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La complessità del reale

Di Ileana Montini | 16.11.2016 –

Dopo le elezioni amministrative italiane che hanno segnato una caduta in basso del partito renziano, con la netta preferenza delle periferie per i Cinque Stelle a Roma, abbiamo l’elezione di Trump grazie agli operai o ex, ai contadini, al ceto medio segnato fortemente dalle conseguenze della crisi economica. Un Trump virulento secondo la sub cultura machista e decisamente incline a destra, ha vinto con largo margine sulla donna “di sinistra”. Quindi, ora è chiaro che la classe operaia ovunque, dalla Val Trompia bresciana alle periferie americane, si lascia prendere, affascinare, trascinare dai partiti e dai movimenti cosiddetti populistici. Con buona pace della residua sinistra nostrana che continua a interpretare il mondo con categorie superficialmente marxiane. Cosa sta accadendo di difficile lettura interpretativa? Il discorso che si snoda da Salvini alla Le Pen, a Grillo batte con insistenza le note dell’accusa ai politici di professione, alle élites eterne, alle vecchie caste e istituzioni, accusandole di non capire la realtà. Quale realtà?

C’è semplicemente una realtà che sfugge alla comprensione dei politici di professione? Sì, forse. Forse si chiama globalizzazione.

Nel 2010 il sociologo Ulrich Beck scrisse un grosso saggio sulla globalizzazione: Potere e contropotere nell’età globale, ed. Laterza. Mi chiedo sempre se politici come la Santanché, Salvini, Renzi, Boschi… lo hanno letto. Comunque, Beck scriveva che è in atto un meta-mutamento dell’economia, del politico e della statualità.

Con la globalizzazione – sottolineava – è stato aperto un nuovo gioco che derealizza i vecchi giochi: la politica si svincola dalle frontiere e dagli Stati. Con l’emersione di nuovi giocatori, ruoli, risorse, regole sconosciute e nuovi contraddizioni e conflitti.

La globalizzazione è una trasformazione silenziosa, epocale, del sistema nazionale e internazionale dell’equilibrio e delle regole del potere, finora dominato dagli Stati. Il meta-potere sfugge alle categorie del legale e dell’illegale: è translegale. Un potere che può riscrivere le regole della sovranità legittima nazionale e internazionale.

Un esempio? Subito dopo la vittoria di Trump si sono succeduti alla Tv servizi interessanti con interviste ai cittadini americani. Una di quelle raccontava lo stato d’animo di gruppi di operai delle fabbriche dell’acciaio. La Cina, dicevano, è in grado di produrre a minor costo perché può infischiarsene delle rigide regole di tutela dei diritti dei lavoratori, di rispetto dell’ambiente contro l’inquinamento. Poi ci sono le delocalizzazioni: tutti fenomeni che hanno ridotto la Classe operaia seminando disoccupati. Trump non ha forse venduto la sua merce nella fiducia del reinserimento di forme di protezionismo doganale proprio a cominciare dalla Cina?

Beck annunciava un paradosso: la globalizzazione va di pari passo con l’accentuazione delle frontiere; e con l’aumento esponenziale dei controlli alle frontiere.

Anche Aldo Bonomi, attento sociologo italiano, scriveva sempre nel 2010 che la globalizzazione ha creato conflitti tra spazio dei flussi e spazio dei luoghi. Fornendo forme di riterritorializzazione delle identità che puntano a riscoprire la comunità sulla base della distinzione amico/nemico. (Sotto la pelle dello Stato, ed.Feltrinelli 2010). Se la Lega di Salvini gioca con spregiudicatezza sugli sbandamenti, le insicurezze per il presente e per il futuro, c’è una “sinistra” cattolica, e non, che opera strenuamente una riduzione della complessità del reale.

Una mattina, subito dopo la vittoria di Trump, alla trasmissione “l’aria che tira”, c’era in diretta il prete bresciano d’assalto Fabio Corazzina e un folto gruppo di cittadini di Montichiari che si sono registrati in comitato per respingere degli uomini richiedenti asilo da ospitare nella caserma. Il prete accusava senza mezzi termini il comitato di razzismo e di posizione eccezionale in un panorama bresciano idilliaco: a Brescia città la presenza multietnica raggiunge quasi il 40 per cento, le classi scolastiche rigurgitano di bambini figli di stranieri e tutto marcia bene, benissimo.

Nessun cenno a quanto è accaduto l’estate scorsa quando, in una zona della città, c’è stata una reazione dei cittadini che non volevano dei richiedenti asilo in arrivo; con il sindaco Del Bono all’oscuro (come sempre) degli arrivi e preoccupato perché, a suo dire, la pressione sulla città è già al limite con difficoltà e conflitti di varia natura. Il prete diceva che i giovani arrivano con i loro progetti di vita e le loro tradizioni. Ecco un’altra riduzione della complessità: con le loro tradizioni. Non è che le tradizioni culturali – la mentalità – di cui sono portatori legittimi sia adattabile tout court con quella degli autoctoni. Si consideri, per esempio, l’aspetto delle relazioni uomo-donna. La Repubblica (5 novembre 2016) intitolava un articolo: “Migranti, un altro caso Colonia risse e molestie al centro sociale. A Lipsia il collettivo “Conne Island” organizzava serate con ingresso a 50 centesimi. Poi la retomarcia: “Siamo stati ingenui, il mix di culture può essere esplosivo”. Appunto.

Il giornalista Massimo Gianni qualche giorno dopo ha scritto un articolo (La Repubblica, 1.11.016): ”Come rassicuriamo i cittadini impauriti nelle periferie, in cui si concentra un flusso in entrata non ‘gestito’, ma ormai solo ‘parcheggiato’ a spese della collettività, nei Cara, negli hotpost e nelle strutture temporanee degradate e incostudite? Quale leader nazionale si è affacciato a Gorino, a parlare alle famiglie che hanno sbarrato il passo a un pullman di dodici donne immigrate? Denunciare le colossali bugie del ‘pifferaio’ populista non basta più.”

http://www.italialaica.it/news/articoli/56219

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