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La resa di Tsipras. I retroscena della trattativa con la Troika

Un libro di Yanis Varoufakis, allora ministro delle Finanze, ricostruisce il duro negoziato tra il governo ellenico e le Istituzioni. L’economista, e leader di Diem25, si sofferma sia sul sistema di potere che ha messo in ginocchio lo Stato greco, salvando la sua élite, sia sulla capitolazione di Syriza. Fu tradimento? Varoufakis preferisce parlare di un cambiamento avvenuto nella coscienza di Tsipras. E, secondo lui, esisteva un piano B ma nessuno l’ha ascoltato.

di Nicola Tanno

Per sei mesi, nella prima metà del 2015, la sinistra europea (e direi, in particolar modo quella italiana) ha vissuto con grande trasporto la conquista del Governo greco da parte della Coalizione della Sinistra Radicale (Syriza) e il suo drammatico negoziato con la Troika (FMI, CE e BCE). L’obiettivo era quello di sostituire il vecchio Memorandum, fondato su durissime misure d’austerità economica, per uno nuovo, che permettesse alla Grecia di uscire dalla spirale del debito. Vari elementi generarono questa enorme simpatia verso il governo guidato dal giovane Alexis Tsipras: in primo luogo, il crollo dell’economia greca e l’impoverimento generalizzato di migliaia di greci; in secondo luogo, la perdita di sovranità da parte del paese elleno ad opera di istituzioni (e di paesi) che avevano tratto beneficio dai deficit truccati della Grecia e che imponevano adesso misure del tutto inutili per la ripresa del paese; e poi c’era il fatto che non accadeva dagli anni ’50 (elezioni francesi del 1956) che un partito comunista o a sinistra del cosiddetto socialismo europeo vincesse le elezioni e da ancor prima (elezioni cecoslovacche del 1946) che tale vittoria comportasse la creazione di un governo. Elementi economici, storici e ideologici (tra cui la non trascurabile contesa tra scuole economiche antagoniste) spiegano, dunque, l’enorme simpatia che nei tre anni precedenti alle elezioni del gennaio 2015 e soprattutto nella prima metà di quell’anno, conquistò Alexis Tsipras e il suo esecutivo, in particolar modo il suo Ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis.

Come è finita quella storia è cosa nota. Nel luglio del 2015 Tsipras, nonostante un referendum in cui i cittadini greci avevano sonoramente bocciato le condizioni imposte dai creditori, firmò un Memorandum ancora peggiore di quello sottoposto agli elettori. Nuovi innalzamenti dell’IVA e delle tasse, tagli ai servizi pubblici e alle pensioni, privatizzazioni e soprattutto un incredibile surplus primario del 3,5% furono le terribili condizioni imposte dagli Stati europei e dalla Troika. Sei mesi di negoziato durissimi – in cui sembrava una fiamma di rivolta si era accesa nel cuore dell’Europa liberista – si conclusero con una terribile disfatta. Da allora, così quanto veloce fu la crescita di consensi di Tsipras, allo stesso modo rapida fu l’uscita di scena della Grecia dai radar della sinistra europea. Quella italiana, alla costante ricerca di modelli che facciano da contraltare ai propri fallimenti, ha preferito non spendere neanche un po’ di tempo in dibattiti e riflessioni sul senso e le ragioni della capitolazione e ha preferito, con fare provinciale, guardare verso altri lidi: Corbyn, Podemos, il Portogallo, in attesa della prossima disfatta.

Yanis Varoufakis, che si dimise pochi giorni prima della firma del terzo Memorandum, ha scritto un testo che racconta i suoi 162 giorni al Governo, Adults in the Room, che in questi giorni viene lanciato per La Nave di Teseo col titolo La Stanza dei Bottoni. Paul Mason, importante editorialista economico del Guardian, l’ha definita come “una delle migliori autobiografie di tutti i tempi”. Senza per forza arrivare a questo estremo, resta il fatto che l’opera dell’economista greco è di grande importanza: è un testo che certamente interessante sotto un punto di vista economico – e Varoufakis, che è grande divulgatore, spiega sempre con chiarezza sia i problemi della Grecia sia le sue proposte in questioni finanziarie. Tuttavia la sua rilevanza sta in altro: Adults in the Room ci parla del sistema di potere che ha messo in ginocchio uno Stato ma ha salvato la sua élite; di un partito di sinistra che riesce a entrare al Governo e delle enormi difficoltà nel realizzare il proprio programma; di come quel potere, attraverso lusinghe, pressioni e minacce possa trasformare il più deciso avversario del neoliberismo in un sostenitore delle riforme della Troika. Varoufakis mette davanti al lettore il dilemma della sinistra al Governo: fare ciò che si è promesso – battagliando contro nemici molto più potenti con le armi a disposizione e al prezzo di costi economici e politici enormi (anche per gli stessi dirigenti politici di sinistra) – o accettare le condizioni dell’élite, costruendo davanti alla propria gente un discorso che sposti in avanti nel tempo il momento della giustizia sociale e difendendo la conservazione del potere come alternativa al ritorno della destra. La sinistra greca ha pesato il costo della prima scelta e ha optato per la seconda.

