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La parabola del concetto di Dio

E’ molto probabile che la progressiva astrazione del concetto di dio, avvenuta nel corso non di secoli ma di millenni, sia stata una conseguenza della progressiva accentuazione dell’antagonismo sociale tra le classi o i ceti. Non è neanche il caso di pensare che per timore di apparire dei vetero-comunisti si debba rifiutare una tesi materialistica del genere.

E’ abbastanza chiaro che non ci s’inventa un’astrazione perfetta, irreale, se non quando l’esistenza che materialmente si vive viene percepita come insopportabile, come traumatica. La natura viene avvertita sensibilmente come “matrigna” solo dopo che la società ci è diventata nemica: l’aldilà viene appunto a sostituire una società e una natura che hanno perduto la dimensione umana. E, quanto più è forte l’antagonismo sociale, tanto più astratta e universale sarà l’idea di dio, sia nel caso che le classi oppresse non sappiamo fare delle rivoluzioni sociali e politiche a loro favore, sia che preferiscano accontentarsi di semplici mutamenti culturali, prevalentemente religiosi o di costume.

Sarebbe un errore però pensare che i mutamenti culturali da una forma di religione a un’altra siano sempre un prodotto voluto dall’alto, cioè dai vertici dirigenti delle istituzioni basate sulle differenze di classe. E’ anche possibile che i ceti oppressi si diano un’immagine sempre più astratta e universale della divinità (facendola diventare invisibile, intangibile, onnipotente, onnisciente ecc.), proprio per togliere il privilegio ai ceti dominanti di potersi identificare col loro proprio dio, costruito a loro propria immagine e somiglianza, e rendere così l’aldilà patrimonio di tutti e non più area riservata solo a chi se la può permettere, come generalmente accadeva tra gli antichi egizi.

In questo senso non è sempre vero quando si dice che il concetto di dio è stato usato dalle classi egemoni per soggiogare quelle oppresse. E’ vero anche che quest’ultime, nel tentativo – illusorio appunto perché religioso – di opporsi al dominio degli oppressori, hanno cercato di elaborare, a più riprese, una forma alternativa della divinità, che fosse più astratta, più universale, più semplice, alla portata di tutti, la cui volontà tutti potessero interpretare (mediante segni, simboli, premonizioni, sogni ecc.).

E’ anche vero però che le classi egemoni non hanno mai impiegato molto tempo prima di trovare il modo di strumentalizzare la nuova concezione della divinità contro gli interessi delle masse. Il maggior o minor tempo con cui realizzare la nuova strumentalizzazione era in rapporto alla maggiore o minore flessibilità e intelligenza delle autorità di potere. Qui è l’esperienza che conta. In genere uno Stato inesperto o non sufficientemente maturo può impaurirsi di questi mutamenti di pensiero. Uno Stato accorto sa invece che qualunque mutamento, nell’ambito della religione, non porta mai a sconvolgimenti di tipo politico. Se esistono degli sconvolgimenti del genere, essi non dipendono dalla religione, ma da fattori materiali, economici, che possono però essere ammantati di contenuti religiosi. Qui sta tutta la spiegazione della svolta costantiniana.

La parabola del concetto di dio, in tutto il pianeta, ha avuto sempre un percorso abbastanza lineare, una volta superata la fase del comunismo primitivo, in cui non si credeva in alcuna stranezza magica: si sarà passati dall’animismo al politeismo, passando attraverso il totemismo, il feticismo e altre varianti primitive, fino a giungere al monoteismo (unico o, come nel cristianesimo, trino), per poi elaborare le prime nozioni di ateismo, in un percorso che ci sta portando al punto di partenza, ma con una consapevolezza scientifica delle cose.

Naturalmente dobbiamo dare per scontato che non si può realizzare una concezione astratta e universale della divinità, senza che le masse siano socialmente organizzate e politicamente abbastanza agguerrite. Là dove esiste una divisione in tante tribù, clan ecc., al massimo vi può essere una notevole proliferazione di divinità. L’esempio classico è l’India.

