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La conquista di territorio in nome di Dio e’ l’atto fondativo della nostra civiltà

Articolo di di Gad Lerner (Repubblica 5.10.16) sul suo libro “Crociate “di Gad Lerner, Rizzoli pagg. 112, euro 11 “Il mito millenario della guerra santa da cui nacque l’idea di Occidente. La conquista di territorio in nome di Dio è l’atto fondativo della nostra civiltà. E oggi rivive in maniera rovesciata nel terrorismo di matrice islamica”

“”Lo spirito di crociata volteggia ancora sul mondo contemporaneo. La ragione suggerirebbe di archiviarlo fra le eredità più nefaste del nostro passato: ci inorridisce il pensiero che si possa uccidere e uccidersi gridando «Dio lo vuole», oppure «Allah è il più grande». Ma succede ancora. Allahu Akbar è un’affermazione che risuona familiare non solo nella preghiera islamica ma anche nei resoconti di tanti efferati delitti giustificati in obbedienza alla volontà divina. Scatta così un riflesso condizionato, una specie di déjà-vu: richiamo istintivo a una contrapposizione atavica, sempiterna. Lo spirito di crociata era nascosto lì, racchiuso in una zona oscura della memoria collettiva. Succede per legittima difesa, e del resto sembra che l’intenzione degli aggressori sia proprio quella: costringerci a indossare metaforicamente di nuovo l’armatura dei guerrieri medievali crucesignati. Anche se non ne abbiamo nessuna voglia, e non riusciamo a immaginarci nei panni di guerrieri di un Dio che conduce il suo esercito allo sterminio degli infedeli.
Se però sbarazzarsi dello spirito di crociata resta difficile, non è solo a causa del terrorismo di matrice islamica. Per quanto fallimentare sia stato il loro esito militare, quelle imprese ci hanno consegnato un’eredità storica imprescindibile che va ben al di là della mitologia positiva o negativa che le circonda. Quando parliamo di Crociate chiamiamo in causa nientemeno che la nascita dell’Occidente cristiano: un progetto di civiltà che nei secoli a venire, intorno a quel nucleo originario, sprigionerà la sua potenza economica e culturale fino a realizzare una vera e propria supremazia planetaria. In epoche successive verranno la scoperta dell’America, la nascita dei grandi imperi, la rivoluzione scientifica e l’illuminismo. Ma il nucleo identitario di quel “nostro” progetto di civiltà fu concepito allora, come tutti gli storici riconoscono, sotto la bandiera bianca con le cinque croci rosse, simboleggianti le cinque piaghe di Gesù, che ancora sventola sul Patriarcato latino di Gerusalemme. Fu, quella, davvero una prima volta. La prima volta che sovrani, cavalieri e umili contadini di varie contrade d’Europa confluirono in un’adunata magmatica ed eterogenea, accomunati da una fede trasformata in esercizio di potenza. Per la prima volta accettarono di subordinare, sia pure temporaneamente, i loro interessi contrastanti al supremo magistero della Chiesa.
Impossibile spiegare la riuscita provvisoria di quella fusione solo con l’avidità materiale e le velleità egemoniche dei condottieri in partenza verso l’ignoto, fossero principi o vescovi o monaci guerrieri. La civiltà cristiana europea, per la prima volta, si affacciava al di là delle sue sponde. Insediando i suoi fragili regni e principati a Edessa, Antiochia, Tripoli di Libano, Gerusalemme e in seguito a San Giovanni d’Acri, realizzava il primo esperimento coloniale della storia. Per quanto fra quei guerrieri e fra quei pellegrini ve ne fossero animati dalle più nobili intenzioni, oggi ci è lecito dubitare che gli autori di tanti misfatti ne abbiano ottenuto in ricompensa la vita eterna.
Ma certo, insieme a tante chiese e tanti castelli, edificarono una nuova visione della politica mediterranea. Non a caso fu coniata allora la nozione di Outremer, cioè d’Oltremare. Ma nonostante la sua fragilità, anche l’esperimento di Oltremare si è rivelato gravido di conseguenze storiche fondamentali. Quella necessità di presidiare terre lontane diventerà un metodo abituale e una cultura vera e propria. La dominazione europea, benedetta nel segno della croce come fattore di pretesa civilizzazione dell’umanità, si sarebbe estesa nei secoli a venire attraversando gli oceani e colo- nizzando interi continenti. Per tornare a imporsi negli ultimi duecento anni anche sugli arabi del Medio Oriente e del Nord Africa, spesso presentandosi come gli eredi vendicatori dei crociati.
L’autore della più classica storia delle Crociate, Steven Runciman, pone l’accento sulle convenienze materiali di chi lasciava un’Europa dove era difficile sopravvivere; e ricorda che gli stessi predicatori usavano favoleggiare delle enormi ricchezze di cui i pellegrini sarebbero entrati in possesso conquistando Gerusalemme. Non meno autorevoli studiosi di parte cattolica preferiscono sottolineare la virtù sacrificale posta alla base della nascente Militia Christi. Notevoli sono le pagine dedicate da Paul Alphandéry e Alphonse Dupront al mito della crociata popolare, interpretata da questi storici francesi novecenteschi come una sublime espressione di fede. Senza dissimulare la loro ammirazione, Alphandéry e Dupront decantano testualmente il cammino della Prima Crociata come «un andare felici verso lo sterminio». Andare felici verso lo sterminio: ci ricorda qualcosa?
Quale che sia l’interpretazione preferita, materialistica o spirituale, resta il fatto che le Crociate pervengono a noi come un’imponente epopea visionaria. Basta sfogliare l’avvincente resoconto di Runciman, per quanto scettico e distaccato egli voglia mantenersi, e ci troveremo immersi in un florilegio di aneddoti surreali: collezioni di reliquie che vanno dal bastone del biblico Aronne fino alla scheggia del Vero Legno della Santa Croce, passando per le più varie parti del corpo dei santi; e poi ancora ordalie, apparizioni notturne o sui campi di battaglia, rituali magici, divinazioni chiromantiche. Ce n’è abbastanza per riconoscere in quella marcia verso il Santo Sepolcro ombelico della Terra un sommovimento mistico senza pari nella storia d’Europa.
Potrà dunque suonare dissacrante, oggi, evocare il paragone con la scelta altrettanto dirompente di migliaia di giovani europei, non cristiani ma musulmani improvvisati di seconda e terza generazione, partiti per il Medio Oriente ad arruolarsi nel campo avverso: l’esercito criminale che pretende di santificarsi nel jihad, il precetto coranico deformato in guerra santa e reso speculare all’idea di crociata. Ma è difficile negare che il culto della «bella morte» che spinge gli affiliati nelle bande dello Stato islamico a considerare senza valore la propria vita così come quella delle loro vittime, presenta forti analogie con lo spirito di crociata.””

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