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La prima fiducia di Liliana Segre. “Dobbiamo lavorare sull'educazione civica nelle scuole”

La senatrice Liliana Segre non ha ancora deciso se voterà o no la fiducia al prossimo governo. “Come faccio a dirglielo? È prematuro. Vediamo chi e che cosa realmente propongono, e poi magari con i miei 5 ‘colleghi’ senatori a vita decideremo una linea comune, anche se non so ancora se si fa: sono una recluta, anche se ho quasi 88 anni!”.

Nella sua bella casa milanese, al terzo piano di un palazzo d’epoca di un quartiere residenziale e molto verde in questo mese di maggio, in questa intervista all’Agi la signora Segre parla con sorridente soddisfazione della sua recente nomina (“mi ha fatto molto piacere, sarei bugiarda se non lo ammettessi, e poi il presidente Mattarella è stato talmente carino…”).

Da quel giorno di gennaio, dice, la sua vita è cambiata: tutti la cercano, le persone la riconoscono per strada, le chiedono di fare “selfie” e di accarezzare i loro bambini: “Un po’ come una star del rock, o una santona”, commenta divertita e infastidita al tempo stesso.

Liliana Segre ha deciso solo 45 anni dopo essere sopravvissuta al campo di Auschwitz-Birkenau, una trentina di anni fa, di diventare una testimone degli orrori che aveva vissuto in prima persona e tenuti sepolti dentro di sé per una vita intera. Solo quando è diventata nonna, dice, ha capito che le “sarebbe uscita la voce”: quello, aggiunge “è stato lo spartiacque fra il prima e il dopo”.

Con una storia così, non può accettare alcune tendenze dei partiti che hanno avuto la maggioranza dei voti alle ultime elezioni. E si adombra pensando a come vanno le cose in Italia e in Europa. “Non sono molto ottimista per il futuro dei miei nipoti – dice – vedo rinascere simboli che speravo la storia avesse cancellato per sempre, sentimenti osceni che nessuno ha avuto il coraggio di manifestare dopo due guerre mondiali, ma erano presenti e ora, che è passato molto tempo e anche gli ultimi testimoni stanno morendo, questi personaggi hanno potuto nuovamente uscire allo scoperto. Temo molto di vivere abbastanza per vederlo in modo ancora più esplicito”.

La sua esperienza giovanile le fa però talmente apprezzare la democrazia da accettare il risultato elettorale e le sue conseguenze, anche se non riesce a smentire di avere pregiudizi sui partiti che hanno vinto: “Questo è un altro discorso: certamente ognuno ha una tendenza politica, anche chi, come me, non fa politica. Sono targata. Ma sono molto democratica: se questo è stato il risultato delle elezioni, dobbiamo vedere che cosa riescono a fare”.  

È stata nominata da pochi mesi, è la prima volta che dovrà votare la fiducia a un governo. Più in generale, come intende svolgere il suo ruolo in Parlamento?

“Andrò sicuramente in Senato nel giorno in cui sarà decisa la fiducia. Può darsi che con gli altri senatori a vita, Monti, Rubbia, Renzo Piano, la bravissima Cattaneo e Napolitano, speriamo che stia bene, avremo una linea comune. Non lo so ancora, ma ho visto che tra senatori a vita si crea un’amicizia, pur fra persone scollegatissime fra loro. Ma devo dire che per una come me, che non si è assolutamente mai occupata di politica e si trova a questa età a essere magari decisiva per un voto…è una cosa che mi turba, non mi lascia tranquilla. Devo cercare di capire, provare a entrare nello spirito di chi si rende conto che il suo voto è importante. Sono sempre stata una cittadina ligia ai propri doveri, e adesso che sono una senatrice cercherò, per quello che sono in grado, di fare il mio dovere: ne sento il peso, l’onere, oltre al grande onore. Un senatore a vita non è stato eletto per ragioni politiche. Renzo Piano, Rubbia: ho parlato con loro e cercato di capire come ci sono arrivati. Il nostro ruolo, credo, deve essere modestamente al di sopra delle parti”.

Ha già in mente dei progetti su cui impegnarsi come senatrice? 