Una concezione astratta e universale di dio è necessariamente il frutto di diverse menti intellettuali, nell’arco di una o più generazioni, le quali si oppongono, più o meno consapevolmente, al potere dominante. Perché la loro concezione risulti vittoriosa, occorre che le masse si organizzino per un battaglia politico-sociale e anche, se necessario, militare (vedi p.es. gli ebrei di Mosè o gli arabi di Maometto).

Generalmente la lotta sociale assume una connotazione meramente religiosa, sia perché il livello culturale generale è basso (o è comunque limitata la capacità di criticare la religione), sia perché gli intellettuali, ad un certo punto, si rendono conto (a volte lo sanno a priori) di non poter realizzare politicamente e socialmente alcuna vera democrazia di massa, sicché cercano di mascherare questa loro impotenza con lo strumento della religione.

Questi intellettuali spesso lottano solo per affermare una loro verità filosofica o teologica, e quanto, in questa loro battaglia, giochino una certa influenza elementi quali l’odio, la vendetta, il risentimento ecc., è facile immaginarlo. Gli intellettuali trovano un relativo appoggio fra le masse (che si muovono solo se esasperate dalla miseria), perché queste, nei confronti del potere dominante, nutrono gli stessi sentimenti di avversione. Con questo criterio interpretativo si potrebbero leggere molte rivoluzioni moderne, da quella protestante a quella francese.

Le masse purtroppo sono ignoranti (oppressione e ignoranza vanno di pari passo), per cui facilmente s’illudono che sia sufficiente mutare la concezione ufficiale della divinità per ottenere maggiore giustizia sociale. E’ così infatti ch’esse vengono strumentalizzate e di nuovo soggiogate dagli intellettuali che in precedenza le avevano guidate vittoriosamente contro i poteri dominanti.

Come possono le masse liberarsi da questa spirale apparentemente inesorabile? Qui le strade sono tre: 1. acquisire una consapevolezza critica con cui tenere sotto controllo l’operato dei leader intellettuali; 2. pretendere in via prioritaria la realizzazione di ciò che alle masse sta più a cuore: la giustizia sociale; 3. assicurarsi una grande autonomia gestionale nell’organizzazione sociale e politica della società.

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Ciò di cui dobbiamo renderci conto è che nel passato non si poteva avere una concezione dell’ateismo come quella odierna, in cui la scienza e la tecnica giocano un ruolo rilevante nella conoscenza dei fenomeni naturali. Con questo non si vuol sostenere che gli uomini primitivi non fossero “scientifici”, ma piuttosto che, a partire dal momento in cui cominciarono a imporsi le civiltà antagonistiche, basate sui conflitti di classe, la lotta contro i ceti dominanti poteva avvenire anche quando a una concezione politeistica se ne opponeva un’altra di tipo monoteistico, senza per questo rendersi conto che si stava compiendo un passo ulteriore in direzione dell’ateismo.

Avendo infatti a che fare con una rappresentazione astratta e universale della divinità, il monoteismo è sicuramente una forma di ateismo nei confronti dell’ingenuo politeismo (che sul piano geo-politico costituiva un fenomeno “decentrato”). Si badi, con questo non si vuol neppure sostenere che il monoteismo non fosse più funzionale alle esigenze di centralizzazione dei grandi imperi schiavistici, ma semplicemente che per affermare il monoteismo occorreva una mezza rivoluzione, in quanto il politeismo aveva caratteristiche più popolari e meno intellettuali, aveva profonde radici negli ambienti rurali (il politeismo è pieno di feste dedicate alla natura) e nelle identità urbane, spesso caratterizzate da templi dedicati a specifiche divinità (p.es. Artemide a Efeso), inoltre esso poggiava su una consolidata stratificazione sociale dei ceti, di cui quello ecclesiastico deteneva il monopolio degli affari religiosi.

