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La parola al sinodo. Ma a decidere sarà Francesco

Ultimi scambi di colpi prima dell’apertura dei lavori. L’incognita delle procedure. Gli appelli al papa. Perché alla fine sarà lui da solo a tirare le conclusioni.

di Sandro Magister – 

ROMA, 28 settembre 2015 – Rientrato a Roma dal viaggio a Cuba e negli Stati Uniti, coronato dall’incontro mondiale delle famiglie a Philadelphia, papa Francesco ha ora di fronte l’impegno ben più gravoso del sinodo, che si aprirà il 4 ottobre, la domenica dell’anno liturgico nella quale – come in un gioco della provvidenza – nelle chiese cattoliche di tutto il mondo risuoneranno le parole di Gesù: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”.

Il sinodo durerà tre settimane e ancora non sono state rese note le procedure che vi si adotteranno, pur così influenti sull’esito dei lavori.

Di certo non vi sarà un messaggio finale, non essendo stata costituita alcuna commissione deputata a scriverlo.

Un altro dato certo, anticipato da papa Francesco, è che “si discuterà un capitolo alla settimana” dei tre nei quali è suddiviso il documento preparatorio:

> Instrumentum laboris

Quindi non vi sarà questa volta nessuna “Relatio post disceptationem” a metà dei lavori, dopo una prima fase di libera discussione su tutto, come nel sinodo dell’ottobre 2014. La discussione si scomporrà subito in ristretti gruppi linguistici, ciascuno dei quali riassumerà i propri orientamenti in rapporti destinati a rimanere riservati. Al termine delle tre settimane si voterà una “Relatio” finale e il papa terrà il discorso conclusivo.

Nemmeno si prevede che come in passato, a distanza di qualche mese, una esortazione apostolica postsinodale arrivi a chiudere il tutto. La discussione resterà aperta a sviluppi futuri. A fare testo delle conclusioni provvisorie basterà il discorso del papa al termine dei lavori, che di fatto sovrasterà e oscurerà tutte le altre voci.

Nonostante la conclamata valorizzazione della collegialità, infatti, anche la prossima tornata del sinodo vedrà all’opera in Francesco un esercizio monocratico dell’autorità papale, come già nella sessione di un anno fa, al termine della quale il papa ordinò che fossero mantenute in vita anche le proposizioni che non avevano ottenuto i voti necessari per essere approvate. Ed erano proprio quelle relative ai punti più controversi, divorzio e omosessualità.

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Un segno indiscusso di questo esercizio monocratico dell’autorità papale è stata la pubblicazione, lo scorso 8 settembre, dei due motu proprio con i quali Francesco ha riformato i processi di nullità:

> Vietato chiamarlo divorzio. Ma quanto gli somiglia

Una riforma delle cause matrimoniali era attesa da tempo. Ma Francesco l’ha messa in opera tenendone fuori il sinodo riunito per discutere proprio di famiglia, che sapeva non incline ad approvare ciò che egli aveva in mente.  Ha costituto la commissione preparatoria nell’agosto del 2014, prima della convocazione della prima sessione del sinodo. E ha firmato i motu proprio lo scorso 15 agosto, prima della seconda sessione dello stesso, fissandone l’entrata in vigore il prossimo 8 dicembre.

La novità più rilevante delle nuove procedure è che per ottenere la dichiarazione di nullità avrà “forza di prova piena” la semplice parola dei richiedenti, senza necessità di altre convalide, e la presunta “mancanza di fede” farà da passe-partout universale non più per migliaia, ma per milioni di matrimoni decretati nulli, con procedura ultrarapida e con il vescovo del luogo come giudice unico.

Su questo, i padri sinodali si trovano quindi di fronte a un fatto compiuto. Ma è difficile che non ne discutano. Lo storico della Chiesa Roberto de Mattei ha addirittura ipotizzato che alcuni padri sinodali possano chiedere l’abrogazione di questo atto di governo di papa Francesco, “fino a questo momento il suo più rivoluzionario”. E ha citato il precedente storico della ritrattazione fatta nel 1813 da Pio VII – imprigionato da Napoleone Bonaparte – di un suo atto di sottomissione della Santa Sede alla sovranità dell’imperatore: ritrattazione invocata pubblicamente dal cardinale Bartolomeo Pacca, pro-segretario di Stato, e da altri cardinali “zelanti”, oltre che da un grande maestro spirituale come Pio Brunone Lanteri, futuro venerabile:

> Si possono discutere gli atti di governo del papa?

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Intanto un appello è stato lanciato sulla testata americana “First Things” da un nutrito numero di teologi, filosofi e studiosi di vari paesi affinché i padri sinodali rigettino il paragrafo 137 del documento preparatorio, giudicato contrario al magistero della Chiesa e foriero di confusione tra i fedeli:

> An Appeal Recalling the Teaching of “Humanae Vitae”

L’appello riguarda l’insegnamento dell’enciclica di Paolo VI “Humanae vitae” sul controllo delle nascite – enciclica che lo stesso papa Francesco ha definito “profetica” – e conta tra i suoi estensori e firmatari un buon numero di docenti del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia: i professori Stephan Kampowski, Livio Melina, Jaroslav Merecki, José Noriega, Juan José Pérez-Soba, Mary Shivanandan, Luigi Zucaro, oltre a luminari come il filosofo tedesco Robert Spaemann e il moralista svizzero Martin Rhonheimer.

