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La giovane Sana Cheema

Di Ileana Montini – 16.05.2018 –

Prima che a Sarezzo (BS) venisse uccisa (2006) la pakistana Hiina Saleem dal padre con la complicità di alcuni familiari, perché conviveva con un bresciano e aveva comportamenti “occidentali”, in un istituto professionale superiore intervistai studentesse pakistane e di altre nazionalità. In quell’occasione parlai con l’insegnante che si occupava degli studenti stranieri. Mi raccontò che alcune ragazze pakistane appena varcato il portone della scuola si toglievano il velo e lo riponevano nello zaino. Mi disse anche che non raramente succedeva, alla fine dell’anno scolastico, che chiedessero a lei e agli altri insegnanti di essere aiutate a evitare di rientrare in Pakistan, con la scusa delle vacanze estive. Sapevano di correre il rischio di essere costrette a matrimoni con qualcuno destinato dalle famiglie. E spesso, aggiunse, i fratelli controllavano i loro spostamenti all’uscita, dopo l’orario delle lezioni.

Nel mese di aprile il caso di Sarezzo si è ripetuto, con una variante: la giovane Sana Cheema cittadina italiana, è stata strangolata dal padre in Pakistan dove era appena giunta ma con la volontà di ritornare in Italia; a Brescia aveva un suo esercizio di scuola guida per stranieri.

Anche lei si era emancipata dalla famiglia e, pare, volesse sposare un connazionale di cui si era innamorata. In un primo momento la notizia della sua morte era stata giustificata come l’esito di un malore improvviso. Sono stati alcuni amici ad allertare il Giornale di Brescia, facendo scoppiare il caso dopo la sua morte avvenuta il 18 aprile. Le date sono importanti. Jabran Fasal, responsabile della comunità pakistana di Brescia il 22 aprile ha organizzato una manifestazione in città, di soli uomini, contro le “strumentalizzazioni” perché Sana era sicuramente morte d’infarto. Sulla giustizia pakistana sono poi intervenute pressioni della Farnesina, dato che la ragazza aveva acquisito la cittadinanza italiana, ottenendo che si effettuasse l’autopsia. Intanto tutti i media italiani avevano ripreso la notizia corredata di interviste persino effettuate in Pakistan. Il 10 maggio il Giornale di Brescia ha pubblicato un articolo intitolato: “Tra i pakistani di Brescia ‘Qui chi parla rischia la vita’”. Gli amici di Sana nelle interviste, sotto falso nome, hanno raccontato l’omertà che vige nella comunità e le rigide imposizioni comportamentali.

Chi è il padre di Sana? La famiglia è in Italia da molti anni e lui è iscritto alla Cgil. La comunità pakistana nella provincia è tra le nazionalità più numerose, con una importante moschea separata dalle altre. In città i bresciani con esercizi di vendita di frutta e verdura si contano su una mano, il resto sono negozi tenuti dai pakistani e frequentati volentieri anche dai bresciani. I contatti tra gli autoctoni e i pakistani però finiscono qui.

Intanto la CGIL ha diramato un intervento firmato da Silvia Spera, Segretaria Generale, che, cercando di arginare le “speculazioni” leghiste spara a vanvera considerazioni superificiali. Il padre è stato sospeso e si attende l’espulsione, scrive, ma in fondo si tratta di un uomo ”come tanti altri” che ha ucciso la figlia “non per etnia o credo religioso ma per genere”. Franco Valenti, autorevole bresciano “esperto in questioni migratorie” si limita a invocare, giustamente, l’accesso alla cittadinanza per i giovani, ma anche una non meglio precisata “trasparenza e dimensione relazionale della società”; in un articolo sempre sul Giornale di Brescia intitolato “Serve inclusione nelle dinamiche sociali” (11 maggio).

Fa lo stesso il sindaco Del Bono, contro Paola Vilardi candidata di destra alle elezioni amministrative del 10 giugno prossimo che usa i soliti stereotipi contro l’ “Islam radicale”.

Intanto le ultime notizie provenienti dal Pakistan, riguardano la probabile complicità della madre e di altri familiari nello strangolamento di Sana, a causa del suo rifiuto a eseguire un matrimonio combinato e a rientrare nei canoni dei comportamenti previsti per le donne.

A questo punto è bene rileggere l’ottima ricerca di Maria Grazia Soldati del 2011 sulle famiglie migranti pakistane, soprattutto dell’area bresciana (Purdah o della protezione, ed. Franco Angeli). A pag. 131 scriveva che l’educazione al purdah avviene attraverso una serie di fattori, come l’esempio del comportamento materno, la frequentazione assidua della comunità religiosa, la scarsa frequentazione di italiani.