Se nell’Egitto di Akhenaton fosse stato facile sostituire il politeismo col monoteismo, il sacerdote Mosè non avrebbe cercato di realizzare quella rivoluzione con un popolo diverso dal proprio. Neppure gli imperatori romani riuscirono mai a imporre una concezione monoteistica della religione nell’ambito del paganesimo: ci volle il cristianesimo paolino per conseguire un obiettivo del genere. Gli intellettuali romani da tempo si rendevano conto che le superstizioni pagane non avevano più ragione d’esistere e che sarebbe stato molto meglio rappresentarsi un dio unico e universale nella persona dell’imperatore, ma fintantoché non riuscirono a dimostrare che tale strategia sarebbe stata in qualche modo vantaggiosa alle classi subalterne, non combinarono mai nulla. Per arrivare ad accettare il monoteismo, le masse oppresse dovettero essere persuase con testimonianze cristiane molto forti di martirio, con la propaganda assidua di un vangelo in cui risultava che il figlio di dio era morto in croce e risorto, con l’associazionismo assistenziale di congreghe a favore dei poveri… Ci vollero insomma quattro secoli prima che il potere statale riuscisse a estirpare (anche con la forza) le radici pagane del politeismo.

Sotto questo aspetto, avendo avuto l’idea di un dio unico prima di ogni altro popolo, dovremmo riconsiderare attentamente l’importanza della civiltà ebraica rispetto a quelle caratterizzate dal politeismo. Il loro concetto di dio era incredibilmente ateistico rispetto a quello delle religioni limitrofe al loro territorio.

In un certo senso potremmo dire che l’ebraismo nasce nel momento in cui l’evoluzione del politeismo (strettamente connesso allo schiavismo) aveva reso insopportabile la perdita del comunismo primitivo, strettamente vincolato al primordiale e naturale ateismo, che altro non è se non un “integrale umanesimo”.

Naturalmente anche l’Antico Testamento, al pari del Nuovo, va visto come un progressivo tradimento degli ideali originari (ch’erano appunto di tipo solidaristico-egualitario e ateo-naturalistico): là si tradisce Mosè (o i patriarchi), qui il Cristo, il quale praticamente subentra quando il tradimento all’interno dell’ebraismo ha raggiunto un punto di non ritorno, per cui o si realizzava una svolta radicale, che recuperasse con una nuova coscienza quanto si era perduto, oppure il primato storico-culturale d’Israele sarebbe stato ereditato da altri popoli. E la storia decise per questa seconda soluzione, salvo il fatto che anche il cristianesimo fu soggetto a forme di tradimento che impedirono un recupero integrale dell’ateismo e comunismo primordiali.

Il problema principale che si pone è che senza comunismo l’ateismo non si sviluppa in maniera coerente, anche perché il semplice recupero dell’ateismo originario non implica necessariamente anche quello del comunismo primitivo. Infatti, mentre la strada verso l’ateismo è di tipo culturale, progressiva, relativamente pacifica, intellettuale; l’altra invece è una strada politica, inevitabilmente cruenta, popolare e caratterizzata da scoppi improvvisi. In Mosè e in Cristo le due strade erano parallele, in quanto questi leader erano intellettuali e politici: oggi invece esiste solo un lento e faticoso progresso verso l’ateismo. Siamo ancora molto lontani dall’aver posto le premesse per realizzare con passo sicuro un’esperienza in cui comunismo e ateismo vengano vissuti secondo natura, senza conflitti antagonistici da superare.

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Uno dei meriti incontestabili dell’ateismo è stato quello d’aver considerato logicamente insussistenti, ontologicamente infondate tutte le prove dell’esistenza di dio. Se esiste un dio onnipotente, onnisciente ecc., noi non ne abbiamo alcuna esperienza, né possiamo averla. Se esiste un dio di tal genere, la sua realtà va oltre qualunque esperienza umana, sicché che esista o non esista ci risulta del tutto indifferente.

Tutte le cosiddetta “prove” dell’esistenza di dio sono tautologiche, in quanto presuppongono ciò che va dimostrato: Kant lo ha chiarito magistralmente una volta per tutte. E’ impossibile dimostrare che qualcosa esiste partendo dalla sua inesistenza assoluta o dalla inesistenza assoluta di qualunque altra cosa: per poter dire che una cosa non esisteva assolutamente (prima che fosse), occorrerebbe metterla in rapporto a qualcosa di già esistente, e quindi l’esistenza di dio o è indimostrabile o bisogna darla per scontata. Se veramente esistesse qualcosa che per dimostrare la propria esistenza non avesse bisogno di riferirsi a nessuna altra cosa, la sua esistenza dovrebbe essere evidente di per sé, indifferente a qualunque argomento dimostrativo. Una qualunque prova dimostrativa dell’esistenza di dio finisce col diventare una sua negazione.

