di destabilizzazione in Israele, Moldova, Caucaso, Hong Kong,….Partecipano a queste operazioni, se non altro come promotori, finanziatori, fornitori o impegnati in operazioni umanitarie, tutti i Paesi della NATO e del Medio Oriente, la Russia e la Cina. Il fatto che, a oggi, il numero dei morti sia “solo” di centinaia di migliaia, e non di milioni, e che il grosso degli scontri si svolga fuori del territorio metropolitano delle Grandi Potenze, ci può forse consolare, ma non certo tranquillizzare. 

Proprio il fatto che, a queste operazioni, partecipi, in un modo o nell’altro, tutto il mondo, dimostra che, oggi, ancor più che nel 1914, il gioco può agevolmente sfuggire di mano alle Grandi Potenze, che pure stanno attizzando il fuoco. Allora, un gruppo terroristico  aveva provocato, con l’ Attentato di Sarajevo,  l’ultimatum e la dichiarazione di guerra alla Serbia, questi, la mobilitazione generale in Russia, e questa ancora l’invasione del Belgio da parte della Germania; così, anche oggi un’esercitazione militare di troppo, un errore dell’antiaerea, uno sconfinamento di frontiera, un bombardamento “non autorizzato” potrebbero fare scattare la guerra totale. Situazioni di allarme esistono infatti  in tutto il mondo: in Europa Orientale, in Medio Oriente, sul Mare della Cina.

Intanto, come ha rilevato giustamente Guido Rssi su “Il Sole 24 Ore del 4 Novembre, le Nazioni Unite hanno già perduto ogni controllo sulla situazione, come dimostra il fatto che, per i bombardamenti contro l’ ISIS, Ban-Ki-Moon non si è scomodato neppure più a convocare il Consiglio di Sicurezza, e la Turchia sta per invadere la Siria senza chiedere il permesso a nessuno (salvo che al proprio Parlamento). Tant’è vero che Shim’on Peres ha proposto di sostituire l’ONU con una costituenda “ONU delle Religioni”, visto che la prima non ha funzionato e non funziona.

Ma la vera novità della 3° Guerra Mondiale è che essa si accompagna all’utilizzo di nuove tecnologie, come i “Big Data”, le nanotecnologie, il “Progetto Brain”, l’Intelligenza Artificiale, il Progetto PRISM, i missili ipersonici, che non mirano più ad annientare il nemico, né le sue risorse, bensì ad annientare individualità dei nemici, dei diversi, dei resistenti, e, in definitiva, di tutti i sudditi. Alla fine ridotti a semplici accessori di macchine onnipotenti, che, in effetti, stanno invadendo sempre più i campi di battagòlia e le nostre case.

2. L’irrilevanza degl’intellettuali. 

Raramente nella storia gl’intellettuali sono riusciti a risultare determinanti nelle grandi scelte concrete dell’ Umanità. Però,almeno, nel passato, lo erano stati nel formare delle tendenze sociali di fondo e di lungo periodo: San Paolo, Dante, Lutero, De Las Casas, St. Simon, Fiodorov…Purtroppo,  gl’intellettuali moderni, efficacemente satireggiati, per esempio, da Nietzsche, sono caratterizzati da un orientamento esistenziale piccolo-borghese che mal si concilia con martiri, guerre, esili, eresie, viaggi oceanici, rivoluzioni, esistenze nascoste e di sacrificio. Come potrebbero, nelle condizioni in cui si trovano, elaborare visioni grandiose e anticonformistiche, come erano state quelle del Katèchon, della Monarchia Universale, del Libero Esame, dell’indigenismo, della rivoluzione manageriale, della conquista dello spazio? A maggior ragione, quanto alle decisioni concrete, gl’intellettuali moderni si sono trovati di solito dinanzi al fatto compiuto: per Goethe, la Rivoluzione Francese; per Verdi, il Risorgimento; per Rolland, la Ia Guerra Mondiale; per Simone Weil, la Seconda.

Il caso concreto dell’ impegno contro la guerra può dunque costituire l’esempio più calzante per spiegare il declino del ruolo degl’intellettuali.
Certamente, l’ideale della pace è un tema antichissimo e condiviso da intellettuali di tutti gli orientamenti, ma era stato solo nel 1914 ch’ essi avrebbero avuto finalmente una tentazione, e una chance, di fare qualcosa per esso. Tuttavia, questa chance la sprecarono, anche perché quel poco che fecero, o piuttosto scrissero, contro la guerra, Rolland, o la von Suttner, fu certamente meno di ciò che scrissero, e fecero, Marinetti e Mann, Mussolini e D’Annunzio, per fomentarla. Tutti, in fondo, parte dell’unico gioco della Modernizzazione. E la guerra, alla fine, comunque, ci fu.

