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La pace tra Eritrea e Etiopia è un'ottima notizia anche per l'Italia

Una guida rossa al termine della scaletta, sulla pista: cerimoniale da visita di stato per le decine di uomini e donne, normalissimi, che scendono dal primo volo diretto Addis Abeba-Asmara che atterra nella capitale eritrea dopo vent’anni di guerra.

Miracolo della volontà, e magari anche della giovinezza: a volere la svolta è stato uno dei leader più giovani d’Africa, il primo ministro etiope Abiy Ahmed: 41 anni, al potere da aprile, una carriera nell’esercito prima di buttarsi in politica.

Scelta lungimirante, coraggiosa e non priva di azzardo, che permetterà nel tempo la riunificazione di famiglie rimaste separate al momento dello scoppio del conflitto, nel 1998, getterà le basi per lo sviluppo del Corno d’Africa e potrebbe avere molte ripercussioni positive per l’Europa e per l’Italia in particolare.

Aprite quelle porte

Abiy ama i colpi di testa, ed è già sfuggito ad un attentato per le sue aperture. Esponente della fazione degli Oromo all’interno del Fronte Democratico Rivoluzionario Etiope (la coalizione di forze al potere dal 1991, anno della cacciata del dittatore marxista Menghistu) ha stretto un accordo con i rivali tigrini.

Poi ha fatto aprire le porte delle carceri, cancella dalla lista delle organizzazioni terroristiche tre partiti di opposizione, liberalizzato il web. Forte di un’economia tra le più in forte espansione nel continente, ha deciso a questo punto di por fine ad un conflitto che finora è costato la vita a 80.000 persone, tenuto l’Etiopia lontana dallo sbocco sul Mar Rosso e tarpato le ali all’ulteriore sviluppo nazionale.

La guerra ignorata

L’Eritrea e l’Etiopia hanno avuto, nella storia recente un solo momento in cui sono andate d’accordo: quando si è trattato di cacciare Menghistu, l’uomo sostenuto dai sovietici che aveva rovesciato il Negus Haile Selassie tenendone il corpo nascosto sotto il pavimento del suo studio. Lo stesso Negus, nel 1961, era intervenuto duramente da Addis Abeba contro le aspirazioni autonomiste di Asmara.

Rovesciato Menghistu nel 1991, l’Eritrea non perse tempo e organizzò un referendum per dichiarare l’indipendenza, che venne proclamata nel 1993. La pace con il potente vicino durò appena cinque anni: nel 1998 una disputa di confine portò all’esplosione dei rancori a malapena sopiti e agli odi di carattere etnico. Una guerra consumata sulle trincee degli altopiani semidesertici, nel silenzio indifferente del mondo.

Alla corte di Salman

Gli accordi per porre fine alle ostilità, mediati dall’Onu, risalgono al 2000. Da allora però erano rimasti lettera morta, per la decisione etiope di non riconoscere l’arbitrato internazionale sui territori contesi. Un’impasse che Abiy ha sbloccato accettando il giudizio senza porre precondizioni. Quindi, forte anche di un nuovo interessamento americano nella regione, si è rivolto direttamente ai due grandi mentori dell’Eritrea nell’area, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

A Riad compie la sua prima visita all’estero, ed ottiene dal nuovo uomo forte alla corte, il principe ereditario Mohammad bin Salman, l’impegno a farsi sentire dal presidente eritreo Isaias Afewerki. Quindi gli Emirati, che controllano da alcuni anni il porto eritreo di Assab, da cui non perdono di vista la guerra civile nello Yemen, ricevono la visita di Afewerki, che ottiene la promessa di aiuti in caso di pacificazione.  Il gioco è fatto.

Pace e prosperità

L’importanza della nuova fase va ben al di là del destino delle famiglie che si sono riunite con il primo volo diretto tra i due paesi dopo 20 anni. Innanzitutto la fine del conflitto significa risorse ingenti che non devono essere più devolute alle operazioni: più dollari per lo sviluppo economico, meno per foraggiare le rispettive caste militari.

La minore incertezza politica si traduce immediatamente in nuovi flussi di investimenti, destinati a sostenere la forte crescita economica etiope (rappresentata dalla metropolitana di Addis Abeba e dalla nuova stazione ferroviaria) e a far partire quella eritrea. Poi c’è un altro dato: il rispetto dei diritti dell’uomo.

L’Eritrea, in questa nuova fase, potrebbe essere contagiata dal morbo della democrazia. Afewerki, cresciuto alla scuola del castrismo, ha 71 anni e gli osservatori internazionali si attendono da lui una politica di apertura dopo una lunga fase di contrazione dell’economia e di uno sforzo bellico che costringeva i giovani ad essere sottoposti ad una ferma militare a tempo indeterminato. Due ottimi motivi per lasciare il paese con qualsiasi strumento a disposizione. Anche su un barcone in direzione dell’Italia.

Oggi in Eritrea qualcuno deciderà di non partire in direzione dell’Europa, ma di prendere l’aereo per Addis Abeba.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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