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La matrice egizia del cristianesimo. Travolta la storia delle religioni

12782283_10206920070734390_664912118_n[1]Siamo partiti dalla scoperta di Maria Vergine figlia della regina Cleopatra e terza moglie di Erode il Grande, per scoprire che Gesù era un sacerdote del culto isiaco ed osiriaco.

Dopo aver scoperto come il dio biblico Yahweh nacque dal sincretismo di dei precedenti, Baal in primis, ora diamo altre prove di come la matrice egizia sia presente nel cristianesimo, ad ulteriore conferma delle nostre scoperte. La menorah (in ebraico: מְּנוֹרָה IPA [mnoː’ɾaː]) è il candelabro a sette braccia degli Ebrei, la cui costruzione fu prescritta in Esodo 31-40 per diventare uno dei Tabernacolo strumenti e poi il Tempio di Gerusalemme .

La parola “Menorah” deriva dal prefisso “Meh” indicare l’origine di una cosa, associato alla radice ebraica Norah, Noorah, Nour, Nor (fiamma) nel femminile. Menorah significa quindi “Fiamma”, “che deriva dal Flame”; questa fiamma, secondo la Kabbalah, non è altro che la Shekhinah o la presenza femminile di Dio.
Stampe antiche in Negev mostrano che, nel momento in cui erano ancora politeisti, gli Ebrei adoravano il dio YAH (Yahweh) e la sua consorte Asherah la dea Astarte o. In queste stampe, il nome di YAH è spesso associato con un ariete o di toro mentre quella Astarte è stata associata con Menorah. Astarte era conosciuta anche dai Cananei di Ugarit (Siria) sotto il nome di Athirat, rappresentato da un palo di legno, il suo nome potrebbe essere tradotto come “boschetto”, “albero” con sette rami. Asherah con sette rami potrebbe quindi avere la forma di una menorah candelabro. La descrizione del Menorah dimostra che ha un aspetto molto vegetale:

Esodo 25, 31-38

Farai anche un candelabro d’oro puro. Il candelabro sarà lavorato a martello, il suo fusto e i suoi bracci; i suoi calici, i suoi bulbi e le sue corolle saranno tutti di un pezzo. Sei bracci usciranno dai suoi lati: tre bracci del candelabro da un lato e tre bracci del candelabro dall’altro lato. Vi saranno su di un braccio tre calici in forma di fiore di mandorlo, con bulbo e corolla e così anche sull’altro braccio tre calici in forma di fiore di mandorlo, con bulbo e corolla. Così sarà per i sei bracci che usciranno dal candelabro. Il fusto del candelabro avrà quattro calici in forma di fiore di mandorlo, con i loro bulbi e le loro corolle: un bulbo sotto i due bracci che si dipartano da esso e un bulbo sotto gli altri due bracci e un bulbo sotto i due altri bracci che si dipartano da esso; così per tutti i sei bracci che escono dal candelabro. I bulbi e i relativi bracci saranno tutti di un pezzo: il tutto sarà formato da una sola massa d’oro puro lavorata a martello. Farai le sue sette lampade: vi si collocheranno sopra in modo da illuminare lo spazio davanti ad esso.


Un’altra descrizione si trova in Zaccaria 1,2-3 e 7:
“Mi ha detto: Che cosa vedi? E io ho detto, vedo, ed ecco un candelabro tutto d’oro, e un taglio nella sua parte superiore; e le sue sette lampade di essa; sette lampade e di sette tubi per le lampade che sono in alto; e due alberi di ulivo al lato di esso, uno a destra della coppa, e l’altro alla sua sinistra … questi sono gli occhi del Signore che corrono in tutto il paese.

In Egitto, l’albero della vita era spesso raffigurato come una dea.

