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La confessione presso i valdesi

Il 1° aprile 1488 Giovanni Bret rivelò a un inquisitore che circa tre anni prima, mentre da Embrun faceva ritorno a Freissinières dove abitava, aveva incontrato due uomini che gli erano apparsi dei pellegrini e che nel corso del cammino, si rivelarono barba valdesi «imitatori della vita di Cristo e degli apostoli». Essi a un certo punto, con parole persuasive, lo invitarono a confessarsi ed egli si confessò a uno di loro.
Il racconto di Bret è una delle tante testimonianze dell’importanza e della centralità che la confessione individuale aveva assunto nella pratica pastorale del movimento valdese tardomedioevale. Di norma, quando visitava una casa, oltre a celebrare un culto domestico il barba aveva incontri individuali a parte con alcuni partecipanti per raccogliere la loro confessione e impartire in forma diretta un ammaestramento etico. Ognuno, a capo scoperto e in ginocchio, rivelava i propri peccati ritenendo che il barba avesse facoltà di assolverli e, a partire da questo ascolto personale, il barba svolgeva un compito di guida morale e di richiamo dei principi evangelici insegnati dal movimento. La confessione non era un atto legalistico da compiersi almeno una volta all’anno in forme rituali ma diveniva un mezzo di aiuto spirituale.
Dopo l’adesione del valdismo alla Riforma la confessione fu abbandonata. Ma ancora nel 1530 i barba Georges Morel e Pierre Masson riassumevano a Ecolampadio la portata della pratica della confessione con queste parole: «Stimiamo che sia utile la confessione auricolare dei peccati; senza osservare alcun tempo speciale, alfine soltanto di offrire agli infermi e ignoranti e a coloro che cercano consiglio, consolazione e aiuto secondo l’ordine della sacra Scrittura».
Piercarlo Pazè

(Riforma, 3 giugno)
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