TwitterFacebookGoogle+

La maschera incaica

maschera incaica-R.C.– Alti lamenti si sono levati all’inconcepibile ipotesi che mai lo Stato avesse trattato con il crimine organizzato, prima che gli opinionisti dell’antimafia si posizionassero su un non meno inaccettabile pensiero comune, cioè che questa ignominia potesse essere il male minore, se non addirittura un bene.

Da sempre, invece, il malaffare organizzato è l’ombra del potere, nemico o complice, a seconda delle convenienze.

Già tutto aveva capito Gaetano Salvemini, che definì Giovanni Giolitti “Il ministro della malavita“, mentre per Indro Montanelli la figura simbolo di tale connubio aveva il volto di Giulio Andreaotti: la maschera incaica, labbra sottili adatte “a menzogne rarefatte”:

Mezzo secolo di governo “Fuori dai giochi di partito, da maneggi e tangenti, totalmente preso da impegni istituzionali in Italia e all’estero”, sottolineava lo statista romano per antonomasia.

Non vedo, non sento, non parlo, quasi come Totò Riina che, interrogato sui suoi rapporti con Luciano Leggio, di cui era stato luogotenente, rispose impassibile “Ci giocavo insieme da bambino, poi ho saputo che è stato condannato per eccesso di velocità sulla Palermo-Corleone”.

Uomini di potere, con verità proprie più vere delle altre.

Mai conosciuto, il divo Giulio, il giudice ammazzasentenza Corrado Carnevale, eppure lo aveva invitato come patrocinatore al premio Fiuggi, pregando un altro fido magistrato, Vitalone, di “Aiutarlo ventre a terra”. 

Così come è giudizialmentente accertato che Salvo Lima fosse il vicerè andreottiano in Sicilia, nominaqto dallo stesso presidente del Consiglio Andreotti, sottosegretario al Bilancio. Lima, uomo di Cosa Nostra, plurinquisito, eletto con i voti della mafia. Lima che si incontrava in una villetta con il boss di Palermo, Stefano Bontate.

Ma Andreotti non sapeva “Mai avuto il minimo indizio che ci fosse qualche collegamento tra Lima e persone che non dovesse frequentare”:

Così come mai aveva conosciuto i cugini Nino e Ignazio Salvo, onnipotenti finanziatori della sua corrente, in grado di manovrare la quasi totalità dei democristani eletti all’Assemblea Regionale Siciliana. Mai Andreatti li aveva visti, forse incontrati una volta in un albergo “Ma credevo fosse un cameriere o il proprietario”.

“Come è possibile?” gli domandò incredulo Gian Carlo Caselli. “Non solo è possibile, ma è così” rispose la maschera incaica, la sua verità più vera di quella del capo della procura di Palermo.

Giulio Andreotti ha sempre negato quello che convenire negare, da Cosa Nostra ai fantasmi cupi e minacciosi della banda della Magliana, al corpo penzolante di Roberto Calvi dal ponte dei Frati neri.

L’ambiguità fatta persona, chissà quale Andreotti incrociava tutte le mattine al ritorno dalla messa, il capo brigatista rosso Dario Franceschini.

Immarcescibile, inaffondabile, incancellabile come il peccato originale, fermanete convinto, in tutte le sue sfaccettature, che una cosa sola andasse perseguita: il potere.

In fondo la maschera incaica, i molteplici Andreotti erano solamente questo, semplice nella loro indistricabile complessità, un mito per un popolo di peccatori che da sempre è vicino ai grandi peccatori. 

Share Button

Original Article >>

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.