Albero vita

Nel primo libro di Nefi 1, 8-18possiamo leggere:

Ed ecco questo ti sarà dato come segno, che dopo aver veduto l’albero che portava il frutto che tuo padre assaggiò, tu vedrai pure un uomo scendere dal cielo e testimonierai di lui; e dopo che avrai testimoniato di lui, porterai testimonianza che egli è il Figlio di Dio. E avvenne che lo Spirito mi disse: Guarda! E guardai e vidi un albero; ed era come l’albero che aveva visto mio padre; e la sua bellezza era di gran lunga superiore, sì, superava ogni altra bellezza; e il suo candore sorpassava il candore della neve sospinta dal vento. E avvenne che dopo che ebbi visto l’albero, dissi allo Spirito: Vedo che mi hai mostrato l’albero che è prezioso più di ogni altra cosa.  Ed egli mi disse: Cosa desideri? E io gli dissi: Conoscerne l’interpretazione[…] E avvenne che vidi i cieli aprirsi; e un angelo scese, stette dinanzi a me, e mi disse: Nefi, cosa vedi? E gli dissi: Una vergine più bella e più leggiadra di ogni altra vergine. Ed egli mi disse: Conosci tu la condiscendenza di Dio? E io gli dissi: So che egli ama i suoi figlioli; nondimeno non conosco il significato di tutte le cose. Ed egli mi disse: Ecco, la vergine che vedi è la madre del Figlio di Dio, secondo la carne.

Il Primo libro di Nefi è una narrazione in prima persona, che inizia intorno al 600 a.C. di un profeta di nome Nefi, ed è evidente l’associazione tra l’albero e la dea madre del figlio di Dio. Da qualsiasi latitudine il cristianesimo sin dalle sue ancestrali origini ci porta ineluttabilmente in Egitto. Lo stesso discorso riguarda la circoncisione praticata dagli ebrei e secondo il vangelo di Luca:

Luca 2,21

Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.

In Egitto la circoncisione veniva praticata come rituale di affiliazione al dio Ra, che aveva circonciso sé stesso secondo la leggenda,quando il dio del Sole, masturbandosi, si mutilò e dal suo fallo caddero alcune gocce di sangue che diedero vita al dio dell’aria SHU e a Tefnut, la dea dell’umidità..Questa operazione era eseguita da tempi antichissimi come documentato dalla descrizione del Papiro di Ebers, reperito a Luxor nel 1862 dall’archeologo tedesco Georg Moritz Ebers, che lo acquistò da un mercante che lo aveva trovato tra le gambe di una mummia a Tebe, mummia che viene fatta risalire al 3000 a.C. Nel testo si possono leggere le istruzioni per praticare la circoncisione, si indica come arrestare l’emorragia del prepuzio applicando una mistura di miele, polvere d’osso e sicamoro. Anche in un bassorilievo della tomba del faraone Ankh-ma-Hor, vi è raffigurata una rappresentazione scultorea della circoncisione, cosi come nel museo del Cairo, in una statua di un faraone studiata da Ernst Desnos nel 1914.

Circoncisione

Questa pratica non veniva usata come profilassi igienica, prova ne è che e in un primo periodo sembra fosse riservata solo ai sacerdoti, ai nobili e ai maschi della casa reale. Solo in seguito la pratica venne estesa a tutta la popolazione e ai viaggiatori stranieri che per entrare in Egitto dovevano sottoporsi all’intervento chirurgico e ne da testimonianza Pitagora (6° secolo a.C.) che per in Egitto per studiare gli antichi templi, venne ammesso ad entrare soltanto dopo essersi sottoposto all‘operazione, abolita in seguito. Gli Hyksos-Ebrei vennero a conoscenza di questa pratica, che aveva per loro un significato eminentemente religioso, durante i 300 anni di occupazione, e ne fa aperta menzione la Bibbia (Genesi, 34 ed Esodo 4 e 25) dove si può interpretare come una iniziazione puberale. Dalla matrice egizia si riscontrano quindi evidenze nelle tre grandi religioni monoteistiche del cristianesimo, islmamismo ed ebraismo. Altro esempio lo possiamo trovare nelle leggi mosaiche, dove si può riscontrare una perfetta analogia in alcuni dei Dieci Comandamenti, ripresi dalLibro dei Mort egizio che comprende la dichiarazione d’innocenza che l’anima del defunto faceva una volta giunta nell’aldilà, per arrivare al cospetto di Horus. Ecco ad esempio alcune di queste dichiarazioni:

