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La questione del potere nella chiesa romana

Conciliodi Adriano Prosperi in “Confronti” – mensile di fede politica e vita quotidiana – del febbraio 2014 –

Intorno a papato e concilio, alla storia dei loro rapporti e alle loro attuali prospettive si sta di nuovo interrogando questo o quel momento o aspetto del passato.

Luigi Sandri con un lavoro intenso e appassionato arriva col suo libro sulla scena di un presente dove al «sovrano pontefice» si è sostituito un «vescovo di Roma»: un passaggio che non era prevedibile all’inizio del progetto del libro ma che oggi conferisce alle questioni qui affrontate un forte sapore di attualità e di investimento nel futuro: e questo anche perché nel libro di Luigi Sandri la storia dei concili viene affrontata in una chiave di attesa, di scommessa. Lo mostra la struttura prospettica di questa sua opera. La prospettiva è per sua natura connaturata ai libri di storia: in genere lo sguardo si allarga dal nostro punto di osservazione verso il passato.

Nel libro di Sandri la prospettiva è rovesciata: si parte da un passato remoto percorso a passi rapidissimi e si sfocia nel passato che si colloca alle nostre spalle e per i più anziani fa parte della loro vita: qui il libro cresce per dilagare nella cronaca recente. È una maniera di raccontare particolarmente indovinata per un libro che vuole rispondere alle domande che più stanno a cuore all’autore e ai suoi lettori: «dove siamo noi (i cristiani, i credenti), come ci siamo arrivati, qual è lo stato della Chiesa e del cristianesimo oggi, come si arriva a capire la situazione del mondo dal punto di vista del rapporto fra le religioni».

A questi lettori interessa certamente sapere cosa è accaduto nel primo concilio, il cosiddetto «Concilio di Gerusalemme», che è quello fondamentale da cui parte tutta la serie. Ma interessa ancora di più capire perché da quel Concilio degli Apostoli, che si concluse con la formula «piacque allo Spirito Santo e a noi» (l’espressione che apparve «magnifica» a Bossuet e che indicava una decisione presa collegialmente, in nome dello Spirito Santo), si arriva a un’epoca in cui lo Spirito Santo giungeva a Trento da Roma chiuso nelle valigie dei cardinali legati: un’epoca in cui tutto si riassume e si concentra nella figura del papa, diventato l’unico titolare di quel potere spirituale che lo ha reso il grande protagonista della storia della cristianità occidentale.

Ma il rarefarsi intorno al papa del consenso della Chiesa universale, da cui secondo Bossuet dipendeva l’efficacia di quella espressione, permette di capire perché oggi il papato conosca una fase di ripensamento e di mutamento di stile da parte del suo stesso titolare che ci incuriosisce e ci interessa tutti, credenti e non credenti, specialmente in un tempo e in un paese come l’Italia dove la cronaca, sempre vatican- dipendente, reca da piazza San Pietro notizie di mutamenti continui e interessanti.
Le stesse fonti che nello studio della storia abbiamo consultato e usato abitualmente appaiono o vengono presentate in una luce diversa, segno di una riapertura di antichi e mai chiusi dossier.

I concili «ecumenici» o «generali»
Si pensi al caso qui analizzato dell’edizione dei decreti edita nel 1962 dal Centro di documentazione di Bologna e curata da un gruppo di autorevoli studiosi guidato da Giuseppe Alberigo in occasione del Concilio Vaticano II: si presentò col titolo «Conciliorum oecumenicorum decreta» e oggi si riaffaccia con molti concili in più e un titolo diverso che ha suscitato una reazione piccata dell’Osservatore Romano (Conciliorum oecumenicorum generaliumque decreta). Quel nuovo titolo implica la messa tra virgolette della definizione di «concilio ecumenico», prendendo atto della discrepanza tra le Chiese cristiane in merito all’uso della definizione di «ecumenico»: tanto è vero che il terzo volume dedicato ai decreti dei concili dal Tridentino al Vaticano II ha il titolo The Oecumenical Councils of the Roman Catholic Church.

