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La maggioranza di governo ha affondato la reintroduzione dell'articolo 18 

Solo 13 voti favorevoli, quelli di Leu. L’emendamento al cosiddetto Decreto Dignità che chiedeva il ripristino dell’articolo 18 è stato bocciato dall’Aula della Camera. I numeri sono impietosi come l’applauso di scherno offerto dai deputati del Pd ai colleghi pentastellati. Perché il ripristino dell’obbligo di riassunzione del lavoratore licenziato ingiustamente figura nel programma M5s ed è stato uno dei punti su cui Luigi Di Maio e i suoi hanno più battuto durante la campagna elettorale.

A nulla è valso l’appello di Roberto Speranza a votare l’emendamento proposto dal compagno di partito, Guglielmo Epifani. Alla fine i voti contrari sono stati 317 e 191 gli astenuti. “Ho visto una scena deprimente e cioè farsi reciproci applausi di scherno tra chi l’articolo 18 lo ha tolto e chi non lo rimette”, è il commento pieno di amarezza di Pier Luigi Bersani: “Credo che l’abolizione dell’articolo 18 sia stata all’origine di un guaio enorme perché ha sfondato un principio basico: se una cosa è illegittima non puoi monetizzarla. Il posto di lavoro non puoi monetizzarlo”, sottolinea ancora l’esponente di Liberi e Uguali.

Per Bersani, l’articolo 18 “è stato un presidio grazie al quale un lavoratore era in piedi con sullo sfondo un diritto sancito. Oggi il fatto che solo in 13 abbiano votato per l’articolo 18 vuol dire non avere capito che il sistema ha rotto con una parte importante del lavoro e che è stata sancita una divisione fra chi il lavoro ce l’ha e chi non ce l’ha. Veramente una brutta mattina”.

Per il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, si tratta di un nuovo attacco ai diritti del lavoro: “la precarietà continua a macinare record storici grazie al Jobs Act e alle riforme folli di Renzi, Poletti e del loro governo. M5S e Lega ora hanno bocciato il nostro emendamento per la reintroduzione dell’articolo 18 che avrebbe messo in sicurezza dai licenziamenti ingiusti i lavoratori; e rimettono pure i voucher”.

Il Partito democratico, con la relatrice di minoranza Debora Serracchiani, “prende atto che M5S e Lega lasciano intatto il Jobs act voluto e attuato dai governi Renzi e Gentiloni. E lo fanno dopo che per tutta la campagna elettorale hanno detto che lo avrebbero abolito e reintrodotto l’articolo 18”. I deputati M5s in Commissione Lavoro alla Camera dicono di non avere intenzione di prendere lezioni da chi “ha smontato lo statuto dei lavoratori” e provano a difendersi rivendicando di “combattere la precarietà a 360 gradi” e assicurando di volerlo continuare a fare.

Stando a quanto riferiscono fonti parlamentari, tuttavia, la partita sull’articolo 18 dovrebbe essere solo rimandata. Nella Lega si sottolinea come occorra riaprire una discussione sull’articolo 18. Non ora. Non per affossare il Dl dignità. Il partito di via Bellerio ha condiviso la matrice del decreto, rivendica di aver migliorato il testo ma rimanda ad un altro provvedimento le questioni ancora aperte.

Tra queste, spiega uno dei big del Carroccio, c’è anche la necessità di introdurre maggiori tutele per i lavoratori. Anche nel Movimento 5 stelle c’è chi sostiene come la partita sui contratti e anche sull’articolo 18 sia solo rimandata. Non è un caso che sui social molti militanti abbiano chiesto ai vertici del Movimento spiegazioni sulla chiusura dei pentastellati all’emendamento di Liberi e uguali. La proposta di modifica ha ottenuto in Aula della Camera solo 13 voti favorevoli, 317 i contrari e 191 le astensioni. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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