Varoufakis viene avvicinato per la prima volta dall’uomo di fiducia di Tsipras, Nikos Pappas, nell’autunno del 2011, attirato dalla sua Modesta proposta per risolvere la crisi dell’Euro. Tsipras è tentato dal fare dell’uscita dalla moneta unica la sua linea politica ma l’economista greco-australiano glielo sconsiglia: gli fa presenti gli enormi costi economici di una tale scelta, ma in una scala di preferenza tale possibilità non è la peggiore. La cosa migliore è conseguire un nuovo accordo con un taglio del debito e la fine dell’austerità; la peggiore, restare nell’euro nelle stesse condizioni. Per Varoufakis l’uscita dalla moneta unica non è un obiettivo, ma una possibilità a cui bisogna essere preparati sia come arma di dissuasione sia come scenario concreto. Dal primo momento Varoufakis dice a Tsipras di non bluffare e di prepararsi a tutto.

Nel settembre del 2014 Varoufakis attacca duramente Syriza e il suo Programma di Tessalonica, giudicato irrealizzabile. Pappas lo tranquillizza: “C’è una politica di partito e una politica di governo. Tu ti occuperai della seconda e lascerai la prima a noi”. Nel novembre del 2014, a due mesi dalle future elezioni, Varoufakis e lo stato maggiore di Syriza si incontrano nell’appartamento di Tsipras, e lì l’economista, ancora residente in Texas, presenta il suo progetto. Per raggiungere un accordo decente bisogna dare alla BCE una buona ragione affinché ci pensi due volte prima di chiudere le banche. Due sono i punti nodali del piano di dissuasione: il primo, il rifiuto unilaterale di rimborsare i bond in scadenza del programma SMP, una scelta che avrebbe potuto mettere in crisi il Quantitative Easing lanciato da Mario Draghi e contestato dalla Bundesbank; il secondo, in caso di chiusura delle banche, la creazione di un sistema di pagamenti parallelo attraverso il sito dell’Agenzia Tributaria che avrebbe permesso il pagamento di debiti dello Stato verso le imprese, delle tasse e delle pensioni. Sono misure dure, proprie per un negoziato di cui i creditori non vogliono neppure sentir parlare e che ricevono l’approvazione degli uomini forti di Syriza.

A gennaio il partito vince le elezioni con la promessa di rompere il circolo vizioso dell’austerità. Il racconto dei sei mesi al Governo è una sequenza di riunioni in cui Varoufakis ricorda ai suoi colleghi gli impegni presi e questi, dopo i primi intenti bellicosi, si trovano via via a cedere terreno ai propri avversari e a sopportare sempre meno i modi e le scelte del Ministro delle Finanze. È un cedimento esterno, dinanzi al nemico, ma anche interno, introiettando visioni e linguaggi della Troika per giustificare alla propria coscienza l’arretramento dagli impegni presi. Non solo il piano di dissuasione non verrà mai messo all’opera ma l’obiettivo di un accordo che soddisfi gli obiettivi riguardanti il taglio del debito o l’abbassamento degli avanzi primari richiesti viene via via sostituito dalla ricerca di un accordo rapido, facendo leva sul buonsenso dei creditori e soprattutto della Germania. Merkel e Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, creano una cesura tra il Primo Ministro e il quello delle Finanze, eludendo il secondo e cercando una interlocuzione col primo, più malleabile e sempre più esausto. Il confronto tra i mezzi della Troika e quelli della Grecia è desolante: i creditori hanno dalla loro profondi esperti del negoziato (tra cui spicca il famigerato Declan Costello), il posizionamento avverso (seppur variegato) di tutti gli Stati dell’area dell’Euro, enormi mezzi economici e un’influenza sui mezzi di comunicazione che danno vita a una incessante campagna di denigrazione dei confronti di Syriza. Dall’altra, Tsipras e Varoufakis sono immersi in un impegno fisicamente distruttivo che pone a serio rischio le loro capacità decisionali, privi perlopiù di esperienza, risorse e alleati. Non solo, Varoufakis afferma senza mezzi termini di “lavorare con il nemico”. George Chouliarakis, messo a capo del Consiglio degli Assessori Economici dal vice-Presidente Yanis Dragasakis, viene descritto dall’ex-Ministro non solo come un incapace ma come un vero e proprio agente della Troika. Vari sono gli indizi da lui apportati come base dell’accusa ma uno tra gli altri emerge come rivelatore: Chouliarakis presenta a Varoufakis una bozza di documento da presentare ai creditori, che quest’ultimo giudica irricevibile e che modifica a fondo. Il giorno dopo un giornalista rivela che tra le proprietà del documento Word inviato da Varoufakis ai creditori (che subito rigirano alla stampa) emerge che l’autore della prima versione del testo era niente poco di meno che lo stesso Declan Costello, il burocrate rappresentante della Commissione Europea a Atene. Era stato lui, il rappresentante dei creditori, a scrivere la lista di concessioni del Governo greco e a girarla a Chouliarakis. Varoufakis reagisce, chiede la sua testa a Tsipras che però rifiuta. Riesce a estrometterlo come capo dei negoziatori a Bruxelles ma dopo soli due mesi, sotto richiesta di Dijsselbloem e dell’altro potentissimo burocrate, Thomas Wieser (che spendono per lui parole di elogio), viene incredibilmente reintrodotto. Tutt’ora Chouliarakis è il vice-Ministro delle Finanze.