Forse gli intellettuali laicisti non si sono bene resi conto che la Scolastica, sotto questo aspetto, rappresentava, pur all’interno di una speculazione religiosa, una forma di ateismo inconsapevole. D’altra parte anche la teologia apofatica bizantina, combattuta dalla Scolastica, rappresentava una forma di ateismo, proprio perché sosteneva l’indimostrabilità dell’esistenza di dio e quindi l’esigenza di non identificarlo con alcuna realtà terrena, e in ciò chiedeva di limitarsi a un puro e semplice approccio di fede, privo di speculazione teologica. Che poi di fatto è lo stesso atteggiamento che si assume in qualunque rapporto umano basato sulla fiducia, sull’amore reciproco ecc.

Coi loro ragionamenti astratti, di tipo logico-deduttivo, gli Scolastici andavano soltanto cercando una conferma alle loro tesi religiose precostituite che il mutare delle condizioni socio-economiche, in direzione del capitalismo commerciale, rendeva sempre meno ovvie. Quanto più la prassi borghese tendeva a negare di fatto l’esistenza di dio, tanto più la chiesa si sforzava di dimostrare l’esistenza di dio sul piano teoretico, e quanto più si concentrava in questi sforzi accademici, tanto più si incentivava la borghesia a proseguire nei propri traffici. L’esistenza di dio veniva sempre più concepita dagli intellettuali cattolici come un problema di logica, proprio perché essa rappresentava una realtà sempre più irrilevante sul piano dell’esperienza pratica della borghesia (che di fatto era religiosamente agnostica, cioè indifferente alla fede come regola di vita).

L’atteggiamento di questi intellettuali cattolici era contraddittorio non solo in sé ma anche in rapporto con la stessa tradizione ecclesiastica altomedievale e persino con tutta la documentazione del Nuovo Testamento, in cui si diceva chiaramente che “dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18) e che solo il Cristo l’aveva rivelato agli uomini. Sotto questo aspetto restava molto più coerente la teologia ortodossa, che ha sempre evitato di dimostrare l’esistenza di dio usando i sillogismi aristotelici, che pur ben conosceva. Anche perché i teologi bizantini sapevano bene che ogniqualvolta si vuol cercare di dimostrare, con un ragionamento logico-deduttivo, la fondatezza di una determinata ipotesi, esiste sempre, in tale ipotesi, una specie di tesi precostituita, per cui alla fine non si vanno mai a cercare delle prove che possano smentire le nostre ipotesi di partenza.

Essi avevano già capito che la fondatezza di un’ipotesi non sta tanto nel ragionamento logico che si utilizza, quanto piuttosto nella prassi cui quella ipotesi fa riferimento (o che essa è in grado di produrre), proprio perché un’ipotesi può essere falsa, anche se col ragionamento logico (sillogistico) si dimostra che può essere vera. Dio quindi potrebbe non esistere anche se si riuscisse a dimostrare il contrario. Questa tesi la si ritrova nel marxismo là dove si sostiene che la prassi è il criterio della verità. Una cosa è autenticamente vera solo se lo è per l’uomo. Nessuno può stabilire questo a priori, meno che mai può farlo una persona singola, per quanto culturalmente dotata.

La modalità per stabilire quando una cosa è vera può essere data solo da esperienze di collettività, in cui non sia possibile che una verità individuale possa imporsi sulle altre. Il carattere “umano” della verità dipende solo dal modo in cui la si vive. Paradossalmente persino l’ateismo potrebbe dimostrare l’esistenza di dio, se il suo modo di vivere umanamente la verità non dimostrasse soltanto l’esistenza dell’uomo. L’importante è affermare che il ragionamento logico, ai fini della determinazione della verità, è praticamente senza valore, senza una prassi umana corrispondente.

Peraltro non è mai semplicemente il carattere “logico” dei ragionamenti umani che può stabilire la verità dei fenomeni: se fosse così la nostra consapevolezza scientifica della realtà marcerebbe molto più in fretta. I fatti invece dimostrano che molti non credono alla realtà di certi fenomeni neppure quando se ne dimostra loro la fondatezza. Per credere nella verità delle cose occorre una certa disponibilità interiore, che ha poco a che vedere col ragionamento logico, e anche ovviamente una continua preoccupazione di verificare concretamente i risultati dell’applicazione della verità appresa, proprio perché i tradimenti, volontari o involontari, sono sempre dietro l’angolo.

