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La rivoluzione culturale secondo Lorenzin

fertilitydayLimitarsi a dire che il lorenziniano progetto del Fertility Day è stato sommerso dalle critiche non renderebbe a sufficienza la portata delle reazioni che ha suscitato. Tutte le iniziative hanno i loro sostenitori e i loro detrattori, e la loro riuscita o meno dipende dalla proporzione tra queste due componenti, ma nel caso in questione si fa veramente fatica a rilevare la componente a sostegno. Al punto che lo stesso premier Renzi, pur avendo presieduto il Consiglio dei Ministri in cui è stato dato il placet all’iniziativa, ha dichiarato di non saperne nulla aggiungendo le sue critiche a quelle già formulate dal resto degli italiani, e che Bologna, uno dei quattro Comuni aderenti alla giornata celebrativa, ha inserito la retromarcia ottenendo di annullare il “villaggio della fertilità” e di spostare al policlinico Sant’Orsola il convegno medico.

Eppure la cosa non era stata elaborata in riservatezza, già all’inizio del 2014 la ministra aveva annunciato ad Avvenire l’intenzione di promuovere una campagna per far “tornare a nascere i bambini”, incassandone lo scontato plauso. Evidentemente l’approvazione ricevuta all’epoca dagli ambienti cattolici l’aveva convinta ad andare avanti, così un anno dopo è arrivato il “Piano nazionale della fertilità” comprendente anche l’iniziativa di una “Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità” per celebrare una pretesa “rivoluzione culturale”. Oggi Lorenzin, nel vano tentativo di risalire la corrente delle polemiche, è arrivata perfino a smentire se stessa sostenendo che non era loro «intenzione fare una campagna per la natalità ma fare prevenzione perché l’infertilità è una questione di Salute Pubblica», annunciando poi la revisione di due delle quattro cartoline proposte.

No cara ministra, la vostra intenzione non era affatto quella di fare prevenzione ma di orientare ideologicamente l’azione del vostro Ministero, e non è il sottoscritto a dirlo ma sono gli stessi obiettivi da voi individuati nel piano. Ritoccare gli slogan e le cartoline non servirà a nulla perché è l’impianto stesso dell’iniziativa a essere sbagliato. Non ci sarebbe stato nulla di contestabile se la campagna si fosse concentrata sull’informazione e sulla prevenzione, il primo degli obiettivi, tant’è che da più parti e da tempo immemore si invoca una corretta educazione sessuale in tutte le scuole, ma su questo torneremo alla fine. La vostra iniziativa invece è andata ben oltre il primo obiettivo. Già il secondo (Fornire assistenza sanitaria qualificata) cozza pesantemente con la posizione assunta dal suo dicastero nei confronti della legge 40, che coi suoi assurdi divieti privava della necessaria assistenza sanitaria, prima di venire smantellata nelle aule dei tribunali, le coppie che volevano metter su famiglia, inducendole a rivolgersi all’estero con notevole dispendio di risorse.

Il terzo obiettivo (Sviluppare nelle persone la conoscenza) introduce il concetto di procreazione consapevole, e a questo punto viene da piangere pensando a cosa vanno incontro le donne incinte che non hanno la possibilità, o semplicemente non si sentono, di portare avanti la gravidanza ma si scontrano con un sistema che di fatto pone sopra al loro diritto quello dei ginecologi all’obiezione di coscienza. Ma secondo le statistiche del suo Ministero, su cui peraltro pesano parecchi dubbi, va bene così, con il 40% di strutture e due Regioni che proprio non praticano aborti. Che dire poi delle dure parole che lei stessa ha espresso sulla Gestazione per altri, violentemente definita “ultraprostituzione”, arrivando addirittura a dichiararne falsamente la presenza nel ddl Cirinnà? Evidentemente non è tanto alla consapevolezza di affrontare responsabilmente una gravidanza che si pensava ma piuttosto a quella di rientrare in precisi canoni ideologici, con buona pace del benessere psicologico di tutti gli individui coinvolti compresi partner e futuro nascituro.

Infatti è negli ultimi due obiettivi che l’approccio ideologico si palesa clamorosamente; nel quarto (Operare un capovolgimento della mentalità corrente) con l’assurda idea che le donne debbano interpretare la propria fertilità come “bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società”, e nel quinto con l’esplicativa sintesi del titolo, apoteosi della stessa iniziativa: Celebrare questa rivoluzione culturale. Quale sia la cultura di riferimento in questa fantomatica rivoluzione è fin troppo chiaro, e a dirla tutta lo è sempre stato dati i bassissimi livelli di laicità riscontrabili nell’azione del Ministero della Salute nell’era Lorenzin – purtroppo drammaticamente in linea con quelli precedenti. La fertilità viene intesa come Chiesa comanda, all’insegna del natalismo e di uno stereotipo della donna, oltre che della stessa famiglia, quale fucina di prolificità.

Una visione che però trova sempre meno riscontro nella realtà sociale che ha già, per usare le parole del quarto punto, “capovolto la sua mentalità” nel momento in cui si è allontanata dalla tradizione per tendere verso la parificazione delle opportunità di uomini e donne. La soluzione a questo punto non può essere quella di convincere le donne a tornare tra le mura domestiche, spacciandola per progresso. Bisogna piuttosto seguire le evoluzioni sociali e adeguare a esse l’azione dell’intero governo in una prospettiva che non può che essere laica, come dimostrano le reazioni al Fertility Day, certamente non allineate ai desiderata ecclesiastici, e come dimostra soprattutto il successo ottenuto su questo fronte dalle laicissime politiche francesi.

Di sicuro non si invogliano le persone a fare figli appaltando la scuola pubblica a realtà private, nella maggior parte dei casi confessionali, raccontando la frottola che in questo modo lo Stato risparmierebbe, perché in realtà il costo aumenta e viene posto sulle spalle delle famiglie due volte, prima con l’incremento della spesa pubblica e poi con le rette. Semmai le si invoglia investendo al contrario nel pubblico, cominciando dai nidi. E non le si convince dicendo loro semplicisticamente che i figli di oggi pagheranno le pensioni di domani, perché bisognerebbe poi spiegare loro come fanno i figli di ieri a pagare quelle di oggi essendo in larga parte disoccupati e gravando proprio sui genitori costretti ad assistere da un lato all’erosione delle finanze familiari, magari messe insieme proprio grazie al lavoro di entrambi con enormi sacrifici, e dall’altro allo smantellamento del welfare.

Se si vuole veramente puntare, come afferma adesso la ministra, sull’informazione e sulla prevenzione in un’ottica di tutela della salute pubblica, allora si cominci a introdurre nelle scuole un serio piano di educazione sessuale che tenga conto delle raccomandazioni degli organismi internazionali. Non si dia credito ai reazionari che invece vi si scagliano contro, ricorrendo anche alla creazione di bufale ad hoc come lo spauracchio del gender. Se si assumono come obiettivi il sostegno alla maternità e la sua responsabilizzazione, allora si dia piena attuazione alla legge 194 sull’aborto e si sostengano tutti i mezzi per mettere su famiglia, compresi quelli in cui si rende necessaria l’azione di più di due persone. Lo sappiamo benissimo che al di là del Tevere qualcuno non la prenderà bene, ma si prenda atto che sono le uniche scelte sensate nell’attuale contesto sociale. Del resto ormai non siamo più solo noi atei a dirlo, lo hanno fatto capire indirettamente tutti i contestatori del Fertility Day: le vere rivoluzioni culturali non vengono dai pulpiti.

Massimo Maiurana

 

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