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La Nasa vuole spegnere il supervulcano dello Yellowstone

Pubblicato il 19/08/2017 –
vittorio sabadin –

La Nasa ritiene che il pericolo per l’umanità causato dai supervulcani presenti sulla Terra sia maggiore di quello della caduta di un asteroide o di una cometa. Gli scienziati che lavorano all’Advisory Council on Planetary Defense dell’ente spaziale americano hanno così elaborato progetti tesi a scongiurare una eruzione nella caldera del parco dello Yellowstone, che avrebbe conseguenze devastanti non solo negli Usa e in Canada, ma anche sul clima e sull’ecosistema globali.

A rivelarne l’esistenza è stato Brian Wilcox, un esperto che ha lavorato al progetto e che ora presta la sua opera al Jet Propulsion Lab. Secondo quanto Wilcox ha detto al Daily Mail, la Nasa pensava di scavare un buco profondo 14 chilometri dentro al quale fare passare ad alta pressione acqua destinata a raffreddare la caldera, riducendo i rischi di una esplosione. L’idea è stata accantonata a causa del suo alto costo, 3,4 miliardi di dollari, e della possibilità che lo scavo di un tunnel pieno d’acqua possa causare proprio quello che cerca di evitare, l’innesco dell’esplosione vulcanica.

Per la Nasa il progetto è però l’unico possibile, ha detto Wilcox, e bisognerebbe prenderlo in maggiore considerazione. Lo Yellowstone, che si trova al confine tra lo Wyoming, il Montana e lo Utah, esplode ogni 600.000 anni e l’ultima volta che lo fatto è stato proprio 600.000 anni fa. I supervulcani sulla Terra sono una decina, uno dei quali si attiva in media ogni 100.000 anni: il caso più recente è stato in Nuova Zelanda, 26.500 anni fa.

Anche se le stazioni di monitoraggio e lo US Geological Survey non sembrano preoccupati, dal giugno scorso lo Yellowstone ha registrato più di 1500 terremoti, con un’attività sismica del tutto inconsueta. Tremori e scosse sono indice di uno spostamento del magma, ma i turisti che visitano il parco non ci badano nemmeno più, tanto sono ormai abituali. Se il supervulcano esplodesse, una nube di cenere oscurerebbe il cielo per un diametro di almeno 800 chilometri e ricadendo distruggerebbe i raccolti e inquinerebbe l’acqua dei fiumi. L’eruzione avrebbe anche conseguenze sull’intero pianeta, con un raffreddamento della temperatura che potrebbe durare qualche decina d’anni, come ipotizzavano gli scenari dell’”inverno nucleare” causato da un’eventuale guerra atomica. I raccolti sarebbero molto più scarsi e in molti paesi si soffrirebbe la fame: le riserve di cibo attualmente disponibili nel mondo bastano solo per 74 giorni. Tutti gli esperti sono comunque concordi nell’escludere che l’esplosione di un supervulcano possa determinare un’estinzione di massa. In passato non è mai avvenuto, anche se le condizioni climatiche del pianeta sono ogni volta cambiate creando non pochi problemi a ogni forma di vita.

Anche l’Italia ha il suo supervulcano, nei Campi Flegrei del golfo di Pozzuoli. Con una caldera dal raggio di 15 chilometri è considerato il terzo supervulcano più pericoloso del mondo dopo lo Yellowstone e il Lago Toba in Indonesia. Ha già registrato due eruzioni note come Ignibrite campana (40 mila anni fa) e Tufo giallo napoletano (15 mila anni fa). Nel primo caso la caldera espulse più di 200 chilometri cubi di materiale vulcanico, nel secondo circa 40 chilometri cubi. A confronto il vicino Vesuvio, del quale tanto ci preoccupiamo, è un innocuo ragazzino.

http://www.lastampa.it/2017/08/19/societa/la-nasa-vuole-spegnere-il-supervulcano-di-yellowstone-lHhWPZUkEaRbvXKFcWVTAO/pagina.html

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