La verità delle cose spesso ci sovrasta così tanto da essere posseduta anche inconsapevolmente, da essere negata pervicacemente, contro ogni evidenza. Essa può ritrovarsi persino nell’atteggiamento del folle, che nella sua buona fede, non sa di essere più sano della gente comune, la quale non si rende conto d’essere folle solo perché non s’accorge che lo sono tutti.

Dunque l’unica discriminante per capire quando una cosa è vera o falsa sta nella carica umana che esprime, che risulta però logicamente indimostrabile. Certo, anche i sensi o i sentimenti possono ingannare, ma non più del sillogismo. Anzi, quando si dimostra la falsità di un sillogismo, in cui si credeva con cieco fanatismo, spesso le conseguenze pratiche sono molto più drammatiche di quando sono i nostri sensi o sentimenti a ingannarci. In questo secondo caso al massimo ci viene sconforto, non disperazione, stupore, imbarazzo, delusione, curiosità, mai furore iconoclastico, follia omicida, istanze persecutorie. Spesso anzi ci divertiamo a ironizzare sulle nostre ingenuità. Siamo stati sciocchi a credere per tanto tempo che la terra stesse ferma, ma ora che sappiamo il contrario non ne facciamo un dramma, non allestiamo un tribunale dell’inquisizione.

Il fanatismo più riprovevole è sempre stato legato alle pretese del sillogismo. Viceversa l’ignoranza della mente dovuta alla semplicità dei sensi è sempre stata attutita da un sentire comune, da un sapere condiviso, da tradizioni collettive che cercavano sempre di salvaguardare l’umanità delle cose.

E poi. diciamolo chiaramente, la coscienza umana è così profonda che è impossibile stabilire con precisione quanta verità essa possa acquisire al cospetto di determinati fenomeni. Anche quando si pensa di averla appresa, spesso ci si contraddice nella prassi; oppure si può dar l’impressione di non averla appresa, eppure la si vive concretamente.

Questo per dire che non è possibile stabilire a priori il limite che passa tra “non sapere” e “non voler sapere”, oppure tra “non potere” e “non volere”. O meglio, esteriormente ci si può anche accorgere della differenza, ma è impossibile stabilire con precisione le motivazioni interiori sottese a determinate scelte. E anche quando riusciamo a individuarle, non siamo assolutamente in grado di stabilire quale, di esse, abbia avuto più peso delle altre.

Un assassino può anche dichiarare pubblicamente e in tutta onestà d’aver ucciso per una determinata ragione, ma questo non significa che quella ragione sia l’unica possibile o sia più vera di un’altra. La giustizia può fidarsi, dopo accurate indagini, delle dichiarazioni del colpevole che lo condannano alla pena, ma questo non può certo voler dire che la pena scelta sarà effettivamente quella giusta.

Il nostro sistema di vita è basato su convenzioni, che in teoria dovrebbero aiutarci a semplificare le procedure, i giudizi, le sentenze, le decisioni comuni, le sanzioni disciplinari ecc. In realtà proprio quelle convenzioni ci complicano maledettamente la vita, che dovrebbe essere più basata su tradizioni condivise da secoli, sul senso comune e sul buon senso, direbbe Gramsci.

Meno leggi abbiamo e più possibilità vi sono che gli uomini si mettano d’accordo. Naturalmente a tale scopo occorrerebbe un sistema sociale non basato sull’antagonismo delle classi, il quale, finché non esisterà, renderà inevitabile l’uso delle leggi contro chi pensa solo ai propri interessi privati, ovvero l’uso delle leggi a favore di chi al potere pensa solo ai propri interessi.

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Tornando ora all’argomento in questione, possiamo qui concluderlo dicendo che nel corso dei millenni gli uomini, con la loro fantasia, si sono fatti della divinità un’immagine troppo precisa perché si debba credere che la ricerca delle prove della sua esistenza possa avvenire liberamente, a prescindere dalle rappresentazioni che col tempo essi si sono dati. Gli uomini sono troppo condizionati dal loro passato per poter ragionare a mente libera su un argomento del genere.