Non ho detto il falso
Non ho rubato
Non ho ucciso uomini

Vediamo ora quanto è riportato nelle sacre scritture (Esodo) :

Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo
Non rubare
Non uccidere”

Altra importante analogia la possiamo riscontrare nei faraoni egizi, che cercavano di mantenere la loro “purità di sangue” facendo matrimoni tra consanguinei, specie con sorellastre nate da madre diverse del faraone. Non deve quindi suscitare scalpore il fatto che Maria, nata dall’unione di Simone Boeto e Cleopatra, si uni con Giuseppe, figlio del suo fratellastro Alessandro Heli, nato dall’unione di Marco Antonio e Cleopatra e che Gesù si unì con Marta sorella di sua madre. Lo stesso Abramo sposerà sua sorella Sara: “Inoltre essa è veramente mia sorella, figlia di mio padre, ma non figlia di mia madre, ed è divenuta mia moglie.(Genesi 20:12) Il motivo di questi legami di sangue è legato alla religione egizia, in quanto gli dei  egizi Iside e Osiride sono sposi e fratellastri, essendo nati dalla stessa madre, Rea, ma da padri diversi, Osiride dal Sole, Iside da Hermes.

Sempre dall’Egitto proviene il simbolo cristiano legato al culto del pesce come immagine della divinità, che poi si identifica con essa. Il pesce veniva considerato come l’emblema della fecondità umana e animale, in virtù dell’incredibile numero di uova che porta, e della credenza, che situava nelle acque profonde il punto di partenza nella vita del mondo.
Plutarco
ci informa di come l’oxyrhynco era un pesce sacro per gli egizi, tanto che gli abitanti non volevano mangiarlo a causa del suo presunto ruolo nelle incarnazioni di Osiride, tanto da farlo divenire un pesce maledetto come confermato, oltre che da Plutarco anche da Clemente d’Alessandria e dai moderni egittologi. In Egitto i geroglifici relativi al vocabolo “odio”, vengono rappresentati con l’immagine del pesce. Il pesce rappresenta inoltre l’organo sessuale maschile e la fecondità.
La frase “crescete e moltiplicatevi, e riempite la terra” fu il messaggio cristico dell’antico emblema di tutte le fecondità: il pesce, che nel III secolo acquisì un preciso significato Eucaristico all’interno della chiesa. Il vescovo Abercio diceva: “Questo testo, come altri, stanno a significare che il pesce veniva usato come simbolo di un vocabolario misterioso dei primi cristiani e che serviva a rappresentare il Cristo, nascosto sotto le specie materiali dell’Eucarestia”. Questo simbolo si trovava raffigurato sul calice o sull’altare delle chiese già in tempi antichi e nelle scene di banchetto sacramentale.Oltre al pesce anche la Croce ansata, o Ankh, proviene dall’antico Egitto come simbolo che ricordava il dono della vita e dell’immortalità. Il termine ankh significa “vita “ o anche “ chiave di Iside”o “chiave dei grandi misteri”, tanto che i sacerdoti egizi in certi bassorilievi sono raffigurati nell’atto di donare con l’Ankh l’energia vitale ai defunti, al fine di concedergli l’immortalità. Nei tempi antichi l’Ankh poteva anche essere usata dai sacerdoti definiti “renditori di corde”, come strumento di misura che veniva piantato a terra attraverso il perno, facendo poi passare nell’anello una corda che veniva collegata ad un’altro strumento per definire circonferenze e perimetri delle costruzioni che si dovevano realizzare.

