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La mondanizzazione del clero (Parte seconda) 192

La mondanizzazione del clero si accentuò col progredire del tempo. Un regolamento ecclesiastico del III secolo definisce il vescovo «immagine di Dio onnipotente», «re», Signore «della vita e della morte», e vuole vederlo assiso su un trono, circondato dai suoi sacerdoti, esattamente come si immaginava
stesse Dio nel regno dei cieli.
In contrasto stridente con tale processo involutivo della Chiesa è opportuno ricordare come Gesù rampognasse gli scribi e i farisei: «Prediligono i primi posti nei banchetti e i seggi d’onore nelle sinagoghe; vogliono essere ossequiati al mercato e godono nel farsi chiamare dalla gente col titolo di “Rabbi”. Ma voi non dovrete farvi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, ma siete tutti fratelli. E nessuno sulla terra dovrete chiamare vostro “padre”, perché uno solo è il Padre, quello che sta nei cieli» (Mt. 23, 6 sgg.).
E’ evidente che Gesù vieta in tal modo ai suoi seguaci qualsiasi carica o titolo
onorifico, e così furono interpretate in un primo momento le sue parole. E ancora
verso la metà del II secolo S. Giustino predicava agli Ebrei: «Dovete dunque prima di tutto disprezzare gli insegnamenti di coloro che si autoesaltano e pretendono d’essere chiamati “Rabbi, Rabbi”» (Just., Tiyph. 112).
Nel IV secolo poi i vescovi presero a chiamarsi reciprocamente «Tua Santità», «Tua Beatitudine»; e Gregorio di Nazianzio, riferendosi alla prassi ecclesiastica, ammette con ammirevole sincerità: «Colui che si lascia vincere facilmente viene disprezzato; chi si esalta viene onorato; chi si umilia di fronte a Dio viene irriso».
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