Come ha osservato Angelo Benessia su “La Stampa” del 4 Ottobre, quando i nostri pubblicisti lamentano l’attuale irrilevanza degl’intellettuali, essi hanno però in mente, come punto di riferimento, gl’intellettuali “organici” del 2° Dopoguerra, che si mobilitavano continuamente, e inutilmente, per disparate cause, ma, innanzitutto, anch’essi, contro la guerra: la Guerra di Corea,  quella del Vietnam, quelle del Golfo. Qualche (rara) volta anche contro Piazza Tian An Men. Pensiamo a Russell, a Sartre, a Marcuse, a Joan Baez. Quest’intellettuali sono accusati, e giustamente, con la comodità tipica degli epigoni, dai loro epigoni contemporanei, di parzialità, per aver addossato sempre le maggiori responsabilità della guerra agli Stati uniti e all’Occidente, ignorando le minacce dell’ URSS e della Cina. Un pacifismo certamente strumentale, come lo fu tutto un allineamento a sinistra che, come minimo, si sapeva essere inutile, data l’obiettiva complicità di Est e Ovest nell’ Ordine di Yalta, il tutto riducendosi a un “teatrino mediatico”, in cui gl’intellettuali servivano solo a dare una patente  di nobilità ad ambedue le parti contendenti, “riconfezionando”  le vecchie ideologie ottocentesche per i loro “aficionados”, in modo da dare a questi ultimi una parvenza di vitalità. Il caso più estremo era stato costituito dalla contemporanea sessione, nel 1949, al Waldorf Astoria di New York, della “Conferenza Culturale e Scientifica per  la Pace nel Mondo”, diretta da Joliot-Curie e Šostakovich, e di intellettuali anticomunisti (per lo più ex comunisti), fra cui James Burnham.

Oggi, è venuto meno il principale movente di quell’ “impegno”: la comoda sinecura degl’intellettuali organici occidentali che criticano l’America con i soldi dell’ URSS, al riparo dell’America stessa, ma  facendo l’occhiolino a quest’ultima. Infatti, con la fine della finzione sovietica, il potere del Complesso Informatico-Militare in Occidente si rivela così com’è: unico e onnipervasivo. Certo, non senza nemici, anzi, con tanti nemici, in tutto il mondo. Ma, finalmente, dei nemici veri. Per questo, non c’è più bisogno di teatrini mediatici, perché le sue tesi sono chiare e tranchant. Non dovendo più nascondersi dietro il pretesto del comunismo, non gli servono più le finte scaramucce degl’intellettuali. Gli serve, nuda e cruda, una martellante “propaganda di guerra” contro il resto del mondo, che, con una valanga di concetti e immagini eterogenei, crei come dei riflessi condizionati di ostilità a tutto ciò che non appaartenga al nostro piccolo spicchio di mondo (sia esso islamico o est-asiatico, russo o sudamericano…). A mano a mano che il momento decisivo per la vera “Guerra ad Alta Intensità” si avvicina, ogni tentennamento e approfondimento dev’essere bandito: il dialogo diventa cedimento; la privacy diventa una breccia nella difesa contro il terrorismo; la razionalizzazione della difesa europea, un indebolimento di quella atlantica, ecc..Del resto, già alla vigilia della 2° Guerra Mondiale, il pacifismo, che pure annoverava nomi illustri, come Gandhi e Giono, era stato considerato addirittura un reato, e,  in Francia molti attivisti pacifisti di varia tendenza  erano stati perfino fucilati.

Ma vi è di più: al giganteggiare del “Pensiero Unico” della Società del Controllo Totale, corrisponde oggi,  come è stato correttamente posto in rilievo negli articoli di questi giorni sul “La Stampa”, un nuovo tipo di “Intellettuale organico”, completamente “embedded” nelle lobbies tecnocratiche, nei servizi segreti, nelle forze armate, nelle testate appartenenti alla grande finanza, nelle lobbies dei “think tanks” e dei “talk shows”, preparato per svolgere quei nuovi compiti specialistici che servono per l’avanzamento della rivoluzione tecnocratica. Come ha scritto Massimo Panerari su “La Stampa” del 30 Settembre: “All’ intellettuale impegnato si sono in buona parte sostituite le figure dello ‘specialist’ dell’ esperto, veicoli  non di cultura umanistica, ma, all’ americana, di competenze specifiche applicate alla politica, e in possesso di un’indiscutibile influenza (basti pensare al ruolo dei think tank d’Oltreoceano)” . 