Intanto uno dei curatori dell’edizione del 1962, lo storico cattolico Paolo Prodi al quale si deve un fondamentale libro sulla storia del papato in età moderna (Il Sovrano Pontefice, un corpo e due anime, Il Mulino), ha proposto una sua riflessione sulla durata del paradigma tridentino, come epoca della storia della Chiesa da considerare conclusa. Un altro storico, Benoît Schmitz, ha dedicato una serie di ricerche confluita adesso in una robusta thèse della Sorbona alla storia dell’esercizio del potere spirituale del papa tra ‘400 e ‘600, che si apre con la suggestiva ricostruzione delle moltissime rappresentazioni commissionate dai pontefici tra ‘400 e ‘500 della scena simbolica capitale: il conferimento delle chiavi del regno dei cieli al solo Pietro e ai suoi successori.

Non si tratta solo di quel che accade negli studi ma di una realtà che tutti ci avvolge. Usciamo da un secolo in cui il conflitto di religione è stato un conflitto fra religioni.
L’Italia ha vissuto direttamente, in maniera speciale, questo conflitto tra religioni, quella cattolica e quella comunista. Parliamo di religioni perché al di là delle ideologie che le sostenevano erano vissute ambedue come fedi capaci di trascinare le folle e di suscitare violente passioni.

Rivolgimenti profondi nelle cose e nelle idee hanno investito in questo inizio di secolo l’una e l’altra fede nel mondo occidentale, tanto che è diventato abituale parlare in generale di «crisi delle ideologie» per riferirsi al venir meno di un investimento non tanto e non solo razionale in quelle opposte prospettive: che erano quelle dell’attesa e della speranza di giustizia, nel mondo terreno o nella città di Dio. Questo evidentemente è qualcosa che inquieta perché lo si avverte come un vuoto e pone a molti il problema di come si possa andare avanti senza l’una o l’altra di quelle prospettive di futuro. E la chiave che ha scelto Luigi Sandri per fare un esame della situazione è stata quella della storia del cristianesimo sotto il profilo dei Concili.

La storia dei Concili l’hanno raccontata soprattutto autori ostili o almeno critici nei confronti del papato. Fondatore moderno della storia dei Concili fu fra’ Paolo Sarpi, la cui Istoria del Concilio Tridentino, edita per la prima volta a Londra nel 1619, è una lettura ancora straordinariamente viva. Concilio e papato sono i protagonisti di una lunga lotta tra due concezioni diverse del potere di governo nella e sulla Chiesa: e la storia dei concili ha attirato per lo più persone che avevano un interesse personale alla vittoria del Concilio. Ne è un esempio l’opera canonica di Karl Josef von Hefele, lo studioso che come vescovo di Rottenburg partecipò al Concilio Vaticano I e prese una posizione di netta diffidenza nei confronti del dogma dell’infallibilità papale. Hefele fu assente nella sessione in cui quel dogma fu ratificato, però poi rimase nella Chiesa, non seguì la scissione dei Vecchi cattolici. Comunque si preparò al Concilio con questi grossi volumi che poi – variamente rielaborati, tradotti e stampati – sono stati l’opera di riferimento obbligata per quanto riguarda la storia dei concili. E si arriva poi al Concilio Vaticano II, quando la Storia del Concilio di Trento di Hubert Jedin, un’opera intenzionata a «superare» Sarpi, accompagnò la preparazione e lo svolgimento del Concilio che poi si tenne dal 1962 al ’65. E accanto alla Storia del Concilio di Trento poi Jedin pubblicò anche una Breve storia dei Concili di taglio informativo e in una chiave completamente diversa da quella del volume di Luigi Sandri, cioè in chiave di consuntivo di una storia che si concludeva sostanzialmente con Trento e considerava realisticamente possibile soltanto una continuazione, su quella stessa lunghezza d’onda, di Concili sotto controllo papale.