Il purdah, la forma relazionale che governa l’interazione tra i generi e le generazioni si concretizza, soprattutto nell’emigrazione, con le pratiche del velarsi/coprirsi fondamentali per mantenere i ruoli sessuali separati: riproduttivi per le donne relegate nell’ambito domestico e produttivi per gli uomini nello spazio pubblico. Sono dunque forme del purdah l’abbigliamento, legittimato dai dettami coranici, la segregazione tra i sessi e, soprattutto, il ferreo controllo della vita delle donne. Il purdah è, dunque, garanzia identitaria collettiva fondata sull’appartenenza etnico religiosa alla comunità. Andare contro, per una donna, assumendo comportamenti cosiddetti occidentali, vuol dire mettere a rischio la coesione della comunità e avviare lo sgretolamento dell’identità. Il corpo delle donne appartiene alla comunità, che lo considera il simbolo esteriore dell’onore familiare, ovviamente anche per mezzo dell’abbigliamento e della segregazione.

Ora, nell’era della globalizzazione, i migranti rimangono legati alle comunità di origine grazie alle nuove tecnologie e alla facilità di viaggiare a prezzi stracciati, costituendo comunità diasporiche molto diverse rispetto a quelle dei migranti della fine Ottocento o del Novecento. I siciliani partivano per non più tornare ed erano costretti a una separazione definitiva dai luoghi di origine.

Una situazione esistenziale che contribuiva a desiderare di diventare americani con gli americani. La coscienza della diaspora implica invece la conferma della appartenenza a un luogo d’origine lontano e diverso rispetto alla residenza. Implica un’identità non più pensabile nei termini di assimilazione o integrazione. I matrimoni costruiti secondo antiche, economicamente necessarie combinazioni tra cugini, ora diventano garanzia d’identità originaria, separata. Quando si sostiene, come la segretaria CGIL e altri/e, che in fondo i casi di Hijna e Sana, stanno dentro l’onda del femminicidio che attraversa l’Italia, si applica il politicamente corretto per negare e comprendere differenze importanti. I maschi italiani uccidono in proprio, a titolo personale ormai, poichè la modernità ha sciolto i legami parentali e sviluppato la nozione di persona che favorisce, nel bene e nel male, l’individualismo. Invece i due esempi di omicidi pakistani sono comunitari, familiari, di clan. La religione, componente della cultura, si pone al servizio della conferma – e della vigilianza – della separazione della comunità vivente nell’emigrazione come propaggine della orginaria nel Paese di origine.

Intervistato in carcere da un giornalista italiano, il padre ha affermato che questa morte è stata voluta da Allah. Allora quale ruolo ricopre la religione, in questo caso l’Islam? Il codice dell’onore della famiglia e le altre tradizioni, non sono da imputare all’Islam o ad altra religione: fanno parte della tradizione patriarcale. La religione aiuta a vivere separati dagli autoctoni, sostenendo, alimentando i comportamenti e i legami con il Paese di origine nonché la vigilanza maschile soprattutto sulle femmine.

Il Giornale di Brescia (12 maggio) ha pubblicato la “testimonianza” di un’amica anonima dell’uccisa: ”Sono soddisfatta –scrive- per aver lanciato l’allarme. Sono contenta che siamo riusciti ad arrivare alla verità.” E ancora: “E’ giusto aver parlato, a questo punto per le altre ragazze pakistane o di diverse comunità di origine straniera che hanno una cultura tradizionale come la nostra. Devono prendere esempio da ciò che è accaduto per capire il pericolo che corrono se rientrano nel proprio Paese: ci pensino più volte prima di fidarsi addirittura dei propri genitori.”

Sono le donne, madri e figlie, a pagare il prezzo più alto al politicamente corretto che, in nome di un non meglio precisato dialogo, nega la posibilità di analizzare la complessità sociale dell’emigrazione nelle società post moderne e globalizzate.

Ho un altro ricordo: un giovane pakistano poco prima dell’intervista nella scuola media superiore, si offrì di accompagnarmi presso qualche famiglia per ascoltare le donne. Ne ricordo una in particolare. Il giovane bussò alla porta di una famiglia che conosceva –erano le ore dieci di mattina circa –due o tre donne si affacciarono. Il giovane tradusse la mia richiesta e la risposta fu che avrei dovuto tornare la sera, dopo il rientro degli uomini.

http://www.italialaica.it/news/editoriali/58557

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