Con il passare del tempo Varoufakis viene isolato e dipinto in tutti i modi possibili: incapace, egocentrico, irresponsabile. Chi lancia queste accuse sono i giornalisti economici delle grandi testate e i burocrati di Bruxelles, ma anche settori del partito (a cui lui non è iscritto) facenti capo a Dragasakis. A Tsipras e al “gabinetto di guerra”, Varoufakis ripete qual è la priorità – ristrutturazione del debito – e i metodi per spingere al negoziato. È d’altronde la sua intransigenza dopo l’Eurogruppo di febbraio che permette alla Grecia di riaprire la partita quando sembrava già chiusa. È la fermezza usata dal momentaneo capo dei negoziatori Theocarakis che fa sì che la Troika abbandoni Atene nel marzo di quell’anno. Ed è da quel momento che l’attacco contro Varoufakis si fa sempre più forte. Merkel propone a Tsipras di bypassare i rispettivi Ministri delle Finanze e di negoziare in privato. A giudizio di Varoufakis, Tsipras si fa sedurre, la Cancelliera gli fa credere che si potrà facilmente giungere a un accordo, tanto più se l’intransigente Ministro verrà isolato.

Varoufakis è solo, non riesce a imporsi né dinanzi al Partito né dei funzionari ministeriali. Delegittimato da Chouliarakis dinanzi ai creditori, la sua influenza diventa nulla. Si appoggia sempre più a un ridotto gruppo di colleghi statunitensi, tra cui banchieri e ex-collaboratori della Troika di grande competenza ma che vengono visti male dal partito per i loro rapporti con l’élite economica. Ad aprile Tsipras accetta, alle spalle del suo Ministro, una bozza di accordo un avanzo primario del 3,5%. Varoufakis capisce che ormai si è in caduta libera ma decide di restare. Ormai si cerca un accordo a tutti i costi e quando viene convocato il referendum del 5 luglio con cui accettare o meno le condizioni imposte dalla Troika l’obiettivo, a detta dell’autore, è di perdere quel referendum, come giustificazione per una capitolazione. Ma i greci (“leoni guidati da asini” scrive con astio l’autore) votano “No”, addirittura col 61%. La notte del 5 luglio Varoufakis chiede nuovamente di attuare il piano di dissuasione, Tsipras non lo accetta e esige le sue dimissioni. Teme il colpo di stato, dice, e serve un accordo rapido.

Fu tradimento? Varoufakis parla di una trasformazione avvenuta nella coscienza di Tsipras, che al contrario di Dragasakis non riceve l’accusa di cinismo. In molti dicono che Tsipras non avesse alternative, che la prospettiva a cui si incontrava la Grecia erano nere: inflazione disparata, l’isolamento internazionale, l’obbligo di cercare nuovi creditori. Anche Paul Mason, pur essendo ammiratore di Varoufakis, è della stessa linea e con argomenti diversi: non firmare avrebbe riportato al potere la vecchia destra corrotta e in quel caso decine di migliaia di migranti provenienti dalla Siria sarebbero morti. Si potrebbe rispondere che Yanis Varoufakis non ha mai pensato di abbandonare il potere, tutto il contrario. Nel suo percorso non vi sono state mai le illusioni di ampie politiche espansive (da lì la critica al programma di Syriza) ma era disposto a usare tutto il potere da lui concentrato per ottenere ciò per cui Syriza era giunta al potere. Ma, come gli disse Pappas, esiste un programma per il Partito e uno per il Governo. Nella logica del Partito, anche la capitolazione può trovare giustificazioni progressiste, che è ciò che succede oggi dentro Syriza, e si può vivere una trasformazione interna che porta a sposare lo stesso discorso della destra quand’essa era al Governo. Il punto è: c’erano margini per negoziare e ottenere un nuovo accordo? I “capitolazionisti” diranno di no, ma se così fosse l’errore è stato di tutta Syriza, non solo di Varoufakis. Quella che fu la sinistra di partito biasima Varoufakis, invece, per non aver optato per l’uscita unilaterale dall’Euro e qui si entra in un dibattito dei costi e dei benefici di tale scelta. Enric Toussaint, che era il coordinatore del Comitato per la Verità sul Debito Pubblico istituito dalla Parlamento elleno subito dopo la vittoria di Syriza, ha scritto interessanti commenti critici nei confronti di Varoufakis.