Se davvero volessimo tener vivo il dibattito sull’esistenza di dio dovremmo partire da basi ateistiche, le quali appunto servono per negare qualunque sua rappresentazione, qualunque identificazione con realtà terrene. Se ogni “affermazione” è una “negazione”, potrebbe anche essere vero il contrario.

Il fatto che si presuma di dimostrare l’esistenza di dio sul principio della “causa ultima”, oltre il quale non si possa andare, non solo va considerato un’assurdità, in quanto dovremmo concepire tale “causa” come “effetto di un’altra causa ancora”, per cui dovremmo chiederci “chi ha creato dio?” o “cosa c’era prima che dio fosse?”, ecc., ma va anche considerato come una pretesa arbitraria, in quanto non può essere considerato automatico che la “causa ultima” debba coincidere con un’entità chiamata “dio”.

E se questo dio in realtà fosse soltanto quell’extraterrestre morto in croce e scomparso misteriosamente dalla tomba che per convenzione o tradizione ecclesiastica siamo soliti chiamare Gesù Cristo?

Gli atei sono soliti dubitare, e giustamente, che l’affermazione evangelica secondo cui Gesù è l’unico vero “figlio di dio” possa dimostrare qualcosa. Infatti, se per ipotesi dovessimo ammettere che l’uomo rappresentato nella Sindone abbia qualcosa di sovrumano, dovremmo anche escludere categoricamente ch’egli, quand’era in vita, abbia mai dimostrato d’essere più di un semplice uomo; e se, da morto, egli dimostrò qualcosa in una direzione non semplicemente umana, noi da ciò non possiamo arguire in alcun modo ch’egli fosse dio né che esista un dio diverso da lui. Qualunque interpretazione della tomba vuota che non si limiti a constatarne la “vuotezza” è un abuso intellettuale, una mistificazione vera e propria.

Se il Cristo avesse dimostrato d’essere più che un uomo e noi credessimo in questa verità ecclesiastica, ci renderemmo inevitabilmente complici dell’antisemitismo dei vangeli, poiché sarebbe assurdo pensare a un popolo che, pur avendo una certezza suprema del genere, decida ugualmente di farne a meno, scegliendo addirittura la strada dell’esecuzione capitale. Da questo punto di vista i vangeli canonici sono una vergogna indicibile contro il popolo ebraico.

Ogni azione compiuta dal Cristo che possa farci pensare a qualcosa di non esattamente umano ma sovrumano, va considerata o falsa, cioè più o meno inventata, oppure compiuta secondo criteri del tutto umani, per quanto noi ancora scientificamente non sappiamo fin dove possano spingersi le potenzialità dell’essere umano (p.es. quante guarigioni si verificano in tutto il mondo grazie all’autosuggestione? Persino le dittature politiche spesso basano il loro consenso sulla suggestione delle masse). L’importante è affermare che ogni riferimento diretto alla divinità, come causa esplicativa della realtà, è una negazione dell’autonomia dell’identità umana.

Se accettiamo la tesi cristiana del Cristo come “dio incarnato”, potremmo anche sostenere ch’egli sia l’unico dio, o comunque la parte maschile di una divinità duale, in quanto l’umanità risulta divisa per sesso, essendo preposta alla riproduzione. In principio dunque non vi sarebbe l’uno ma il due.

Il motivo per cui questo dio-uomo s’è manifestato come uomo può essere stato quello di far capire agli uomini che sono “dèi” come lui, per cui non hanno bisogno di credere in alcun dio. Si sarebbe incarnato nel momento in cui l’estraneità tra lui e noi (tra il prodotto derivato e quello originario) era diventata massima, troppo pericolosa per la tutela dell’identità umana. Avremmo così recuperato, seppure in parte (a motivo dei tradimenti del cristianesimo petro-paolino), una consapevolezza perduta, quella consapevolezza che, in forma ingenua, innocente, avevamo avuto in origine, quando nacque l’umanità.

http://www.homolaicus.com/teoria/ateismo/ateismo35.htm

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