A giudizio dei sottoscrittori dell’appello, il paragrafo 137 del documento preparatorio assegna un primato assoluto alla coscienza individuale nella scelta dei mezzi di controllo delle nascite, anche contro l’insegnamento del magistero della Chiesa, con in più il rischio che tale primato venga esteso anche ad altri ambiti, come l’aborto e l’eutanasia.

In effetti, proprio sul primato della coscienza individuale “al di là di ciò che oggettivamente direbbe la regola” fanno leva i sostenitori della comunione ai divorziati risposati, come ha spiegato uno di questi, il cardinale di Vienna Christoph Schönborn, in un’intervista a “La Civiltà Cattolica” del 26 settembre:

“Ci sono situazioni in cui il prete, l’accompagnatore, che conosce le persone, può arrivare a dire: ‘La vostra situazione è tale per cui, in coscienza, nella vostra e nella mia coscienza di pastore, vedo il vostro posto nella vita sacramentale della Chiesa’”.

La scissione tra la coscienza individuale e il magistero della Chiesa è analoga a quella che separa la pratica pastorale dalla dottrina: un pericolo che a giudizio di molti incombe sul sinodo e contro il quale ha detto parole molto forti il cardinale Gerhard Müller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, in una lezione tenuta il 1 settembre a Ratisbona in occasione dell’uscita dell’edizione tedesca del libro del cardinale Robert Sarah “Dio o niente”:

> Liturgy, Grace, Marriage, and the New Danger of Schism

Secondo Müller, “la separazione tra l’insegnamento e la pratica della fede” fu proprio ciò che nel XVI secolo portò allo scisma nella Chiesa d’Occidente. Con l’ingannevole pratica delle indulgenze la Chiesa d Roma ignorò di fatto la dottrina e “l’iniziale protesta di Lutero contro la negligenza dei pastori della Chiesa era giustificata, poiché non si può giocare con la salvezza delle anime, nemmeno se l’intenzione dell’inganno è quella di fare del bene”.

E oggi – ha proseguito il cardinale – la questione è la stessa: “Non dobbiamo ingannare il popolo quando esso si accosta alla sacramentalità del matrimonio, alla sua indissolubilità, alla sua apertura ai figli e alla fondamentale complementarità tra i due sessi. La cura pastorale deve  avere come fine la salvezza eterna e non deve cercare di essere superficialmente gradita ai voleri della gente”.

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Come si vede, i fautori delle “aperture” sono molto attivi, ma sono numerose e forti anche le prese di posizione di coloro che le avversano.

Il 29 settembre sarà di nuovo presentata a Roma, forte di 800 mila firme tra le quali 202 di cardinali e vescovi, la “Supplica filiale” a papa Francesco perché pronunci “una parola chiarificatrice” contro il “generalizzato disorientamento causato dall’eventualità che in seno alla Chiesa si apra una breccia tale da permettere l’adulterio – in seguito all’accesso all’eucaristia di coppie divorziate e risposate civilmente – e perfino una virtuale accettazione delle unioni omosessuali”.

Non è lontana, questa supplica al papa, da quanto ha detto il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano e prossimo padre sinodale, in un’intervista al “Corriere della Sera” di domenica 27 settembre:

“L’urgenza prioritaria, per me, è che il sinodo possa suggerire al Santo Padre un intervento magisteriale che unifichi semplificando la dottrina sul matrimonio. Un intervento teso a mostrare il rapporto tra l’esperienza di fede e la natura sacramentale del matrimonio”.

Il testo integrale dell’intervista:

> Scola: “I miei timori sulla famiglia. Ci si sta pensando poco”

Il 30 settembre, all’Università Angelicum, i cardinali Carlo Caffarra e Raymond Leo Burke, due dei cinque porporati che alla vigilia del sinodo del 2014 presero posizione contro il loro collega Walter Kasper con il libro “Permanere nella verità di Cristo”, torneranno a ribadire le loro tesi, assieme all’arcivescovo Cyril Vasil, segretario della congregazione per le Chiese orientali e anche lui coautore di quel libro.

E altri due nuovi libri dello stesso orientamento stanno per uscire con dei cardinali come autori, non più cinque ma ben diciassette, dell’Africa, dell’Asia, dell’Europa e delle Americhe, sei dei quali prenderanno parte al sinodo o per ragioni d’ufficio, come il guineano Sarah, o perché nominati personalmente dal papa, come l’italiano Caffarra:

> Erano cinque e ora sono diciassette i cardinali anti-Kasper

Il sinodo è alle porte e la battaglia è in pieno svolgimento. E papa Francesco avrà l’ultima parola.

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351139

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