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La fine del peccato

L’idea di trasgressione sembra sempre più incerta «La confessione? Una seduta psicologica». Gratis.

Nel 2009 Gary A. Anderson, professore di Teologia cattolica alla University of Notre Dame (Indiana), apprezzato per i suoi studi sulla Genesi, pubblicava un saggio per rispondere alla domanda «Cos’è il peccato?». Per chiedersi come sia possibile espiare un’azione peccaminosa, o per capire com’è cambiato questo concetto nei secoli; se quello che si chiamava «peccato» all’epoca dei patriarchi fosse diverso da quanto era indicato dalle parole di Gesù. E oggi? Si può ancora parlare della pratica della confessione, un tempo diffusa e sentita nelmondo cattolico?
Il libro ebbe risonanza—uscì per i tipi della Yale University Press—e suscitò interesse sia all’American philosophical society (fondata da Benjamin Franklin), sia all’Institute for advanced studies dell’Hebrew University di Gerusalemme, due realtà che avevano già riconosciuto il valore delle ricerche di Anderson. Ora la casa editrice Liberilibri di Macerata, che ama la saggistica puntuta, lo traduce. Le domande che suscitarono non poche riflessioniin ambito internazionale ora giungono in quello che Palmiro Togliatti definiva il «nostro molto cattolico Paese».
Si può ancora parlare di peccato? Se lo chiedete all’ormai milione emezzo di musulmani che vivono in Italia, vi risponderanno di sì e qualcuno potrebbe addirittura intrattenervi sulla classificazione delle colpe, non del tutto assente nel Corano. Un laico come Tullio Gregory, storico della filosofia tra i più apprezzati, ci ha confidato: «Il problema del peccato esiste in un contesto teologico, ponendosi in un confronto tra finito e infinito. La questione la intuì con chiarezza Cicerone: se c’è la provvidenza non c’è libertà, e quindi non c’è peccato; se non esiste la provvidenza, e quindi non c’è Dio, allora vi è libertà e peccato». «Anche in ambito non religioso —prosegue Gregory — esso rimane. Resta sempre il problema del peccato come mancanza, quello che si commette quando si violano le norme del comportamento. Se è vero, come diceva Socrate, che il nostro compito è fare bene il nostro mestiere, essere uomini qui e ora, venir meno ai propri compiti è peccare ». Insomma, quanto i dizionari definiscono una trasgressione in pensieri, parole, opere e omissioni potrebbe riguardare ogni tanto anche i non credenti.
Vero è che oggi i grandi peccati si tende a individuarli nei reati contro la natura (che un tempo si doveva vincere) o l’umanità: si pensi, in tal caso, al colonialismo con i suoi massacri, condivisi anche dalle democrazie sino a qualche decennio fa. Alti esponenti della Chiesa Cattolica hanno recentemente affermato che pagare le tasse è un dovere morale e chi non lo fa «è un peccatore davanti a Dio». Insomma, l’evasione fiscale è paragonata al furto.
Di contro, molte persone di fede non sanno più bene che cosa sia il peccato, o almeno ne vedono i contorni sfumati. Abbiamo chiesto a Gianantonio Borgonovo, biblista di primo piano, direttore della Biblioteca ambrosiana e canonico del Duomo di Milano: «È ancora possibile parlare di peccato?», lui ha risposto: «Sì, fintanto che si ammette dal punto di vista della fede la possibilità di una rivelazione, perché il peccato è opporsi a una legge rivelata. Oggi si è creata molta confusione nel linguaggio, giacché parlare di peccato significa riferirsi a un comandamento. Se si toglie questo aspetto, il peccato non c’è. La persona umana nella sua finitudine sperimenta l’insuccesso, la deviazione, la trasgressione, la colpa, ma tutto questo diventa peccato solo in un rapporto con Dio e con la Sua parola». Né va dimenticata la confessione. Ancora diffusa nel mondo cattolico, non certo come alcuni decenni fa, molti non la praticano pur accostandosi all’eucarestia. Borgonovo nota: «La confessione nella situazione attuale, dove l’uomo più che in precedenza si sente oppresso, accerchiato, aggredito, rischia di diventare molte volte non un sacramento ma un dialogo psicologico».
