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La guerra dei dazi non sta per niente finendo

Come da attese un accordo che scongiuri l’escalation commerciale è ancora lontano, mentre Pechino e Washington dialogano per uscire da una crisi che colpisce al cuore i sistemi produttivi delle due maggiori economie del pianeta. Gli Usa alzano la posta, la Cina non cede: le posizioni restano distanti ma il dialogo va avanti, recita lo stringato comunicato diffuso dall’agenzia di stampa Xinhua al termine delle due giornate di colloqui bilaterali nella capitale cinese, dove giovedì era giunta la delegazione statunitense per un round di trattative sulle dispute commerciali in corso.

“Le due parti hanno riconosciuto che ci sono ancora grandi differenze su alcune questioni e che devono continuare a intensificare il proprio lavoro e fare ulteriori progressi”, si legge nel comunicato. Cina e Stati Uniti “hanno convenuto di continuare a mantenere una stretta collaborazione su questioni rilevanti e stabilire un corrispondente meccanismo di lavoro”.

 “Grandi differenze” 

Il tono freddo del comunicato denota la prudenza con cui i cinesi si sono affacciati ai colloqui, ben saldi su posizioni che non lasciano trapelare la volontà di cedere alle condizioni dettate da Trump, che per bocca della delegazione ha chiesto a Pechino di tagliare di 200 miliardi il surplus entro il 2020, raddoppiando la precedente richiesta di 100 miliardi.

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Gli Usa celano il flop dietro parole di circostanza. “Colloqui molto buoni”, aveva dichiarato qualche ora prima il segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, a capo della delegazione statunitense, che comprende anche il segretario al Commercio, Wilbur Ross, gli adviser della Casa Bianca, Peter Navarro e Larry Kudlow, e lo Us Trade Representative, Robert Lighthizer.

A guidare la delegazione cinese c’è invece il vice primo ministro, Liu He, che è anche il principale adviser economico del presidente cinese, Xi Jinping.

Sotto la lente di ingrandimento, come abbiamo scritto molte volte, sono soprattutto il deficit commerciale statunitense a vantaggio della Cina e il piano di sviluppo del manifatturiero avanzato Made in China 2025, varato dal governo cinese nel 2015, sui quali, secondo quanto anticipato nei giorni scorsi dal New York Times, la Cina non intenderebbe fare concessioni. Ipse dixit.

Le richieste americane

Cina e Stati Uniti sono divisi dalla minaccia di dazi sulle esportazioni e dalle accuse di Washington di sussidi alle industrie statali e di trasferimento forzato di tecnologia a danno dei gruppi statunitensi, che il quotidiano China Daily definisce oggi “senza fondamento” in un articolo di commento, perché avviene “sulla base di un accordo reciproco”.

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Il mese scorso, nel suo discorso alla Davos asiatica, Xi Jinping aveva ribadito che la Cina “non cerca” di alimentare il deficit commerciale che “prenderà iniziative” per espandere le importazioni. Per i funzionari cinesi, però, la riduzione del surplus commerciale non può attuarsi se gli Usa non alleggeriscono le restrizioni sull’esportazione di prodotti high-tech e senza la costruzione di nuove infrastrutture che sostengano l’export americano di petrolio e gas naturale.

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Il Financial Times e il Wall Street Journal hanno reso noto il contenuto del documento che la delegazione Usa ha fatto pervenire alle autorità di Pechino prima dell’avvio dei negoziati.

La delegazione Usa ha avanzato quattro richieste che a Pechino sono apparse evidentemente inaccettabili:

  • Tagliare di 200 miliardi di dollari il deficit commerciale bilaterale (il deficit complessivo che l’anno scorso è stato di 337 miliardi di dollari);
  • ridurre le tariffe;
  • tagliare i sussidi statali alle industrie nei settori strategici;
  • rimuovere le restrizioni agli investimenti che interessano le società statunitensi operanti in Cina, inclusi i tetti alle quote azionarie

Sulle tariffe la richiesta è che la Cina imponga dazi non maggiori di quelli stabiliti dagli Usa sulle stesse merci. Il documento invita inoltre la Cina a tagliare le sovvenzioni legate al piano di politica industriale “Made in China 2025” destinato a promuovere lo sviluppo delle industrie avanzate, compresi i veicoli elettrici e l’intelligenza artificiale – terreno conteso dai due giganti per questioni di egemonia – puntando sulle tecnologie del futuro.

Kim sullo sfondo

Xi ha proprio oggi sentito al telefono il presidente sud-coreano, Moon Jae-in, con la promessa di mantenere una “attiva cooperazione” per il raggiungimento della pace permanente nella penisola coreana (uno degli obiettivi emersi dal vertice di venerdì scorso tra lo stesso Moon e il leader nord-coreano, Kim Jong-un), e il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, con il quale ha elogiato i “positivi sviluppi” nella penisola.

Ieri Trump, annunciando l’arrivo a Pechino della delegazione per i colloqui sul commercio, aveva scritto in un tweet di essere “impaziente di incontrare il presidente Xi”, un messaggio in cui gli analisti avevano colto la possibile indicazione del luogo in cui si terrà l’attesissimo summit fra Trump e Kim Jong-un (gli analisti del South China Morning Post non escludono che la scelta possa ricadere sulla Cina, che ha riaffermato la sua centralità sulla questione coreana)

Il presidente americano ha appena annunciato che data e luogo sono stati fissati e che verranno resi noti a breve. Tra le proposte, il villaggio di Panmunjon. 

Rispunta Zte

A rinfocolare di recente le tensioni, oltre alla possibilità contemplata dalla Casa Bianca di applicare l’International Emergency Powers Act (IEEPA) per bloccare lo shopping cinese di tecnologie Usa, anche il divieto di vendita per sette anni di componenti al gruppo delle telecomunicazioni cinesi Zte emesso dal dipartimento del Commercio Usa su accuse di esportazioni illegali.

Pechino non ha perso tempo, e ha colto l’occasione dei colloqui bilaterali per sporgere una protesta formale nei confronti degli Stati Uniti. La delegazione degli Stati Uniti, ha reso noto il Ministero del Commercio di Pechino, ha affermato di attribuire importanza alla protesta della Cina e di riferire a Trump la posizione della Cina in merito alla vicenda.

Gli attriti politici possono avere ripercussioni negative sulle acquisizioni cinesi all’estero, che l’anno scorso hanno registrato una brusca frenata; stando a un rapporto stilato da Baker McKenzie e Rhodium Group, gli investimenti diretti cinesi negli Stati Uniti sono calati del 35% nel 2017, scendendo a 30 miliardi di dollari (il calo in Europa è stato del 22%).

Le ripercussioni di uno scontro commerciale tra Cina e Stati Uniti sarebbero “estremamente negative” e gli Usa non si illudano di uscirne vincitori, ha dichiarato all’Agi l’ex presidente del Consiglio e della Commissione Europea, Romano Prodi, a margine di una conferenza tenuta a Pechino organizzata da ThinkInChina. “Anche se gli Stati Uniti riuscissero a equilibrare un po’ la propria bilancia commerciale, di fronte a un crollo della crescita, conterebbe poco”, ha spiegato Prodi, che teme “un calo nella crescita mondiale e problemi crescenti” e ripercussioni anche sull’Europa, continente esportatore.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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