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La coppia gay cacciata dal condominio: “I vicini dicevano che era colpa nostra”

Parla uno dei ragazzi perseguitati in via Paravia. Un anno di insulti e minacce nel condominio anti gay. “E fuori non si sta meglio”

Il cartello appeso sul condominio di via Paravia 14 (immagine)
Paola Italiano –
TORINO –

«L’ultimo episodio? Nemmeno 24 ore fa. Ero sul lungo Po con un amico, ci siamo baciati, è passato sul fiume un gruppo di canoisti e ci ha urlato “Froci di merda”». Si può parlare di episodi, isolare il contesto, sottolineare i passi avanti, le conquiste. Si può dire «Torino non è omofoba». Ma bisogna mettersi nei panni di Luca (nome di fantasia) per capire cosa vuol dire e quali conseguenze può avere vivere per un anno perseguitato dai vicini di casa perché gay , proprio quando iniziava la sua vita di adulto consapevole e finalmente libero dai condizionamenti. Per capire oggi la sua amarezza, la sua disillusione. Quella che gli fa dire, dopo la pioggia di commenti alla sua storia: «Torino non è omofoba? I torinesi lo sono. C’è ancora molta strada da fare».

LA SENTENZA SIA D’ESEMPIO

«Quello che mi auguro davvero è che arrivi una sentenza che sia d’esempio: che in futuro non sia così scontato che insultare una persona per il suo orientamento sessuale sia una cosa naturale, perché a me sembra che ora sia così: naturale». A processo c’è un uomo di 63 anni, accusato di stalking. Ma Luca, 30 anni, e il suo ex compagno, sono stati bersaglio di tutto il condominio: «Nessuno ci ha appoggiato. Due vicini si sono chiamati fuori, ma non possiamo certo parlare di sostegno». E i problemi, sono iniziati subito: «Avevo comprato l’appartamento al quinto piano, ma ancora non ci abitavamo: stavamo ristrutturando, e già allora sentivamo una curiosità morbosa attorno a noi. E già protestavano, ci creavano problemi, lamentavano dai lavori danni inesistenti».

Solo beghe condominiali? Quando è stato palese che erano una coppia, è stato anche evidente il colore dell’ostilità: «La moglie dell’imputato ci gridava da balcone: “Sembrate due donnine innamorate”. Una vicina ci ha accusato per le piante sul terrazzo: diceva che creavano umidità e facevano arrugginire le ringhiere. È andata dai carabinieri a denunciarlo». E poi, la violenza, che li ha costretti a mettere le inferriate alla porta e una videocamera: «Mi hanno tagliato le gomme della macchina una quindicina di volte. Le scritte in ascensore e le svastiche ricomparivano ogni volta che venivano rimosse. E gli altri vicini – continua – dicevano che era colpa nostra, che dovevamo andarcene». L’episodio più grave, in piazza Barcellona. Dopo l’ennesima lite con il vicino a processo, stavano andando alla polizia: «Un gruppo di ragazzini ci ha accerchiato. Tra loro conoscevamo solo la figlia del vicino. I riferimenti alla nostra sessualità erano chiari, ho provato a chiamare le forze dell’ordine, ma hanno buttato a terra il cellulare e lo hanno distrutto. Poi mi hanno picchiato. Ho ancora le cicatrici». Erano le cinque del pomeriggio.

IL PREZZO PAGATO

Hanno deciso di andarsene. Basta. «Ho pagato la casa 150 mila euro da ristrutturare, l’ho venduta ristrutturata a 120 mila euro». Fine di una convivenza, e fine di un amore: «Ormai parlavamo solo di vandalismi, minacce, avvocati, azioni legali. Questo non fa bene a una coppia». Il danno più grande forse è un altro: «Non è stato facile accettare la mia omosessualità. L’ho fatto a 25 anni, e anche oggi non tutti quelli che mi conoscono lo sanno. E questa storia mi ha fatto fare passi indietro. È stata traumatizzante. Non so se riuscirò ancora a vivere i miei sentimenti alla luce del sole. Anche perché gli episodi di omofobia continuano, spesso i protagonisti sono ragazzi molto giovani. Mi spiace dirlo – conclude – ma non credo che tutto questo cambierà in fretta».

http://www.lastampa.it/2016/05/05/cronaca/i-vicini-dicevano-che-era-colpa-nostra-g8qGQezQh82kS0GOYxkn9L/pagina.html

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