“Sono stata la prima firmataria di un progetto sui diritti umani, contro gli “hate speech”, assieme alla Bonino. Questo è un compito che sento fortissimo, erano cose che pensavo anche quando ero una cittadina qualsiasi e non sapevo nemmeno che cosa fosse un ddl. Adesso che lo so, con la Bonino abbiamo firmato per mandare avanti questo progetto di tolleranza contro l’odio, contro il razzismo, contro l’antisemitismo. Contro tutto quello che fa sì che uno debba essere umiliato nel mondo, considerato un inferiore: questa cosa a me interessava molto anche prima, perché l’avevo provato con me stessa, sapevo cosa voleva dire”.

Aggiunge: “Ho anche in mente di lavorare perché si rimetta l’educazione civica dalla prima elementare.  È assolutamente necessario, bisogna educare una nuova generazione alle regole, a partire dal non buttare per terra una cartaccia, anche se servirebbe farlo con i loro genitori. La terza cosa che mi interessa tantissimo è che all’ultimo anno delle scuole superiori sia obbligatorio lo studio del ‘900. Certe cose i ragazzi non le hanno neanche mai sentite nominare, sono lontani anni luce da queste cose e certe domande che vengono fatte a noi quando facciamo le testimonianze fanno proprio capire che c’è un vuoto scolastico sulla storia. Neanche i ragazzi nati nel ‘900 sapevano la storia del loro secolo, per non parlare di quelli del 2000:  già parlano del ‘900 come noi parlavamo del ‘600…”

Che effetto le fa poter parlare in Senato di questi temi, l’educazione e la lotta contro le discriminazioni, che le stanno a cuore da sempre?

“Sono tutti progetti che prescindono in realtà da una posizione politica. Io sono stata vittima di odio: sono stata una minoranza, una richiedente asilo, sono stata una clandestina sulle montagne con documenti falsi, sono stata una detenuta nelle carceri, sono stata una deportata: ho tutte le caratteristiche per cui Mattarella mi ha nominata, perché rappresento un simbolo. Me l’ha detto quel giorno: è stato molto carino e affettuoso. E quando poi ci siamo incontrati, eravamo un po’ come due vecchi fratelli, capelli bianchi tutti e due… e il presidente mi ha chiesto: ‘Signora, cosa ha pensato quando le ho comunicato la nomina?’. Gli ho detto: ‘Presidente, siccome si resta sempre bambini, in realtà ho pensato che lo stesso Stato, il mio Stato, l’Italia, mi ha chiuso le porte della scuola quando avevo 8 anni e mi ha aperto le porte del Senato 80 anni dopo. Ero sempre io, era sempre l’Italia: ma quante cose erano successe! Sicuramente mi ha fatto molto piacere questa nomina, ma quello che ho passato i primi giorni è stata una cosa… come gli idoli del rock: centinaia di telegrammi, di lettere, fiori, decine di giornalisti: il mio portinaio non sapeva più come fare, poi il prefetto, il questore, il sindaco, tutte persone molto importanti che sono venute a trovarmi qui a casa. Erano solo pochi mesi fa, quindi non ero molto più giovane di ora. È vero che sono abituata a una vita pubblica: vado da 30 anni a testimoniare nelle scuole e università, e questo è il quarto presidente della Repubblica che incontro. Napolitano era venuto a vedere il memoriale della Shoah, alla Stazione centrale, e ora lo reincontrato come ‘collega’, mi ha invitato nel suo ufficio”.

Com’è stata la sua prima esperienza al Senato e quanto spesso ci andrà?

