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La contromossa dei leader islamici su Gerusalemme che inguaia Trump e gli alleati sauditi

I leader musulmani “dichiarano Gerusalemme Est capitale della Palestina” e invitano tutti i Paesi a “riconoscere lo Stato di Palestina e Gerusalemme Est come capitale occupata”.

E’ l’ottavo punto della dichiarazione conclusiva del summit dei leader musulmani che si è tenuto oggi a Istanbul. Il vertice dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) era stato convocato d’urgenza dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan proprio in seguito alla fuga in avanti di Trump con la decisione di spostare l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme, riconosciuta come capitale di Israele.

Una decisione che i vertici del mondo arabo e islamico hanno giudicato oggi non solo “nulla e illegale” ma anche “un deliberato indebolimento di tutti gli sforzi di pace” che darebbe slancio a “estremismo e terrorismo”. Il presidente palestinese Abu Mazen ha avvertito che Washington “non ha più alcun ruolo da svolgere nel processo di pace”.

Protagonista della giornata Erdogan, padrone di casa nelle vesti i paladino della causa palestinese. Il presidente turco ha aperto il summit descrivendo Israele come uno stato “occupante” e “terrorista”. “Con questa decisione, Israele  stato premiato per tutte le attività terroristiche che ha portato avanti, ed è Trump a conferire questo premio”, ha tuonato Erdogan, che detiene la presidenza di turno dell’Oic.

Il leader di Ankara ha ringraziato il Papa “che ha compreso l’importanza della situazione e della nostra posizione” e ha subito messo sul tavolo la proposta unanime del summit: “Invito i Paesi che rispettano la giustizia e il diritto internazionale a riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato palestinese”.

Nel discorso conclusivo, Erdogan è tornato ad attaccare gli Usa con durezza ancora più esplicita: “Trump ha dimostrato di avere una mentalità sionista”. Ospite d’onore, il presidente palestinese Abu Mazen usando un linguaggio insolitamente forte ha ammonito che non potranno esserci “nessuna pace o stabilita’” in Medio Oriente finché Gerusalemme non sara’ riconosciuta come la capitale di uno Stato palestinese”.

Dal punto di vista palestinese, ha chiarito Abu Mazen, con la mossa di Trump gli Stati Uniti si sono ritirati dalla loro funzione di mediatore nella ricerca della pace in Medio Oriente: “D’ora in poi non accettiamo alcun ruolo degli Stati Uniti nel processo politico, perché sono completamente prevenuti a favore di Israele”, ha affermato. Una posizione recepita nella dichiarazione finale del summit, dove la decisione americana viene definita “un annuncio del ritiro dell’amministrazione Usa dal suo ruolo di sponsor della pace”.

Nonostante l’enfasi di Erdogan che ha concluso sottolineando “l’unità del mondo islamico” emersa nel summit, sul mondo musulmano pesa la crescente tensione nei rapporti tra due principali attori dell’area mediorientale: Arabia Saudita e Iran. Così come l’impossibilità di annunciare misure concrete concordate tra i 57 Stati membri dell’Oic: improbabile che diversi protagonisti, come l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, vogliano rischiare il loro rapporto chiave con Washington per una dichiarazione del summit anti-Washington. Un segnale eloquente è venuto dal livello delle delegazioni presenti a Istanbul per il vertice.

C’erano il presidente iraniano Hassan Rohani, il re giordano Abdallah II e il presidente libanese Michel Aoun, gli emiri del Qatar e del Kuwait e i presidenti di Afghanistan e Indonesia. Persino il presidente sudanese Omar al-Bashir, ricercato dalla Corte penale internazionale per genocidio e crimini di guerra, ha presenziato ricevendo la calorosa accoglienza di Erdogan.

E c’era anche un ospite inatteso e di rango, il presidente del Venezuela Nicolas Maduro, non islamico, ma sempre aspro critico delle politiche americane. In questo parterre di capi di Stato, la rappresentanza saudita era limitata a un alto funzionario del ministero degli Esteri.

Riad non avrebbe potuto tenere profilo più basso, e a stigmatizzarlo – per quanto senza menzionare espressamente i sauditi, è stato Rohani: “Alcuni Paesi della nostra regione cooperano con gli Stati Uniti e il regime sionista e determinano il destino della Palestina”, ha denunciato il presidente iraniano. Solo da lontano, dalla sua capitale, il re saudita Salman ha fatto eco alle chiamate panislamiche su Gerusalemme, con le parole della liturgia araba sul il “diritto” dei palestinesi a stabilire “il loro Stato indipendente con Gerusalemme Est come capitale”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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