La sfida del «conciliarismo»
Sembrava così definitivamente scomparsa la grande corrente del «conciliarismo», quella tendenza che prese corpo nel XV secolo: allora, mentre il papato si inabissava in lotte laceranti tra più pontefici, emerse un modello di costituzione parlamentare come alternativa alla monarchia sacrale: il governo della Chiesa fu affidato a periodiche e regolari convocazioni del Concilio.

Lo spettro di quel conciliarismo perseguitò il papato nel momento decisivo della sua ripresa di potere politico e statale nel ‘400 e del rapporto con la Riforma. Il papato come monarchia che si affacciò nella politica europea delle grandi potenze statali fu quella costruzione mista di sovranità territoriale in gara con le altre e di potere spirituale fondato sull’esclusiva titolarità delle chiavi di Pietro.

Quella frase del testo evangelico sulla registrazione in cielo di ciò che si lega o si scioglie in terra era la promessa decisiva, quella da cui dipendeva tutto il sistema dei perdoni, di erogazione dei doni spirituali, la realtà immateriale sul cui controllo si era combattuto e si doveva ancora combattere nella storia del cristianesimo. Noi italiani pensiamo per lo più al papato come a un potere temporale, che tira i molti fili della politica e della finanza in Italia. Deformazione inevitabile, dovuta alla lunga realtà storica dell’incombente presenza speciale del papato. Ma così dimentichiamo che il papato è vissuto soprattutto grazie alla titolarità e alla amministrazione di un potere immateriale. A Stalin, che si chiedeva quante divisioni avesse il papa, era già stato risposto nel Cinquecento da Machiavelli: il papato non ha bisogno di soldati per difendere il suo stato, perché è retto da cagioni superiori, cioè – traduciamo noi – è titolare di un potere immateriale.
Machiavelli intuì la portata della sfida di Lutero, che da allora in poi dividerà il cristianesimo europeo, quando affermò nelle Istorie fiorentine che il papato si era retto nei secoli grazie alle perdonanze, grazie alle indulgenze, ma che stava rischiando proprio allora di perderlo.

L’imprevedibile scelta di Francesco
Queste sono solo alcune delle tante riflessioni che il libro di Luigi Sandri stimola. Come lettore, lo trovo una riuscitissima sintesi di informazione corretta e di lettura accattivante. Spesso cadiamo nell’errore di pensare che l’esposizione per un largo pubblico di complesse e difficili questioni sia un «volgarizzare», un abbassare la dignità delle questioni, e che il tradurre comporti un tradire (per usare i termini di una fondamentale messa a punto di Folena sul tema). Ebbene qui la materia (dottrinale, filologica, storica) è tradotta dagli specialismi senza essere mai tradita. L’esposizione è nitida, l’informazione è esatta.

Luigi Sandri rivela una straordinaria scioltezza nel raccontare cose remote e spiegare intrichi presenti. In una vicenda millenaria che ha lasciato imponenti documentazioni e incrostazioni polemiche infinite ha l’abilità di far parlare le fonti immettendo i documenti nel corpo stesso del suo racconto. Gli basta una pagina de L’Osservatore romano sulla questione dell’edizione bolognese dei Conciliorum, per introdurre il lettore sulla scena di un complesso movimento di idee e di schieramenti in lotta.