Se invece si pensa che fu giusta la scelta del Governo greco di cercare un nuovo accordo prima della rottura, non si capisce come in altro modo avrebbe potuto agire il Ministro delle Finanze nei confronti di creditori riottosi a riconoscere la stessa esistenza di un negoziato, capaci di creare una macchina di denigrazioni e falsità che avrebbe distrutto la carriera di qualunque politico, restii a riconoscere, come lo stesso Varoufakis scrive, l’esistenza stessa di proposte della controparte.

Tre anni dopo l’inizio della Primavera Greca, Syriza sposa oggi lo stesso discorso di Nuova Democrazia, il partito di destra che ha messo il paese in ginocchio: nessuna alternativa ai piani d’austerità, in attesa di un taglio del debito lasciato al buonsenso dei creditori. E si rimane basiti nel leggere i tanti commenti che hanno giustificato le scelte di Tsipras: non il coraggio, ma la capitolazione al nemico è diventato un esempio da seguire e sostenere. E c’è da sospettare che molti degli attuali lodatori di Tsipras non avrebbero sostenuto la Grecia se il suo Governo avesse scelto la via della rottura.

E questo è davvero un punto nodale: qual è il ruolo della sinistra al Governo? Alla sinistra post-comunista è toccato l’onere di governare in un paese a pezzi ma la paura ha preso il sopravvento, paura dello scontro, del colpo di stato, della propria stessa vita. Se Tsipras non avesse ceduto e se la Grecia fosse uscita dall’Euro il prezzo da pagare sarebbe stato altissimo e a questo invitano a pensare i critici di Varoufakis, suggerendo che sia facile invocare rotture senza vivere la situazione di miserie in cui sarebbe caduta la Grecia. Ma lo stesso si può dire oggi nei loro stessi confronti, di coloro che invocano l’accettazione di misure infami quali la limitazione del diritto di sciopero, tagli delle pensioni, aumenti dell’Iva e privatizzazioni. Con una differenza, che in questo ultimo caso ad essere state colpite a morte sono state anche la speranza e lo spirito di rivalsa, vive come non mai nella notte del referendum del 5 luglio e affossate neanche una settimana dopo dal Governo che ad esse ha preferito la rassegnazione.

Isolato e denigrato dai suoi stessi compagni oltre che dai nemici, Varoufakis è stato – al netto di errori che egli stesso riconosce – l’unico all’altezza del tempo storico. Non ha lavorato per l’uscita dell’euro, ma si è preparato, lui sì come un realista, a questa evenienza, senza mai nascondere i costi di tale possibilità. E questo suo realismo non ideologico ha fatto sì che l’immagine che si è data di lui sia un condensato di accuse generiche, con una nomea di fallito e impreparato affibbiatogli da vecchi e nuovi nemici. Additato come estremista, il suo programma economico era perlopiù moderato. Accusato di voler distruggere l’Unione Europea, Varoufakis è invece è un europeista spinto, al tal punto d’aver creato uno dei primi partiti transnazionali, DIEM21 (la cui efficacia è tutta da dimostrare). Chi sospetta un pregiudizio antitedesco, dimentica che ha sempre sostenuto – a torto o a ragione – che un qualsiasi accordo non passasse per l’unità dei paesi del Mediterraneo ma per un accordo con la Germania. La destra greca chiede la sua imputazione per tradimento per aver ideato un Piano B, gli ex-compagni di Governo gli imputano dell’esatto contrario, che tale piano non è mai esistito.

È il prezzo che ha pagato per aver vissuto un’esperienza pressoché unica, quella di un economista di sinistra che si è seduto al tavolo con i sicari economici della Troika e li ha fronteggiati. Nessun economista eterodosso europeo né attivista politico tanto solerte nella critica può affermare lo stesso e basterebbe questo per fare di Adults in the Room un manuale necessario per chi ancora sogna un’altra Europa.

(22 febbraio 2018)

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