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La disobbedienza civile e l'ideologia apocalittica rendevano i cristiani nemici dell'Impero. 283

Il cristianesimo della Chiesa di Gerusalemme, prima che Paolo lo demessianizzasse e lo degiudeizzasse, non era affatto simile al nostro ma fortemente legato alle istanze esseno-zelote e i romani lo sapevano. Perciò essi non perseguitavano la nuova ideologia religiosa bensì l’ostilità contro Roma, unita alla disobbedienza civile, che essa implicava.
I cristiani, infatti, rifiutavano il servizio militare, atto considerato dai romani intollerabile e antipatriottico, non frequentavano né il circo né il teatro, e nemmeno le feste e le processioni pagane, cioè si autoescludevano dalla vita civile.
Inoltre, predicavano che solo il loro Dio era vero degradando le altre divinità al rango di figure diaboliche e si dedicavano ad un proselitismo accanito, inconcepibile per il politeismo del tempo. Infine, invocavano fanaticamente la fine del mondo e consideravano quella raccapricciante catastrofe, che avrebbe arrecato interminabili tormenti, la giusta punizione per la malvagità dei pagani e invece per loro l’inizio di una eterna felicità.
Si definivano, come gli ebrei,«parte aurea», «Israele di Dio», «popolo eletto», «popolo santo» e tertium genus hominum e, in contrapposizione, consideravano tutti i pagani degli iniqui peccatori. Tutta la letteratura precristiana pullulava di una radicale condanna della vita antica. I pagani appaiono come atei, rigonfi d’invidia, di menzogna, pieni di odio, apertamente interessati soltanto alla sfrenatezza sessuale, a gozzovigliare. Il loro mondo è «nero» proclamavano, maturo per la distruzione «nel sangue e nel fuoco». Nessun altro culto dell’antichità conobbe un simile atteggiamento esclusivistico. Ecco perché erano considerati nemici degli dèi e li si accusava di ateismo e di empietà mostruose, come incesto, omicidi rituali e cannibalismo.

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