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La misteriosa morte di Shukri Ghanem, il 'Calvi libico' che poteva incastrare Sarkozy

La sera del 28 aprile 2012 Shukri Ghanem è a cena con la sua famiglia nell’appartamento viennese dove vive ormai da un anno. Era stato tra i primi alti funzionari di Tripoli ad abbandonare la Libia quando, nella primavera del 2011, le forze della Nato iniziarono a bombardare il Paese nordafricano, a sostegno dei ribelli in lotta per rovesciare il presidente Muammar Gheddafi.

Ghanem non è un gerarca qualsiasi. Nominato primo ministro nel 2003, nel 2006 fu scelto per guidare la Noc, la compagnia petrolifera di Stato che gestiva le enormi riserve di idrocarburi della Libia. Un incarico che Ghanem mantenne fino al 16 maggio 2011, quando lasciò una nave che affondava, fuggendo prima a Roma e poi nella capitale austriaca, dove iniziò una seconda vita come consulente per una compagnia energetica. Volto gentile e mondano del regime, sulla carta aveva abbandonato Gheddafi per sostenere, dall’estero, i suoi oppositori. Ma il nuovo esecutivo libico, insediatosi dopo l’assassinio del Colonnello, ucciso mentre fuggiva verso la sua Sirte (poi diventata bastione dell’Isis sul Mediterraneo), non si fida di lui: troppo stretti i suoi legami con la famiglia Gheddafi, in particolare con il secondo figlio del presidente, Saif al-Islam, che insieme a Ghanem aveva cercato di spingere il Paese verso riforme che lo avvicinassero all’Occidente. Proprio l’incerto destino di un Paese devastato fu l’argomento della sua ultima conversazione con i familiari, racconta una delle figlie che, destatasi la mattina dopo, non trovò in casa il genitore.

Omicidio, suicidio o incidente?

Quella mattina il cadavere di Shukri Ghanem verrà trovato galleggiare, vestito di tutto punto, nelle acque del Danubio, non distante dal suo appartamento. Non ci sono apparenti segni di violenza, né altri indizi che possano provare che l’uomo sia stato gettato nel fiume da qualcuno, sebbene la polizia in un primo momento avesse aperto un’indagine per omicidio. L’autopsia non trova nel sangue di Ghanem tracce di alcol o farmaci. Si sa solo che è annegato e che la morte risale a prima delle 5 del mattino. Un suicidio? Un assassinio? Una caduta seguita a un malore? Quasi sette anni dopo, non lo sa ancora nessuno. Ritenere che non sia stato un incidente è, però, tutt’altro che ardito. Ghanem lasciava molti nemici in patria, tra i lealisti come nel nuovo governo libico, che in quelle settimane stava lavorando con l’Interpol a un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti (cattiva gestione delle risorse di idrocarburi il capo d’accusa ufficiale). Ma anche in Francia c’era chi potrebbe averlo voluto morto.

Le rivelazioni di Mediapart

Il 27 settembre 2016 Mediapart, testata francese specializzata in giornalismo d’inchiesta, pubblica una rivelazione clamorosa, che anticipa parte delle imputazioni che porteranno al fermo di Nicolas Sarkozy. Quel 28 aprile 2012, annuncia Mediapart, nel Danubio non fu trovato solo il corpo di Ghanem ma anche un’agendina che dettagliava tre pagamenti alla campagna elettorale di Sarkozy giunti nel 2007 da funzionari del governo libico, per un totale di 6,5 milioni di euro. I documenti vengono girati al procuratore Serge Tournaire, il magistrato responsabile dell’inchiesta che ha portato al fermo dell’ex presidente francese, che ne verifica l’autenticità. I legali di Sarkozy ora non possono più sostenere che le prove di finanziamenti libici a favore del loro assistito sono contraffatte. L’elezione di Sarkozy all’Eliseo nel maggio 2007 sarebbe avvenuta quindi anche grazie all’aiuto economico diretto di uno Stato estero. Altro che bot russi.

Secondo Mediapart, Ghanem nei suoi appunti cita un vertice del 29 aprile 2007 nel quale Bashir Saleh, il capo dello staff di Gheddafi, aveva affermato di aver versato un milione e mezzo di euro a Sarkozy. Un’altra tranche da 3 milioni sarebbe stata saldata direttamente da Saif al-Islam, mentre gli altri due milioni sarebbero stati versati dal capo dei servizi segreti libici, Abdullah Senussi. Rivelazioni che si aggiungono a quelle dell’uomo d’affari franco-libanese Ziad Takieddine, che ha affermato di aver trasportato valigie piene di contanti direttamente al ministero degli Interni francese, allora guidato da Sarkozy, in tre occasioni, dal novembre 2006 al gennaio 2007. Va ricordato, en passant, che Bashir Saleh lo scorso 1 marzo è stato ferito da un colpo di pistola allo stomaco a Johannesburg in quello che potrebbe essere rubricato come un tentativo di rapina se solo la sua famiglia non giuri che l’uomo “si sentiva minacciato da settimane”.

I tanti interrogativi da chiarire

Perché Ghanem, quel 29 aprile, aveva deciso di fare una passeggiata sul lungofiume nel cuore della notte? Perché si era portato dietro quei preziosi appunti? E perché l’agendina era stata trovata nel fiume e non addosso a lui? L’inchiesta di Tournaire potrebbe presto fare luce anche su questi interrogativi. Di certo, se gli stessi servizi segreti americani definirono quel decesso “altamente sospetto”, non è complottismo supporre che sia stata quell’agendina a costare a Ghanem la vita. Così come non lo è ritenere che la fretta e la determinazione con le quali Sarkozy preparò l’intervento contro Gheddafi fossero dovute al desiderio di chiudere la bocca a un ex alleato che nascondeva tanti segreti scomodi.

“Parigi aveva certamente buone ragioni geopolitiche e persino culturali per entrare in quello che appariva un sommovimento epocale”, scriveva tre anni fa su La Stampa Cesare Martinetti, “dietro questa guerra libica c’è però anche un altro scenario che emerge dalle inchieste della magistratura ed è quello di un interesse personale di Nicolas Sarkozy nel menare una campagna che doveva portare alla distruzione delle prove di un suo grande e inconfessabile segreto: aver ricevuto un ricchissimo finanziamento da Gheddafi. Si dice addirittura 50 milioni di euro”. “Abbiamo finanziato noi la sua campagna elettorale e ne abbiamo le prove”, tuonò Saif al-Islam Gheddafi, al quale Ghanem era così vicino, mentre i bombardieri francesi iniziavano a martellare il suo Paese. Quelle prove ora ci sono. E tra esse ci sono gli appunti del ‘Roberto Calvi libico’, ripescati da quelle acque nelle quali, forse, qualcuno sperava restassero.

@CiccioRusso_Agi

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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