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La crociata del Family Day contro il “diabolico” gender

Articolo di Michela Marzano (Repubblica 22.6.15.) “Ideologia che cancella le differenze tra maschi e femmine”. “No,è lotta ai pregiudizi”. Le ragioni dello scontro. La teoria di genere trasformata in arma contro le unioni gay.”

“”Giù le mani dai nostri figli”, “Uomo e donna siamo nati”, “Stop gender nelle scuole”, “Il gender è lo sterco del demonio”. Alcuni degli slogan presenti negli striscioni e nei cartelli che hanno riempito sabato Piazza San Giovanni per il Family day mostrano quanta paura ci sia oggi nella società quando si tocca il tema dell’identità di genere e dell’omosessualità. Il “gender” sul banco degli accusati, prima ancora della legge Cirinnà sulle unioni civili. Un “gender” qualificato come “ progetto folle” e come “colonizzazione ideologica” non solo da tanti cattolici, ma anche dall’Imam di Centocelle, anche lui presente in Piazza San Giovanni, e dal Rabbino capo di Roma. Un “gender” accusato di inquinare i cervelli dei bambini e di distruggere l’umanità. Un “gender” responsabile della distruzione della famiglia e del caos generale. Ma che cos’è mai questo “gender”? Quale sarebbe il diabolico progetto dei suoi ideologi? Procediamo con ordine e facciamo un piccolo passo indietro. Anche solo per capire quando e come è stato per la prima volta utilizzato il termine “genere” — visto che “gender” altro non è che il vocabolo inglese utilizzato ogniqualvolta si parli di identità e di orientamento sessuale. Ebbene, dopo che per secoli ci si è riferiti alle differenze esistenti tra gli uomini e le donne solo attraverso il termine “sesso”, negli anni Cinquanta, prima negli Usa con i lavori di John Money del 1955, poi anche in Europa a partire dagli studi di Claude Lévi-Strauss e di Michel Foucault, si è cominciato a capire che sarebbe stato meglio distinguere il “sesso” dal “genere”, anche semplicemente perché il sesso rinvia direttamente alle caratteristiche genetico-biologiche, mentre il genere designa ilcomplesso di regole, implicite o esplicite, sottese ai rapporti tra uomini e donne. Chi non ricorda la famosa frase di Simone de Beauvoir quando, ne “Il secondo sesso” (1949), spiegava che non si nasce donna, ma lo si diventa? Frase ormai celebre, ma il cui significato, forse, non è più così chiaro. Visto che l’intellettuale francese non aveva alcuna intenzione di dire alle donne che potessero o meno scegliere di essere donne. Lo scopo di Simone de Beauvoir era solo quello di spiegare alle donne che avevano il diritto di ripensare il proprio ruolo all’interno della società uscendo da quegli stereotipi che, per secoli, le avevano rese prigioniere della subordinazione all’uomo. Ripensare i ruoli di genere, quindi, non per cancellare le differenze, ma per promuovere l’uguaglianza. Idee semplici e di buon senso al fine di uscire dall’impasse del naturalismo ontologico in base al quale le donne dovevano “per natura” accontentarsi di procreare e di occuparsi della vita domestica, lasciando gli uomini liberi di gestire la “cosa pubblica”.
Che cosa è successo da allora? Di teorie e di studi sul gender, negli ultimi anni, ne sono nati molti. C’è chi si è concentrato sugli stereotipi della femminilità e della mascolinità, cercando di mostrare che è da bambini che si introiettano modelli e comportamenti; e che, se si continua a suggerire il fatto che i maschietti sono più adatti all’esercizio del potere e all’uso della razionalità mentre le femminucce sono più adatte ai mestieri della cura, di fatto non si riuscirà mai a uscire dagli stereotipi (si pensi alle ricerche di Nicole-Claude Mathieu, di Françoise Collin e di Luce Irigaray). C’è chi si è concentrato sul bullismo e sui comportamenti violenti nei confronti di tutte coloro e di tutti coloro che non coincidono esattamente con l’immagine che ci fa dell’essere una ragazza o una donna o dell’essere un ragazzo o un uomo — si pensi alle numerose ricerche pubblicate su The American Behavioral Scientist Journal. C’è chi come Judith Butler o Jonathan Katz, ma la lista completa sarebbe lunga, ha cercato di spiegare e di mostrare che l’orientamento sessuale non è una conseguenza inevitabile della propria identità di genere, e che essere gay non significa non essere pienamente uomini così come essere lesbiche non significa non essere pienamente donne. C’è infine chi ha cercato anche di lottare contro le discriminazioni legate alle incertezze identitarie, che portano alcune persone a voler cambiare sesso, non perché sia un capriccio o un gioco, ma perché accade che ci si possa sentire prigionieri di un “corpo sbagliato” (si vedano tra gli altri gli studi di Patrick Califia). Si capisce quindi bene come non esista una, e una sola, “ideologia gender” ma un insieme eterogeneo di posizioni. Alcune più radicali, altre meno. Alcune talvolta eccessive, come certe posizioni queer di Teresa de Lauretis. Quasi tutte, però, volte a prendere in considerazione e sul serio la complessità del reale. Il fatto che, nella realtà, esistano tanti modi di essere e di sentirsi uomini e donne. Che ci sono donne che amano altre donne senza che per questo essere meno femminili e uomini che amano altri uomini senza per questo essere meno maschili. Articolo intero su La Repubblica di oggi.””

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