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La casa delle signore buie

Pupi Avati – Roberto Gandus, La casa delle signore buie, Golem Edizioni, Torino 2016, pp. 126.
Il noto regista e l’amico sceneggiatore hanno confezionato una notevole novella esoterico-orrorifica. Tutto l’intreccio oscilla attorno a una misteriosa congrega monacale femminile e ad un ancor più misterioso culto indirizzato a conseguire una sorta di “immortalità terrena”. Già nell’angosciante Zeder, una pellicola del 1983, Pupi Avati aveva interpretato gli spazi che nell’antichità erano consacrati alla mantica e ai culti misterici come “luoghi di risurrezione”, cioè luoghi in cui il flusso temporale tra vita e morte s’interromperva, rendendo possibile ai defunti di tornare in una parvenza di immortalità. L’attuale novella ripercorre questa tematica in modo molto più suggestivo: lo spazio cadaverico diventa il nutrimento psichico che delimita la presenza fantasmatica. Le oscene monache e il loro ancor più osceno culto canalizzano il desiderio, molto umano, di conseguire l’immortalità. Un conseguimento anelato da vecchie nobildonne in cerca di una perennità effimera.
Gli antichi Gnostici presupponevano una pratica magica e teurgica, efficace nel controllo delle potenze planetarie soggette al divenire: secondo le parole dell’Apocryphon Johannis esse non sarebbero altro che espressioni e modalità nel pensiero del demoniaco Demiurgo Ialdabaoth[1].
Un altro trattato cosmogonico di Nag-Hammadi, lo Scriptum sine titulo, rinvia il lettore gnostico all’autorità di un «Libro dell’Heimarmene» (enschema engimarmene < schema tes heimarmenes) a noi mai pervenuto[2]. Labile è infatti la linea di demarcazione che separa le speculazioni sui pianeti e sulle forze che li governano da discutibili pratiche inclini a conseguire un controllo sulla corporeità: l’utilizzo di questa conoscenza imponderabile è infatti in bilico tra il conseguimento della salvezza e la ricerca di una finalità eminentemente magico-pratica o, se si vuole, stregonica.
Poche righe prima il medesimo Scriptum sine titulo nomina non a caso un «Libro di Salomone»[3], archetipo di quei libelli salomonici diffusi nella goezia medievale. Su questi argomenti si sono versati fiumi d’inchiostro, attribuendo di volta in volta la paternità della tradizione magica salomonica a questa o a quell’altra koinè testuale e culturale[4]. Il teologo e cronografo Niceta Coniata descrive strane manipolazioni magiche celebrate da un’imperatrice bizantina, che le avrebbe attinte da un non ben identificato biblos Solomonteios, un libro il cui uso garantiva l’asservimento di svariate legioni di demoni[5].
Il culto diabolico  è la conseguenza di un fraintendimento tra libertà soterica e prassi magica in cui è implicita una disciplina dei luoghi, ritenuti coagulo e sede di forze planetarie. Maghi itineranti compirebbero i loro abominevoli riti presso tali luoghi, solo apparentemente consacrati ad un culto religioso esteriore.


[1] Cfr. Apocr. Joh. II, 12, 11-13; cfr. anche le osservazioni di Y. Janssens, «L’Apocryphon de Jean (pt. III)», in Le Muséon, 84 (1971), pp. 403 ss.
[2] Or. Mund. II, 107, 16-17 (ed. L. Painchaud [Québec (Canada)-Louvain-Paris 1995], p. 168).
[3] Ibid. II, 107, 3.
[4] La bibliografia a riguardo è sterminata; per una prima messa a punto del problema cfr. P. Perdrizet, «Sfragis Solomonos», in Revue des Études Grecques, 16 (1903), pp. 42-61; H. Leclerq, «Salomon», in F. Cabrol-H.Leclerq (eds.), Dictionnaire d’Archéologie Chrétienne et de Liturgie, Vol. 15/1, Paris 1950, coll. 589 ss.; Th. Baumeister, Märchen und Lieder um könig Salomo, Köln-Kairo 1969, passim; e D.C. Duling, «Solomon, Exorcism, and the Son of David», in Harvard Theological Review, 68 (1975), pp. 235-252.
[5] Cfr. De Man. Comn. IV, 190-191 (PG 139, 489).
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