“Ero abbastanza scossa dalla solennità del luogo. I commessi mi hanno detto dove mi dovevo mettere, sono vicina a questa Cattaneo che mi piace moltissimo e mi ha preso sotto l’ala della figlia con la mamma vecchia, molto carina. Ho avuto una colazione carinissima con Rubbia, il quale mi ha detto ‘andiamo all’osteria qui fuori’ durante le due ore di sospensione a quella noia inutile della votazione, il primo giorno, terribile. Poi sono venuti tutti i miei figli, i miei nipoti… Si sono seduti in alto, al posto degli spettatori, per vedere la nonna. Soprattutto i miei nipoti hanno detto, a ragione: ‘Nonna, cominci a rompere’… Poi mi hanno fatto vedere gli uffici che avrò a palazzo Giustiniani: belli, però io abito a Milano e all’età che ho non posso mica correre. È molto brava la Cattaneo, che pur lavorando tantissimo, tutti i mercoledì, adesso no che non c’è niente da fare, si alza alle 5 del mattino prende l’aereo e torna la sera a Milano. Io penso di andare sicuramente quando serve e poi mi sono fatta io l’idea di andare una volta ogni due mesi circa, compatibilmente con il fatto che io rimanga in salute, vispa. Però nello stesso tempo non voglio essere assente e voglio mandare avanti i miei progetti”. 

Rita Levi Montalcini non era più giovane di lei quando fu nominata (aveva 92 anni, ed è rimasta in Senato per altri 11 anni, ndr), eppure è stata oggetto di critiche per i suoi voti a favore del governo Prodi, non ha paura che succeda anche a lei?

“Credo fosse più vecchia, mi ricordo che l’han tirata fuori dal letto quando era importante il suo voto. Era anche una donna assolutamente libera da qualunque vincolo familiare, aveva la sorella. Io ho anche una vera vita di famiglia e poi tante cose che mi piacciono, per esempio sono abbonata alla Scala da 30 anni. Non per questo non andrò in Senato ma certo non mi annoio mai. E la mia età di quasi 88 rende difficile alzarsi, prendere il treno, andare a Roma, votare e tornare. Mi devo organizzare: finora, una volta m’ha accompagnato un figlio, una volta sono andata a dormire da una mia amica: non sono la normale parlamentare che va e viene da Roma, città bellissima e meravigliosa ma grande 3 o 4 volte Milano. Quanto alle possibili critiche: paura, no. Immagino che sicuramente ci sarà qualcuno contrario. D’altra parte è anche un po’ difficile essere contrari a un disegno di legge per i diritti umani, chi è che ha il coraggio di dire di no? E sui miei voti: è probabile, anche se io non credo di essere così importante. Senta: che dicano un po’ quello che vogliono! Devo rimettere la stella gialla? Sarebbero contenti? Non so!”

Che cosa ricorda della sua infanzia durante il fascismo?

“Sono nata sotto il fascismo, l’ho vissuto nelle sue peggiori espressioni e quando mi domandano le cose buone rispondo: sì, i treni erano in orario. Anche quelli delle deportazioni. Avendo provato a vivere senza democrazia, considero importante il volere del popolo. Anche se ho visto il popolo che applaudiva nelle piazze il Duce, e penso che la Germania fosse molto contenta di avere Hitler: erano pochissimi gli anti nazisti. Li ho visti com’erano contenti: ho attraversato paesi, città, da prigioniera e non ho visto una persona affacciarsi alla finestra, o un moto di pietà.

“Poi, subito dopo la guerra erano tutti antifascisti!  Le faccio un esempio. Il numero degli Italiani di religione ebraica non arrivava a 40 mila al momento della campagna razziale mentre adesso sono 27 mila gli iscritti alla comunità: una cifra bassissima. La gente che dopo la guerra ha detto di aver salvato un ebreo, che il cugino ha salvato un ebreo, che il suocero in campagna… erano talmente tanti che anni fa, eravamo un gruppetto di quelli che all’epoca non erano stati salvati, che ormai sono morti quasi tutti, ci siam detti: ma quanti erano questi ebrei? A contare tutti i presunti salvati si arrivava a una cifra enorme che non corrisponde al numero complessivo degli ebrei! Quindi: tutti avevano salvato ebrei, tutti erano antifascisti? Non era così”.

Con la sua testimonianza, negli ultimi 30 anni ha voluto aprire gli occhi soprattutto ai giovani: pensa che sia ancora utile farlo?