Ultimo stadio: l’esperto impegnato è divenuto veramente, come desiderava Stalin, un “ingegnere delle anime”. Ad esempio, Ray Kurzweil, che, come direttore tecnico di Google, crea l’uomo artificiale; o Christiane Amanpur, che, con i suoi servizi dal fronte,  riesce a fare, della guerra, uno spettacolo; oppure, gli “anchorman” che, da una trentina di anni, fanno sfogare tutte le sere, nei “talk shows”, i lavoratori licenziati, gl’imprenditori falliti, i giovani disoccupasti, i ricercatori emigrati, gli esodati, le vittime della mafia, senza che mai ne sia uscita la seppur minima proposta concreta. 

3.Verso una nuova “Missione del Dotto”? 

Perciò, l’attuale scivolamento verso la 3a Guerra Mondiale non è casuale. Esso costituisce in fondo il risultato finale di un disegno di conquista totale del mondo, in gestazione almeno dalla fine del ‘600 (p.es., “o Quinto Imperio” portoghese di Dom Sebastião e di Antonio Vieira) – quando, infatti, Eméric Crucé aveva già sentito il bisogno di rilanciare, come antidoto,  l’ antichissima idea della Pace Perpetua, e Rousseau aveva messo in guardia contro una guerra europea di dimensioni fino ad allora mai viste (che, invece, secondo Nietzsche, sarebbe stata comunque inevitabile)-. 

In questo disegno, sono confluiti, da un lato, l’antica idea imperiale, e, dall’ altra, l’ansia di onnipotenza tipici della stregoneria e dell’ alchimia.  

Le guerre napoleoniche e hitleriane ne hanno costituito semplicemente delle attuazioni parziali, e, verrebbe da dire, “artigianali”. Il movimento “occidentalistico”, con la sua idea della guerra tecnologica, non ha dunque  fatto altro che concretizzare quell’antico  progetto, e Schmidt e Cohen,  managers di Google, hanno solo compiuto l’ultimo passo, quando, sulle rovine della Baghdad occupata, hanno stipulato fra di loro, com’essi stessi raccontano nel loro “The New Digital Age”, una sorta di patto per “condurre l’America alla conquista del mondo, così come la Lockheed aveva fatto nel 20° Secolo”.

Ma non solo gl’intellettuali “organici”, deliberatamente funzionali al disegno mondialistico e tecnocratico,  bensì anche quelli “disorganici” (per usare una felice espressione di Franco Cardini), cioè  quelli che non si sono posti deliberatamente al servizio della “Marcia del Progresso” (e sono stati tantissimi), hanno contribuito  all’ avanzamento, e, addirittura, al superamento, di quel  progetto di l’unificazione della conquista mondiale  con l’utopia tecnocratica. Nietzsche, invitando gli “Ultimi Uomini” a “tramontare” per fare spazio al Superuomo, ha fornito la più estrema giustificazione al moderno “cupio dissolvi”, premessa necessaria del futuro mondo delle macchine; Asimov, con i suoi “best sellers” sulla sostituzione dell’ uomo coi robot, ha campato brillantemente sull’inevitabilità della rivolta dei computers; Heidegger predicando che “ormai solo un Dio può salvarci”, affermava implicitamente l’impossibilità di cambiare la storia… 

A dispetto di queste diverse complicità con l’incombente “Fine dell’Uomo”, e, anzi, anche a causa di esse, la responsabilità degl’intellettuali, non solo c’è, oggi, ancora tutta, ma, addirittura, è divenuta più urgente e più stringente che mai. 

E’ ben vero che, oramai, gl’Intellettuali organici “embedded” nel  Complesso Informatico-militare hanno creato un sistema autoreferenziale di tecniche e di credenze che paralizza ogni velleità di opposizione, e che i più intraprendenti fra di essi sono addirittura all’ avanguardia di quel sistema universale che rende praticamente inevitabile la trasformazione degli uomini in macchine, e l’unificazione di tutte le machine in un unico macrosistema (“la Singularity”). Tuttavia, questo processo non è, fortunatamente, ancora terminato. 

Intanto, esso sta passando, come abbiamo visto, attraverso la sua “fase bellica” (appunto, la “3a Guerra Mondiale”, comunque la si concepisca). E, poiché questa “Singularity”, essendo contraria a qualunque orientamento fino ad ora conosciuto nelle diverse culture umane, non può che incontrare  resistenze di ogni genere, nascono, così, altri, piccoli o grandi, “complessi informatico-militari” (la “Balcanizzazione del Web”), il che, attraverso un’accresciuta conflittualità ( ad alta o bassa intensità che sia), da un lato, radicalizza e generalizza il processo di meccanizzazione dell’Umano, ma dall’ altro, anche lo devia,  parcellizzandolo, e dando, così, alla cultura, ancora qualche anno e qualche spazio di libertà per riflettere e individuare degli antidoti. 