L’autore di questo libro ha non solo un rapporto vivo con le cose che studia e una esigenza vitale di chiarire a se stesso e agli altri questi problemi ma a questo aggiunge una grande capacità di comunicare, di confrontarsi con i personaggi e i documenti del passato e di renderli parlanti al lettore. Si pensi a quei semplici e simpatici artifici da lui impiegati, come quello per esempio di unire via via le pagine con dei promemoria. Basta una parola in fondo a sinistra in una pagina, un’altra parola chiave della pagina successiva…) e così il lettore non si distrae e non si stanca mai nella lettura. Ma soprattutto c’è da dire che Luigi Sandri trasfonde in questa narrazione una forte carica di attesa, un senso vivo della problematicità del presente, del contesto in cui viviamo. Lui lo legge nei termini in cui lo vivono oggi i cristiani, quelli tra di loro che si collocano fuori da ogni chiusura preconcetta e che guardano con speranza al futuro. Il libro interpreta una domanda forte di mutamento: una domanda che, per i casi della storia, ha trovato un avvio di risposta in una improvvisa e imprevedibile svolta storica, la trasformazione subìta dal papato sotto i nostri occhi con l’avvento di papa Francesco.

Il libro è stato scritto prima dell’elezione di Bergoglio, ma per sua fortuna Sandri ha fatto in tempo a poter aggiungere gli ultimi capitoli subito dopo l’arrivo del nuovo papa. Quindi a questo punto anche il tono delle sue domande, la carica di aggressività verso la realtà che c’è in questo racconto, ha trovato un aggancio nella realtà. Cosa che succede molto di rado.

Generalmente il mondo se ne infischia delle nostre chiavi di lettura e va per i fatti suoi. In questo caso è successo che un’improvvisa brusca virata (di quelle che la lunghissima storia della Chiesa conosce) ha fatto sì che un papato particolarmente gelido, reazionario, regressivo, portato a cancellare il Vaticano II per riagganciarsi al Tridentino nella sua forma più controriformista, dopo una serie di fallimenti clamorosi (che sembravano trascinare con loro la possibilità stessa dell’esistenza di un consenso cristiano intorno al papato) ha dovuto cedere il passo ad un’altra e assai diversa e insolita figura.
Di conseguenza oggi seguiamo tutti con maggiore attenzione le cose che accadono a San Pietro. E anche chi non frequenta quella piazza nelle occasioni solenni, ma la attraversa diretto alla biblioteca e agli archivi vaticani, trova spesso alimento di curiosità e motivo di speranza nelle cose che questo nuovo vescovo di Roma tira fuori: la scommessa è grande e il fatto che il papa oggi sia un vescovo che viene dalla «fine del mondo» segnala all’osservatore più distratto un caso concreto di globalizzazione, di «diseuropeizzazione» del cattolicesimo. Il che ha un nesso con l’altro fatto nuovo negli annali del papato: che un gesuita sia diventato papa. Se c’è stato bisogno di chiamare a Roma un vescovo gesuita da così lontano, vuol dire che si è concluso un ciclo molto lungo.

Il legame fra l’Europa e il papato romano nacque quando entrò in crisi l’unità ecumenica della Chiesa col rompersi dell’unità dell’impero romano. Il papato fece lega con l’Europa, scelse l’Europa come proprio destino nell’anno 595, quando a una contestazione del primato di Roma da parte del patriarca di Costantinopoli, papa Gregorio I ribatté che il primato della sede romana si fondava sul legame con l’Europa, quella dei popoli barbari, quella perduta dall’imperatore d’Oriente.
Il papato quindi strinse allora un vincolo esclusivo con l’Europa, abbandonando l’oriente cristiano e scommettendo sul legame fra cristianità, Roma e l’Europa. Una scommessa che sarà vincente nei secoli successivi, ma che oggi sembra giunta vicina al suo termine. Non è la prima volta che accade: in realtà già nei secoli XVI e XVII ai missionari impegnati nel mondo fu familiare l’utopia della nascita di una vera cristianità nel Nuovo Mondo, con l’abbandono di un’Europa in fiamme. Anche per questo l’identità e lo stile di gesuita del nuovo vescovo di Roma appaiono come la realizzazione di quelle utopie. Quali sono, allora, le ragioni dell’investimento in un possibile Concilio, quello a cui guarda questo libro? Se è vero che il paradigma tridentino ha fatto il suo tempo, quella che abbiamo ormai alle spalle (anche se molte incrostazioni durano ancora) sarebbe la Chiesa del clero che fa barriera fra il papa e i semplici fedeli, che si erge al di sopra del laicato, dominandolo.