“I giovani sono disinformati, molti non sanno nemmeno che il presidente si chiama Mattarella. Ho tre nipoti, di 30, 27 e 14 anni e nemmeno loro sono informati. I ragazzi sanno tutto solo di cantanti e calciatori, ho sentito una ragazza alla tv che per poter incontrare il suo idolo, Chiara Ferragni, una blogger, ha fatto 11 mila euro di debiti con amici e persone che hanno approfittato di lei.

“Una delle cose che invece mi fa molto piacere è essere riconosciuta da quei  trentenni che mi hanno sentita quando erano in terza media. Ero sul tram qualche mese fa, era semideserto, si alza un giovanotto e chiede: ‘lei è la signora Segre? Scusi se la disturbo, sono un insegnante di storia e filosofia insegno qui in una scuola da cui sono uscito adesso e al San Carlo. Io l’ho sentita 15 anni fa quando ero a scuola, non l’ho mai dimenticata e racconto sempre la sua storia’. Un’altra volta un biologo: vado a fare gli esami di sangue, al Policlinico e trovo un giovane con il camice bianco, che mi chiama: ‘Liliana Segre! Lei sta benissimo.  Volevo salutarla: adesso sono biologo e ho 34 anni. Ma quando ne avevo 16 l’ho sentita e quando ho visto le sue analisi sono stato contento di vedere che sta bene’. Ma non mi illudo: è uno su mille, una goccia nel mare…E purtroppo le testimonianze dirette sono ormai quasi finite”

Come giudica le derive populiste e anti immigrati che si diffondono in Europa?

“Mi guardo attorno e vedo la trasformazione degli Stati europei che scelgono di chiudere le frontiere, e di eleggere lo stesso presidente per non so quanti anni: tutto questo è l’anticamera di qualcosa che purtroppo io ho già visto. Ho una grande fiducia negli uomini presi uno per uno, ma non sono un’ottimista a tutti i costi: non lo sono, ad esempio, vedendo come la maggior parte della politica ha una svolta di un certo tipo in Europa e poi quali sono le scelte anche al di là dell’Europa. E purtroppo credo ai corsi e ricorsi storici, perché è stato sempre così: non è che sono molto ottimista per il futuro dei miei nipoti. Quanto all’Ue, mi ha molto deluso. All’interno dei paesi ci sono campanilismi e odi fra regioni, nella stessa Italia c’e’ un tale divario fra Nord e Sud che non vedo tanto un’Unione europea che possa essere un argine alle tendenze populiste. Doveva essere diversa. Per esempio: perché è assente sugli sbarchi in Italia? L’Italia ha bisogno di essere aiutata, se no che Unione è?”

Che cosa cerca di trasmettere ai giovani quando li incontra?

“Quello che mi ha sempre ferito di più, prima, durante e dopo la prigionia, è stata l’indifferenza, più colpevole di tutto. E’ quella che permette che oggi Italia ed Europa si risveglino razziste. Fu una tale disperazione che le compagne di scuola, i vicini di casa non volessero accorgersi dell’invisibilità di una persona, colpevole solo di essere nata. Chi è stato ad Aushwitz ha visto il Male. Se non l’hai provato, non puoi capire che cosa significa, ma posso raccontare di come si sentivano le persone come me quando sono riuscite a tornare a casa. Non mi preparo mai, quello che dico rappresenta emozioni e sentimenti e non si può scrivere.  Avevo solo 13 anni. Se uno pensa ora a come sono i ragazzi di quell’età, i nostri figli, i nostri nipoti, si chiede: come ha fatto una ragazza di 13 anni da sola a superare quella esperienza? E infatti io credo che ora il mio pericolo sia lo sdoppiamento, lo dico sempre. Penso a Primo Levi, che a un certo punto non ce l’ha fatta più, e tanti altri, anche Bruno Bettelheim, vecchio e cattivo com’era. Per questo i miei non vorrebbero più che io continuassi a testimoniare, e invece questa nomina ha significato 100 mila nuove occasioni per tornare sull’argomento: per forza, mi hanno scelta per questo. Ma io continuo a guardare a quella Liliana là: come ha fatto? Era disperata, debole, affamata, infreddolita, spaventata. Ce le avevo tutte. Dico sempre ai ragazzi: dobbiamo essere consci della nostra forza”.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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