croce ansata 1       croce ansata 2

L’Ankh è rappresentata innumerevoli volte in scene raffigurate sui muri delle tombe egiziane, che mostrano gli dei nell’atto di avvicinare il simbolo della vita alle narici del sovrano, in quanto indica la morte umana come nascita del dio che l’essere umano ha costruito nel corso della sua esistenza. L’uomo che diventa dio, per questo gli dei egiziani sono raffigurati con l’ankh in mano, così come Horus nel papiro di Ani, Una continuità tra la vira corporale e la morte del corpo che rappresenta un passaggio ad un altro stato, come si evince in questi passaggi tratti dal libro dei morti:

Apritemi la porta!”

Chi sei? Dove vai? Qual è il tuo nome?

Io sono uno spirito divino come voi.”

Chi sono quelle che ti accompagnano?”

Sono le due Dee-serpenti.”

Separati da loro se vuoi avanzare!”

No! Poiché esse mi aiuteranno a pervenire sino al santuario

ove troverò gli Dèi supremi.

L’anima-che-si-concentra” è il nome della mia barca;

Il-Terrore” è il nome dei miei scalmi;

Quella-che-stimola” è il nome della mia stiva;

Naviga-diritto-innanzi-a-te” è il nome dei miei governali.

Nello stesso modo, sappiatelo, è modellato il mio feretro durante la traversata…

Che le mie offerte siano:

Latte, pane e carne del tempio di Anubis.

Tratto da “Il libro dei morti degli antichi egiziani” di Kolpaktchy e Piantanida p. 115 ed. Brancato 1991

E ancora:

Io sono un purificato fra i purificati.

Io sono il Dio Shu che, nelle regioni degli Dèi luminosi,

Attira verso di lui l’aria dell’oceano celeste,

Fino ai limiti del Cielo,

Fino ai limiti della Terra

Fino ai limiti della Luce divina.

Che l’aria vivifichi dunque questo giovane Dio che si risveglia!

Tratto da “Il libro dei morti degli antichi egiziani” di Kolpaktchy e Piantanida p. 113 ed. Brancato 1991

Gli Ankh sono stati trovati nella tomba di Amenofi II, il padre di Thutmosi IV.

Il cristianesimo si appropriò del simbolo dell’ankh cambiandone il senso e usandolo per imporre sofferenza, con la chiesa copta d’Egitto. L’Ankh, chiave della vita fu usato per imporre il dolore cristiano diventando così la “croce ansata”. Per gli egizi l‘anima possedeva altri aspetti personali come il nome proprio Il “Ren” che veniva dato alla persona alla sua nascita. Il corpo fisico veniva chiamato Sekhu o Khat, ed in esso risiedevano le forze che conferivano forza vitalità, luce che sosteneva la materia fisica che nei saggi si riuniva al nucleo spirituale eterno dopo la morte che veniva chiamato il Ba, l’essenza spirituale ed eterna che s’incarnava di nuovo o che permaneva nel mondo degli dei con cui era affine. Dopo la morte corporea l’Akh o Khu  era il vestito luminoso del Ba che volava fino al ricongiungimento con gli dei, mentre l’Ab o Ib era il cuore, sede d’ogni attività di sentimenti ed emozione che esprimeva la vita dello spirito. Vi era infine la memoria delle esperienze terrene rappresentate dal binomio Ka e Sheut, o Khaibit,
dove il Ka era l’aspetto luminoso dell’agire umano, mentre lo Sheut era la sua controparte oscura. Gli egizi erano ossessionati dall’idea della morte e della vita nell’aldilà, dove dovevano arrivare di un viaggio rischioso, regolato da credenze, riti e formule a metà strada tra religione e magia che li portò a preservare il corpo con l’essiccazione naturale delle sabbie, a che non andasse distrutto durante il Duat, ovvero questo viaggio che corrispondeva al percorso che il sole compiva nelle dodici ore notturne.
La morte rappresentava quindi una fase di transizione nell’aldilà per avere accesso  alla vita eterna, e ne sono ulteriore testimonianza i miti della Creazione nella cosmogonia egizia., e questo portò il popolo ed i sacerdoti ed i faraoni egizi ad assolvere i riti funebri attraverso riti magico-cerimoniali sofisticatissimi, portando con il passare del tempo al complesso rito della mummificazione. In questo rito il Faraone Ra, quando moriva veniva lavato e profumato in un luogo sacro, per poi essere portato nella “Casa della Vita” dove il Sacerdote con la testa del dio Anubi,  iniziava il processo dell’imbalsamazione che si evolse fino ad arrivare al suo culmine di raffinatezza con la XXI dinastia. Questi riti di resurrezione spirituale sono stati ben nascosti nei vangeli, i quali sottoposti a un attento esame sembrano riproporre la dottrina della reincarnazione, come si evince dal vangelo di Giovanni:

