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La “guerra di Troia”. Un gruppo di preti denuncia la cattiva gestione della diocesi di Lucera

Mons. CornacchiaLUCERA (FG)-ADISTA.
Acque agitate nella diocesi pugliese di Lucera-Troia: in estate un gruppo di cittadini di Troia ha chiesto pubblicamente la separazione dalla diocesi di Lucera e la riunificazione con quella di Foggia; ora diversi preti della diocesi in una lettera aperta criticano la “mala-gestione” della diocesi da parte del vescovo, mons. Domenico Cornacchia, e mettono in guardia da un nuovo “caso Terni”, la diocesi che fu di mons. Vincenzo Paglia, da mesi commissariata per un buco di bilancio milionario (v. Adista Notizie nn. 8, 13, 14 e 21/13).

Nella questione si intrecciano vicende sia di natura storica sia economico-pastorale. Fondata nel 1019 sulle rovine dell’antica Aecae come avamposto bizantino sul confine nord occidentale della Puglia contro il Ducato longobardo di Benevento, nel 1022 Troia passò dal rito greco a quello latino e venne elevata al rango di diocesi. Restò diocesi autonoma fino al 1979, quando divenne suffraganea di Foggia, e dal 1986, in occasione della riorganizzazione delle diocesi italiane, venne unita a Lucera.

I cittadini troiani che la scorsa estate, in diverse assemblee pubbliche, hanno chiesto la riunificazione a Foggia, non hanno mai digerito la fusione con Lucera, che svolgerebbe “la parte del leone”. Ma hanno avanzato anche severe critiche alla gestione dei beni ecclesiastici culturali troiani da parte del vescovo Cornacchia. Che da parte sua ha bollato critiche e richieste come «sciocchezze».

Decisamente più interna alle vicende ecclesiali e pastorali è invece la denuncia, attraverso una lunga lettera giunta alla nostra redazione qualche giorno fa, di «alcuni preti della diocesi di Lucera-Troia» che intendono però mantenere l’anonimato, per «non incorrere – spiegano – in una sicura vendetta curiale e vescovile». Qualcuno potrà affermare che «siamo contro il vescovo e mostriamo di non voler bene alla diocesi. È sbagliato», puntualizzano. «Noi vogliamo bene al vescovo e a tutto il popolo di Dio che è in Lucera-Troia», «sentiamo il dovere di avvertire tutti, prima che sia troppo tardi, del pericolo in cui questa situazione ci potrà portare, se presto non si correrà ai ripari», e riteniamo che questo sia l’unico modo per «farci sentire, poiché gli organi di partecipazione comunitaria sono evanescenti».

«L’odierno generale malcontento è causato dalla cattiva gestione dell’intera diocesi, e in modo particolare dei beni culturali», denunciano i preti, che attribuiscono la responsabilità ad un «cerchio magico (di bossiana memoria) in cui si trova intrappolato il nostro vescovo». «Cerchio magico» che, secondo i preti, sarebbe composto da alcuni stretti collaboratori del vescovo, sia laici che membri del clero diocesano, che si occupano dell’organizzazione, dell’edilizia di culto e dei beni culturali della diocesi. E lo stesso vescovo, secondo gli estensori della lettera, non sarebbe in grado di accorgersi di quello che avviene nella sua diocesi perché spesso «fuori sede» e perché distante dal clero: «Diversi sacerdoti – scrivono – vivono con lui un rapporto solamente formale, non filiale e partecipativo come si dovrebbe in una comunità presbiterale».

Che molte delle questioni siano di natura economica si evince dalla «dieci domande» che «i preti di Lucera (e non solo) desiderano porre pubblicamente al vescovo e al “cerchio magico”, con la speranza di avere risposte precise e non (alla clericale maniera) solamente minacce di indagini, calunnie e sospetti su chi sta dietro questa lettera». «Quanti soldi sono stati spesi per i lavori di restauro inutili, dispendiosi, sfacciatamente sfarzosi del palazzo vescovile di Lucera?», chiedono. «Quante persone sono sul libro paga della nostra piccola diocesi e con quali stipendi? Quante persone sono stipendiate dal seminario diocesano che non ha nessun seminarista ma ha un rettore, vicerettore, padre spirituale e un confessore straordinario? Quanto spende la diocesi in manifesti, fotografie, inviti e cataloghi per pseudo mostre e per avvenimenti diciamo diocesani ma che si rivelano solamente occasioni di “vippismo” e carrierismo?». E altre domande che chiamano in causa persone specifiche e vicende “minori”.«Il nostro intento non è quello di offendere (siamo noi presbiteri e il popolo di Dio di Lucera-Troia gli offesi da questo andazzo), ma di porre domande, accettare le risposte e capire come stanno veramente le cose», concludono i preti pugliesi. «Con questa lettera abbiamo solo un obiettivo: evitare di cadere in situazioni scandalose e tragiche, come quelle di Terni». Ma «se questo non avvenisse allora sì dovremo suonare le campane a morte, non per la chiusura del tribunale, ma della diocesi, che noi amiamo e vogliamo ancora per l’avvenire unita, viva, attiva e veramente comunitaria». (luca kocci)

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