Parole che fanno riflettere e ricordano come essa possa trasformarsi in qualcosa che assomigli alle sedute dagli «strizzacervelli », senza dover sborsare un onorario. Per taluni aspetti, almeno in Occidente, il nostro tempo regola i peccati da sé; la tradizione cristiana, con il suo carico di definizioni e le distinzioni tra veniali e mortali, è a volte considerata obsoleta.
Per esempio, se si volesse evocare una classica definizione, ovvero quella del Catechismo di Pio X, cioè che si ha peccato in presenza di «materia grave, piena avvertenza e deliberato consenso», subito qualcuno chiede cosa mai sia nell’epoca del relativismo la «materia grave». La risposta, pur ricordando che essa viene indicata dai comandamenti, non è semplice.
Si rischia di retrocedere lentamente nelle concezioni descritte da James G. Frazer ne “Il Ramo d’Oro”, opera mai tradotta integralmente in italiano: gli uomini in un primo tempo non ebbero la concezione del peccato in senso religioso (questa è un’evoluzione), ma soltanto in quello magico. Era qualcosa di fisico, sorta di sostanza morbosa nascosta nel corpo del peccatore.
Tornando a Gary A. Anderson e al suo saggio, egli sostiene — riassumiamo — che il peccato, concepito agli inizi come un fardello sulle spalle del colpevole, o anche come una macchia visibile, comincia a modificarsi dal periodo del Secondo Tempio (completato nel 515 a. C.) sino a diventare nella letteratura rabbinica e nel cristianesimo un debito da pagare.
Insomma, il peso addosso si trasforma in una voce negativa del libro contabile di Dio, custodito nella banca celeste. La macchia resterà, anche se sotto l’influenza di Aristotele, ovvero della Scolastica, andrà a posizionarsi sovente sul cuore e non sulle mani o sul viso. Questa interpretazione trasforma dunque il peccatore in debitore (e l’elemosina aiuta a estinguere la somma dovuta); mentre il buono, o il caritatevole della concezione comune, che mette al sicuro tesori nell’aldilà, diventa creditore.
Il passo del Vangelo di Matteo (6,19-21) che invita a non ammucchiare ricchezze sulla Terra giacché tignola, ruggine e ladri possono comprometterne la consistenza, ma di accumularli lassù, dove non ci sono codesti pericoli, è il punto da cui parte tale ricerca. O meglio, Anderson l’ha avviata studiando il Patto di Damasco, uno dei più importanti testi rinvenuti tra i Rotoli del MarMorto, dove il peccato è considerato appunto come un debito che si deve pagare o rimettere.
Poi ha confermato le sue tesi, notando «come il termine peccato non abbia lo stesso significato nel Libro della Genesi e nel Libro di Daniele o nel Vangelo di Matteo». Ha ordinato i racconti del fardello e quelli del debito da pagare, si è soffermato sul Padre nostro o sul Targum (la versione in aramaico della Bibbia ebraica), laddove, per esempio, passi del Levitico sul peso del proprio peccato sono stati tradotti come assunzione di debito.
Morale: peccati vecchi si fanno scialbi e peccati nuovi vengono accettati anche dai non credenti. Chi inquina è più colpevole di un goloso? Oggi sì, nel Medioevo valeva l’opposto. La tecnica moltiplicherà le occasioni di peccare, così come la genetica ha fatto conoscere altre regole sulla vita. Gli evasori fiscali sono avvisati,ma questa regola vale anche per gli Stati totalitari? Non mancheranno in futuro ulteriori risposte. E altri peccati.

Di Armando Torno, estratti dalla rivista “La Lettura “, inserto “Corriere della Sera” 12 de Agosto 2012. Compilati, digitati e adattati per essere postato per Leopoldo Costa.

https://stravaganzastravaganza.blogspot.com/2012/08/la-fine-del-peccato.html

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