C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei. Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». Replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?1

La frase “se uno non rinasce dall’alto non può vedere il regno di Dio” appare oscura e di ostica comprensione, come lo è anche la risposta di Nicodemo che, non capendo cosa Gesù intendesse, chiede in che modo un uomo possa rinascere (“dall’alto?”), essendo già vecchio. La frase acquista un senso più chiaro alla luce di una traduzione può corretta: difatti la locuzione “dall’alto” (in greco anwthen) viene tradotta nella Vulgata con “denuo”, che significa “di nuovo”. In effetti anwthen viene attestato nel dizionario di greco antico “Montanari” col significato di “di nuovo” proprio in questo passo del vangelo di Giovanni2. Tradotto correttamente, quindi, il passo sarebbe:

Gli rispose Gesù e gli disse: “In verità, in verità ti dico che se qualcuno non rinasce di nuovo, non può vedere il regno di Dio”. Gli disse Nicodemo: “Come può un uomo rinascere mentre è vecchio? Non può entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico che se non si rinasce da acqua e da spirito, non si può entrare nel regno di Dio. Ciò che è generato dalla carne è carne e ciò che è generato dallo spirito è spirito. Non meravigliarti perché ti ho detto che bisogna che voi nasciate di nuovo” […]3

Alla luce di una traduzione più corretta il passo acquista un significato ben preciso: solo tramite la reincarnazione dello spirito nell’acqua, ovvero nella carne, l’anima può purificarsi e arrivare in quello che Gesù chiama “il regno di Dio”. Vi si legge inoltre una netta separazione tra la carne, ovvero il mondo di materia, e lo spirito, ovvero il mondo spirituale, ciononostante il secondo si serve del primo per rinascere e purificarsi.

Altri cenni alla dottrina della reincarnazione si possono scorgere in Matteo 17:1-13:

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte […] Allora i discepoli gli domandarono: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, l’hanno trattato come hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro». Allora i discepoli compresero che egli parlava di Giovanni il Battista.

Da questo passo emerge che i Giudei attendevano una seconda venuta di Isaia. Secondo l’opinione di Gesù, dunque, Elia non sarebbe rinato uguale nell’aspetto e nel nome, ma sotto spoglie differenti, tanto da non essere riconosciuto dai Giudei. Difatti lo spirito di Elia sarebbe rinato dentro il corpo di Giovanni Battista; questo a dimostrazione che non si trattava di una seconda venuta della stessa persona, ma di una reincarnazione fisica vera e propria.

Tratto dal libro in prossima uscita Cristo il Romano di Alessandro De Angelis

1gv 3:1-12.

2montanari f., vocabolario della lingua greca, loescher editore, torino 2004, p. 257; cfr. anche il medesimo significato di anwthen in ios. ai. 1.263, gal 4.9.

3ibid.

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