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La manifestazione per unire Barcellona divide la Spagna

 

Una manifestazione di 500 mila persone per dire no al terrorismo e all’islamofobia a 9 giorni dall’attentato jihadista che ha insanguinato la Rambla. A guidare la marcia i medici, le forze dell’ordine e i commercianti dell’arteria dove Younes Abouyaaqoub si scagliò sulla folla a bordo di un furgoncino, uccidendo tredici persone. Un lungo fiume umano guidato dallo slogan “No tinc por”, “non abbiamo paura” in catalano, che ha sfilato per le vie di una Barcellona che ha voluto mostrarsi unita di fronte alla minaccia dell’Isis e a chi soffia sul fuoco della paura. I titoli dei quotidiani spagnoli si concentrano però sulla dura contestazione che ha accolto il re Felipe VI e il primo ministro Mariano Rajoy, accolti da una salva di fischi prima della partenza del corteo. 

In prima fila c’era proprio il monarca, con al fianco due bambine, una cristiana ed una musulmana. Alla sua destra Rajoy e alla sinistra il presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont, che ancora poche settimane si scagliava duramente contro la Madrid matrigna che continua a considerare illegale il referendum sull’indipendenza che la Catalogna terrà il primo ottobre.Puidgemont – leggiamo su El Mundo – minimizza e invita a non esagerare la portata di un episodio che fa parte della “libertà di espressione”. El Pais è però lapidario e titola: “Gli indipendentisti boicottano la manifestazione unitaria”. Perché di fronte al re Barcellona non è unita. Prima dei fischi di oggi, quando si recò nella Sagrada Familia per omaggiare le vittime dell’attentato, fu accolto da fragorosi “Viva el rey”! Ma derubricare la contestazione come gesto di una minoranza riottosa sarebbe molto ingenuo in una regione che ha eletto suo governatore un leader, Puidgemont, che ha la secessione tra i suoi punti programmatici

Le ragioni della contestazione

Sarebbe però altrettanto sbagliato considerare l’episodio come legato unicamente alla questione del referendum. In piazza a contestare le autorità c’erano anche manifestanti pacifisti legati all’estrema sinistra, che lamentavano i contratti per la fornitura di armi a Paesi del Medio Oriente siglati da Madrid. “Il re non può venire a una manifestazione pacifista e vendere armi all’Arabia Saudita”, ha dichiarato a El Pais uno dei contestatori, il barcellonese Hector Hernandez. E Rajoy? “Il governo ha nascosto ai Mossos d’Esquadra informazioni sui terroristi e non permette che si rafforzino”, asserisce Hernandez, dicendo di averlo letto su siti di “informazione alternativa”. In Spagna, come inevitabile, si è fatto molto complottismo dopo l’attentato. Che il coordinamento tra Madrid e Barcellona non fosse proprio ottimale era apparso però evidente a tutti, data la quantità di informazioni del tutto contrastanti che giungevano dalle due capitali durante le investigazioni sulla cellula responsabile dell’attacco. 

Un’accoglienza non inusuale per il re

Felipe VI, non popolare come il predecessore Juan Carlos, è quantomeno abituato a questo genere di accoglienza. A Barcellona era già stato fischiato in passato, addirittura quando non era ancora re. Era capitato, ad esempio, nel 2013, quando l’allora principe, insieme alla consorte Letizia, era stato fischiato mentre si recava all’opera di Barcellona per assistere a una rappresentazione de “L’elisir d’amore” di Donizetti. E fischi lo accolsero lo scorso anno a San Sebastian, nei Paesi Baschi, dove l’indipendentismo animò il braccio armato dell’Eta. Le pulsioni secessioniste delle due regioni si unirono in un’ideale abbraccio nel 2015 quando in finale di Copa del Rey si incontrarono il Barcellona e l’Athletic Bilbao e le due tifoserie, prima del match, fischiarono all’unisono la Marcha Real, inno nazionale spagnolo. 

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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