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La culla dell'AS Roma preda di erbacce e incuria

Novant’anni per passare da tanta gloria all’abbandono: il Campo Testaccio, prima arena della Roma, langue da tempo preda delle erbacce e dei roditori. Misera e trista fine per il petto dove albergava il core della città, palcoscenico che aveva ereditato la grande tradizione della Correa nell’ospitare i giochi pubblici dell’Urbe. Ed èun contrasto stridente, quello tra un dibattito che appassiona Roma e dintorni sul nuovo stadio a Tordivalle e una memoria storica che si assopisce, giorno dopo giorno, spengendosi nell’incuria. Cancelli arrugginiti che resistono oltre ogni speranza nella missione di sbarrare il passo a presenze sgradite, provenienti magari dalla movida che dilaga dall’antistante Monte dei Cocci. Casottini in lamiera lasciati da una ditta che tempo fa pareva decisa a costruire, sulla sacra terra dedicata a tante memorie, un insultante parcheggio; magari sventrando il suolo e facendo sparire quel che resta dei giorni passati. Sulla cancellata un malinconico cartello afferma spavaldo: “Campo Testaccio – c’hai tanta gloria”. Citazione doverosa, perchèsi tratta dell’incipit del primo inno della società giallorossa.

Come nacque l’AS Roma

“Campo Testaccio/ c’hai tanta gloria/ cor core acceso / da ‘na passione / ‘Na bella maja / a du’ colori/ de Roma nostra / Oggi Signora der Futebol” intonavano i tifosi a vedere “gli 11 atleti che Roma chiamo’” uscire con passo elastico dagli spogliatoi. La Roma all’epoca aveva appena due anni: era stata fondata nel 1927 (qualcuno dice a giugno, qualcuno sostiene a luglio, ma sempre il Novantesimo si avvicina) e fino ad allora, per motivi di spazio, aveva dovuto giocare nell’onta del campo della Lazio. I filmati d’epoca postati su Youtube mostrano i giallorossi segnare reti su reti, accompagnati da questa colonna sonora a metà tra un tango e uno stornello, ad una squadra in divisa bianconera a strisce verticali. Chissà quale sarà, chissà perché proprio lei. Difficile si tratti della “Juventus Roma” (proprio così) che pure dava vita alla nobile arte del pallone in una Capitale in cui Alba Audace, Fortitudo Pro Roma e Roman si apprestavano alla fusione che avrebbe generato l’Associazione Sportiva Roma. Come direbbero dall’altra parte del Tevere: “Ut unum sint”, di Roma ce n’è una sola. Della Juventus Roma si sono perse le tracce. Il marchio ha comunque fatto una discreta fortuna a Torino.

Un terreno che gronda storia

La terra del Campo Testaccio gronda storia, e non solo perchè a pochi passi sorgeva il più importante porto fluviale della tarda antichità, con il suo emporium e la sua via dei marmorari che conserva quasi intatto l’appellativo. Nel Quattrocento proprio lì Paolo II Barbo, papa veneziano, volle si svolgessero i giochi dei tori con cui si chiudeva il celebratissimo Carnevale di Roma. Il genius loci ha continuato ad albergare tra quelle zolle, all’ombra dei mattoni rossi delle Mura Aureliane. Solo che non si riesce a decidere cosa fare, dalle parti del Comune che è proprietario, stando ai cartelli, dell’intera area e che si concentra su altri stadi evolutivi dello sport cittadino. E da dove sorgeva una volta il porto fluviale riemergono all’aria i ratti. Pare addirittura che anni fa fossero avvistate delle serpi, nella zona. Non pericolose per l’uomo, ma nessuno vorrebbe giocarci a pallone accanto.

Un declino iniziato presto

Del resto il declino di Campo Testaccio iniziò presto: gia’ nel 1940 il Regime trasferì la società, destinata a vincere il suo primo scudetto subito dopo, nel più borghese e politicamente corretto Stadio Flaminio. Troppo popolano, Campo Testaccio, troppo legato ad un quartiere in cui gli osti, come Alfredo Venditti anarchico e antifascista, tenevano appeso il ritratto di Matteotti nascosto sotto quello della Madonna. Suo nipote Renato sarebbe divenuto il migliore dei cronisti sportivi al seguito della Roma, negli anni Sessanta, e lo stadio sarebbe stato spostato, nel frattempo, all’Olimpico. Ora pare si profili un quarto trasloco. Ma le radici restano a Campo Testaccio, anche perchè sulla rampa che conduce all’impianto crescono spontaneamente i sambuchi. Eppure vederlo rinascere farebbe piacere a tutti, ad iniziare dai testaccini che ancora adesso sono il fulcro della più pura delle tifoserie romaniste. Ma non solo a loro. C’è da scommettere che a vederlo tornare, se non agli antichi fasti almeno ad un apprezzabile decoro, in fondo sarebbero soddisfatti in molti. Persino quelli che tifano per una maglia bianconera a strice verticali. A Testaccio ce ne sono diversi.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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