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La road map di Zingaretti per arrivare in vetta al Pd (con o senza Renzi)

“Io ci sono, anche se sono il primo a dire che il problema fondamentale non è il segretario”: il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, lancia la sfida interna al Pd. Una sfida però che deve essere “collettiva” e per “riaggregare”, guardare fuori dal partito: “Molti di noi sono fuori da noi”, dice al Corriere della Sera. “C’è un popolo di competenze e di sensibilità che è disperso, frammentato. E c’è una nuova generazione, molto combattiva, che non ci ha mai incontrati. L’obiettivo è riaggregare”. E per Zingaretti il congresso del Pd è indispensabile prima delle elezioni europee.

Un passo indietro: a quasi quattro mesi dalle elezioni politiche, dopo le dimissioni del segretario, due direzioni e una assemblea nazionale, il Partito Democratico si ritrova al punto di partenza. Ovvero nella necessità di scegliere tra segretario eletto dall’assemblea e segretario eletto a congresso. Due ipotesi che prevedono la permanenza del segretario reggente Maurizio Martina al Nazareno, fino alla data delle primarie. A cambiare potrebbe essere solo quel participio presente che precede il nome della carica: Martina rimarrà reggente, nel caso in cui l’assemblea di luglio fissi il congresso in autunno. Se, invece, si dovesse andare più in là, al 2019, si eleggerebbe segretario durante la stessa assise dem.

Su questo sono concordi tanto i renziani quanto il resto delle anime del partito. I primi sono ancora alle prese con la difficile ricerca di un candidato. Matteo Renzi, dicono fonti parlamentari a lui vicine, di fare il capo di una corrente di minoranza non ha affatto voglia. Di qui la necessità di prendere tempo prima di contarsi in assemblea per non assistere a un nuovo esodo di parlamentari da un carro all’altro, come accaduto dopo la vittoria dell’ex premier alle primarie del 2013.

I gruppi parlamentari, infatti, rappresentano ancora la cloche che consente a Renzi di incidere sul percorso del partito. Ma ogni giorno che passa, l’ex rottamatore perde un pò di presa sui parlamentari che lui stesso ha inserito nelle liste elettorali. Dunque, frenare il cammino che porta al congresso, per non far precipitare la situazione certificando la propria posizione di minoranza. L’alternativa sarebbe quella di trovare un candidato di minoranza da opporre a Nicola Zingaretti, ad oggi unico candidato alla segreteria del partito, forte dell’esperienza vittoriosa del centro sinistra largo alla Regione Lazio. Ma, al momento, l’ala capeggiata dall’ex segretario non sembra avere nomi disposti a farsi sacrificare.

Lorenzo Guerini è stato più volte indicato come uomo forte da spendere in caso di congresso, ma difficilmente Renzi accetterà di spendere il suo nome per una battaglia che si annuncia – per adesso – perdente. Inoltre, lo stesso Guerini ha fatto presente di non essere disposto a correre da segretario, mentre il suo nome è ancora in corsa per la presidenza del Copasir (i gruppi parlamentari sono stati richiamati dal presidente della Camera, Roberto Fico, perchè presentino la loro rosa di nomi entro il 3 luglio). Nelle ultime ore si è poi fatto il nome del presidente dell’assemblea dem, Matteo Orfini. Voci alimentate anche dall’attivismo di Orfini su più fronti: prima in chiave anti Zingaretti – “non avrebbe vinto nel Lazio se il centrodestra si fosse presentato unito”, ha detto in una intervista – poi su Calenda e sul suo manifesto per un Fronte Repubblicano: “Di manifesto conosco quello di Marx. Andare oltre il Pd? Oltre c’è la destra…”.

Più esponenti vicini all’ex segretario, però, bollano come “chiacchiere fine a se stesse” le ipotesi di una candidatura di Orfini in chiave anti Zingaretti. Alcune intemerate di Orfini – uomo di fiducia di Matteo Renzi pur non essendo nativo renziano – allontanano anche l’ipotesi di una soluzione unitaria, con un segretario eletto per acclamazione tra uno dei componenti del governo Gentiloni. Nelle ultime ore, Orfini ha prima gettato addosso all’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, colpevole di una politica sui migranti che strizzava l’occhio alla destra, la responsabilità del disastro elettorale.

E sempre sui migranti il presidente dem ha accusato Gentiloni di dire il falso: non è vero, cioè, che con il Pd al governo “si sono fatti fare meno affari agli scafisti”. L’ultima opzione dei renziani è virare su Nicola Zingaretti come candidato unitario, possibilità che aprirebbe la strada al segretario eletto in assemblea. Zingaretti, tuttavia, non ci pensa proprio a farsi eleggere in assemblea, preferendo la strada del congresso.

L’importante, per il governatore, è che il congresso si faccia prima delle europee e che dall’assemblea si esca con una data certa per le primarie che ponga fine alle lunghe dimissioni di Renzi e senza ulteriori rinvii. Una soluzione che potrebbe piacere a Zingaretti sarebbe quella di avviare il congresso a novembre per chiudere con l’elezione del segretario a gennaio o febbraio. Nel frattempo, ci potrebbe mettere mano alle regole del congresso, una riforma invocata da più parti a cominciare dall’ex Guardasigilli, Andrea Orlando.

Lettera aperta @nzingaretti Per tornare a sinistra di popolo, dalla parte del lavoro, ripartire da patriottismo costituzionale @HuffPostItalia https://t.co/tpoumOBt3Y

— Stefano Fassina (@StefanoFassina) 27 giugno 2018

Fonti a lui vicine, spiegano che il governatore del Lazio intende allargare sì il fronte del centro sinistra, ma di avere in mente un percorso in due tappe. Una dentro il partito, da portare avanti con la fase congressuale, e la seconda da far partire dopo le primarie. L’obiettivo è quello di arrivare a un soggetto che comprenda partiti e soprattutto associazioni, movimenti, civismo, e in cui la parte del leone la farebbero gli amministratori locali a partire da sindaci come Giuseppe Sala, ma anche l’ex M5s Federico Pizzarotti. Anche per questo Zingaretti starebbe cercando di smarcarsi dai tentativi di farlo diventare il “candidato della minoranza Pd”.

Ragionando col Corriere sul Fronte Repubblicano vagheggiato dall’ex ministro Carlo Calenda, Zingaretti osserva che “ogni ipotesi frontista su categorie non sentite intimamemnte dalla gente porterà a nuove sconfitte”; quanto a Matteo Renzi, il suo futuro “dipende in gran parte da lui, se si sentirà di dare il suo contributo”. Infine, uno sguardo al governo giallo-verde: a giudizio di Zingaretti, “dentro i 5 Stelle si aprirà un conflitto e in futuro conosceremo un movimento diverso con il quale sarà indispensabile confrontarsi”. 

Leggi qui l’intervista integrale al Corriere della Sera.

Il governatore partecipa volentieri alle iniziative organizzate dagli esponenti del suo partito, la scorsa settimana da Maurizio Martina e solo ieri dai Dems di Andrea Orlando, ma assieme a questo continua nel lavoro di tessitura di una fitta rete che metta assieme politica e territorio, associazioni e amministratori. Un lavoro che andrà avanti anche durante l’estate, quando Zingaretti potrà valersi anche dei numerosi inviti alle Feste dell’Unità, dalla Lombardia alla Puglia, che stanno arrivando al Palazzo della Regione Lazio. Prima della fase congressuale, tuttavia, dovrà mettere a punti i temi con una ‘agenda’ che diventerà anche lo scheletro della sua mozione congressuale. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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