Inoltre, il senso finale e complessivo dell’omologazione universale è ancora indefinito, perché un macrosistema che possa prescindere (come vorrebbe, ad esempio, Kurzweil),  non solo dagli uomini, ma dalla stessa materia, esiste solo nelle religioni, non già nella scienza e nella tecnica.

Di conseguenza, chi abbia una propria visione alternativa del futuro dell’ Umanità, e/o modelli culturali, e/o tecnologici, diversi da quello in via di affermazione potrebbe (e dovrebbe) intervenire proprio in questa fase. Questo è, appunto, ciò che si verifica nell’ultima, discussa,  parte del film di Kubrick “Odissea nello Spazio”, in cui l’astronauta, dopo avere smontato il computer di bordo, si avventura in una serie di esperienze psichedeliche e mistiche, finché, dal suo letto di morte, non nasce un Fanciullo Divino (il Superuomo? il ”Figlio dell’ Uomo”?). 

In definitiva, gl’”intellettuali” sono chiamati proprio a interpretare questi segni dei tempi, e a dire la loro sulla guerra tecnologica, sulla dittatura delle macchine, sull’equilibrio fra le macchine e l’uomo. L’intero panorama tradizionale delle domande metafisiche, filosofiche, sociali e politiche non può non esserne influenzato. Quel “Cambiamento di Paradigma”, per usare l’ espressione di Kuhn, invocato da molti, ma che dovrebbe andare oltre l’ economia, per investire addirittura le visioni del mondo. Perfino le scienze e le tecniche devono essere rivisitate in modo critico, anziché essere consegnate supinamente agli “intellettuali embedded” che preparano e fomentano la IIa Guerra Mondiale. Di qui, l’esigenza di una nuova generazione di “saggi”, esenti dalle pecche tanto dei vecchi intellettuali politicamente impegnati e irrilevanti, quanto dei nuovi intellettuali organici al Complesso Informatico-Militare: una generazione capace di svolgere questo compito eroico in tempi tecnici strettissimi, trovando, entro questi tempi, un adeguato interfacciamento con la società civile e il mondo politico –  quella che Nietzsche aveva chiamato “la Missione del Dotto”-. Forse, “Dotto” (“Gelehrter”) sarebbe infatti espressione più appropriata che non “intellettuale”, termine profondamente marcato dall’ abuso che, come si è visto, ne hanno fatto e ne fanno le società totalitarie di ogni colore.

Le campagne che stiamo lanciando attraverso i “Quaderni di Azione Europeista” dell’Associazione Culturale Diàlexis (Alpina, Torino, 2014) mirano, fra l’altro, proprio a conseguire questo risultato, mostrando il collegamento strettissimo che vi è fra settori molto diversi dell’attività umana, come il dialogo per la pace (“Ucraina 2014, No a un’inutile strage”: http://www.ultimabooks.it/ucraina-2014),  la tutela dei diritti degli Europei contro la “Società del Controllo Totale” (“L’Habeas Corpus Digitale, Nuove Tecnologie per l’ Europa”: http://www.ultimabooks.it/l-habeas-corpus-digitale-e-le-nuove-tecnologie-in-europa), l’azione dell’ Unione Europea per le Nuove Tecnologie ( “Restarting EU Economy via Knowledge-Intensive Industries”: http://www.ultimabooks.it/restarting-eu-economy-via-knowledge-intensive-industries).

L’Europa cotituisce uno snodo essenziale per questo cabiamento di paradigma, perché il Sud e l’ Est del Mondo, che pure disportrebbero delle enormi risorse culturali, politiche ed economiche., necessarie per costituire l’”humus” dei nuovi “saggi”, non hanno ancora metabolizzato pienamente la Modernità, mentre, invece, gli Stati Uniti, che l’hanno fatto invece in modo quasi integrale, sono completamente  nelle mani del Complesso Informatico-militare, sicché i loro intellettuali sono isolati e osteggiati in questo genere di ricerche, come dimostra il caso dei “guru”  digitali anticonformisti (come Bill Joy) completamente spariti dalla circolazione, e dei whistleblowers imprigionati o braccati (come Brad/Chelsea Mannig). Ma, per poter svolgere imn modo adeguato il proprio compito, proprio l’Europa dovrebbe realizzare per prima il proprio cambio di paradigma quanto a pluralismo culturale (fine dell’arroganza “occidentalistica”), indipendenza politica (Politica Estera re di Difesa), assertività economica e sociale (rilanciare un “modello socio-economico europeo”(cfr: http://www.ultimabooks.it/100-tesi-per-l-europa).

 

 

 

La 3a guerra mondiale e l’eclisse degl’intellettuali

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