La struttura verticale e clericale della Chiesa, restaurata e rafforzata in risposta alla Riforma del ‘500, permise la sopravvivenza del potere ecclesiastico grazie all’alleanza con le classi e i poteri laici dominanti. Usiamo il condizionale perché quello che ci sta davanti ancora non lo vediamo. Si ha solo l’impressione che la scommessa che si sta giocando sia molto forte e che investa per l’appunto la questione del potere delle chiavi, nella sua forma più semplice.

Il potere di legare e di sciogliere
Il problema è: chi avrà da oggi in poi nella Chiesa il potere di erogare i perdoni? Di girare la chiave nel senso giusto, di sciogliere sulla terra le cose che devono essere sciolte? Passerà forse, questo potere, da un uomo come «vicario di Cristo» (prima si diceva «vicario di Pietro» – Luigi lo racconta molto bene nel suo libro) a un corpo conciliare, a forme di consultazione continua e policentrica? Chissà. Certo, viene in mente la grande discriminante aperta da Lutero quando, pur avendo fatto il suo celebre appello a un concilio libero e cristiano, si rifiutò di sottoporre il fondamento unico della fede, la Scrittura, alle oscillazioni storiche inevitabili di poteri umani. Intanto c’è un dato di fatto che è comunque nuovo e insolito: siamo davanti ad un papato duplice, abbiamo una diarchia.

C’è un’enciclica (Lumen fidei, 29 giugno 2013) «firmata», per così dire, da due pontefici, ma il problema è che essi esprimono due modi radicalmente diversi di concepire il posto della Chiesa e la funzione del clero. Nel Giudizio Universale di Michelangelo un Cristo erculeo con una mano perdona e con l’altra condanna e dà una sentenza immediatamente operativa in un mondo che è fatto soltanto di esseri umani, divisi in dannati ed eletti; non c’è però quello che invece subito dopo il suo biografo, ammiratore e continuatore, Giorgio Vasari, raffigurerà in un suo Giudizio Universale di pochi anni successivo, in cui si vede una serie di cerchi concentrici con Cristo e la Madonna al centro e poi la corte ecclesiastica dei pontefici e dei cardinali e infine i laici nel circolo più esterno.

Vasari, da perfetto cortigiano, intuì dove soffiava il vento: soffiava nel senso di una gerarchizzazione della società, in cui il filtro fra Cristo e i fedeli sarebbe stato costituito soltanto dal corpo ecclesiastico: quel corpo che per difendere il suo onore e per nascondere le sue colpe ha poi elaborato le regole che sono diventate pubbliche, note, e ai nostri giorni hanno fatto esplodere una crisi violentissima all’epoca dello scandalo dei preti pedofili.

Ecco, il nostro presente è l’erede di quelle due immagini: la questione è se avremo una soluzione del problema o se tutto si scioglierà in quell’avvicendamento di un papato a un altro che è la forma storica di questa Chiesa occidentale. Una forma che ha tutti i rischi della casualità, ma anche i vantaggi della flessibilità ai mutamenti storici.

Intanto bisogna rallegrarsi con Luigi Sandri, l’autore di questo libro fresco, vivo, attraente, scritto non per specialisti ma utile anche per loro: un libro dove tutti i lettori possono ripercorrere in tutta la sua estensione il lungo cammino della elaborazione di idee e di forme di governo che hanno riguardato non solo la Chiesa ma anche la società intera e le istituzioni fondamentali dell’esercizio del potere, quelle egemoniche e quelle parlamentari. L’investimento appassionato che l’autore ha dedicato a una materia così ricca e complessa ha dato vita a un ottimo risultato.

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201401/140128prosperi.pdf

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